paradossi dello sguardo (2) – Jacques Tati

05 Tati

Se non avete mai visto un film di Tati (9 ottobre 1907 – 4 novembre 1982), ecco l’occasione giusta per scoprire la sua inaccessibile perfezione. Se già lo conoscete, saprete che ogni suo film mostra ogni volta qualcosa di nuovo, e questo centenario è l’occasione giusta per tornare a gustare il suo cinema filosofico e lunare.

Per gli amanti della precisione storica, Jacques Tatischeff nasce in famiglia d’origine russa a Le-Pecq (Seine-et-Oise), il 9 ottobre 1907. La sua infanzia è priva di caratteristiche di rilievo, salvo una precoce tendenza allo sviluppo in altezza. Dopo aver praticato con grande disinvoltura innumerevoli sport (boxe, equitazione, tennis, calcio…) pratica il rugby in una squadra di serie A del campionato francese; qui scopre l’innata capacità di generare il riso, intrattenendo i compagni con gag e pantomime. Si trasferisce a Parigi dove esercita, per quindici anni, l’attività di cabarettista specializzandosi in mimica ed acrobazie, con gag ispirate alla vita quotidiana, e ai suoi ritmi nevrotici. Non per caso, giunge al cinema.

“Confusion è la parola della nostra epoca. Si va troppo in fretta. Ci dicono tutto quello che dobbiamo fare. Organizzano le nostre vacanze. La gente è triste. Nessuno fischietta più per strada (…) sarà sciocco, ma mi piacciono le persone che fischiettano per strada ed io stesso lo faccio. Credo che il giorno in cui non potrò più fischiettare per strada sarà una cosa gravissima.”

Qui è la radice comica di tutti i suoi film, qui il punto di partenza per la creazione del personaggio di Monsieur Hulot, uomo stralunato ed impassibile, maschera tragicomica di magra essenzialità: impermeabile, cappello, pantaloni un po’ corti e immancabili pipa e ombrello. Hulot è “straniero” nella macchina del mondo, borbotta senza parlare, cammina senza capire, il suo sguardo incredulo davanti al meccanismo incomprensibile della modernità è un punto di domanda lasciato senza risposta. Il bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre un po’ amara, è la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione.

Nel primo lungometraggio Jour de fête (Giorno di festa, 1949), Tati è un postino che, nel tentativo di essere efficiente come i colleghi americani visti in un documentario, semina un enorme scompiglio nella comunità. Hulot non è ancora nato, ma già la comicità di Tati nasce dall’ossessione della modernità. Il film fu un successo strepitoso: fu accostato ai maestri del neorealismo italiano, e le fanfare proclamarono la rinascita del cinema francese.
Quattro anni dopo ne Les vacances de Monsieur Hulot (Le vacanze di monsieur Hulot, 1953), Tati inventa il suo personaggio, protagonista, in una località balneare di una divertente serie di disavventure. I temi di Tati ci sono già tutti: il ridicolo dei costumi moderni, l’incomunicabilità radicale fra le persone, l’occhio privilegiato dell’infanzia.
Nel 1956 fonda la sua casa di produzione, la Spectra Films, e due anni dopo realizza Mon oncle (Mio zio, 1958), surreale satira dell’abitare ultramoderno, tra fontane automatiche e cucine misteriosamente dotate d’identità elettromagnetica. Personaggi memorabili la madre igienista, la vicina americana dai cappelli/scultura. E soprattutto la casa, sublime parodia dell’architettura razionalista. Premiato con l’Oscar come Miglior Film Straniero e con il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes.
Passano nove anni prima che Tati riesca a realizzare l’audace Playtime (Play Time – Tempo di divertimento, 1967); lavoro dalla genesi omerica, il progetto prevede la costruzione alla periferia di Parigi di una vera e propria città, con strade asfaltate e impianti funzionanti, uffici dalle enormi vetrate, interni labirintici e grigi. Un mondo ostile, una Parigi dove la tour Eiffel compare solo riflessa sui vetri, e ogni segno della civiltà europea sembra scomparire dietro la freddezza di un universo di acciaio e vetro, di macchine da scrivere e feste alcoliche in cui anche un mambo assume cadenze industriali. Megalomania e poesia, dove ogni inquadratura è trattata come un quadro, e l’occhio è obbligato a perdersi nei particolari più minuti. Girato sull’enorme formato di settanta millimetri, il film è un vero e proprio tour de force per lo spettatore, obbligato ad osservare ogni angolo dell’inquadratura, su cui infiniti punti d’attenzione producono meccanismi comici di grandissima complessità. Ovviamente fu un fiasco. Scrive Truffaut, in estasi: “Un film che viene da un altro pianeta… l’Europa del 1968 filmata da un Lumière marziano”. Tati, perseguitato dai debiti contratti durante una produzione tanto faraonica, è costretto a vendere i diritti di tutti i film precedenti all’asta per una cifra irrisoria.
In Trafic (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971); borbottante parole incomprensibili, stralunato più che mai, il cineasta ci propone Hulot ormai perduto in un mondo che non riesce più ad appartenergli. La sua casa di produzione fallisce.
Ultimo lavoro, Parade (Il circo di Tati, 1974), girato per la tv svedese e poi trasferito in pellicola per il cinema, è una raccolta di tutte le sue pantomime sotto il tendone di un circo. I suoi capelli bianchi sono di una tenerezza struggente.
Tra il 1977 e l’82 lavora alla realizzazione del nuovo film Confusion, che non riuscirà a realizzare.

La storia è quella di sempre, degli artisti grandi e sfortunati, geniali ed incompresi. Ma è un fatto che davanti ai film di Jacques Tati si resta rapiti davanti ad una comicità che è spesso vera poesia. Fatta di gag imprevedibili, di suoni e posture innaturali, di cose che si trasformano imprevedibilmente in altre cose. La comicità come una forma di visione del mondo. Un modo di mostrarci che vivere è davvero un mestiere ridicolo.

Alla fine, si può anche moridere.

A.

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[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 9 ottobre 2007 su Articoli, per così dire, Occhio, TatiJacques. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 7 commenti.

  1. venerestorpiao

    ..Bello qui.
    Quel film ..nn l’ho visto.Ma provederò..a colmare questa lacuna.Grazie.
    Ps:in ogni caso splendida la locandina..
    1Saluto ,cherie

  2. alessandromelis

    Cara Venere,
    benvenuta. Sono felice che abbia visitato il mio teatro.
    Sarò felice ogni volta che tornerai.
    A presto,
    A.

  3. Una sorpresa dietro l’altra, caro Alessandro. davvero un bel blog – più che una promessa è già una bella realtà: ottima scrittura e ottima iconografia, anche con Tatì. Interessantissimo.
    Antonio

  4. alessandromelis

    Grazie, Antonio.
    Sto cercando di impegnarmi. Il bello è che mi sto anche divertendo…!
    Torna presto,
    A.

  5. Alessandro, che bello questo resoconto di Tati. Bello, scorrevole e per questo gradevolissimo. Un argomento, in verità, che non avevo mai approfondito e che questo tuo articolo mi ha permesso di indagare con molto piacere.

    Se mi permetti segnalo il post nella mia casetta. In una finestra apposita ché davvero merita d’esser letto da quante più persone possibile.

    Un caro saluto.

    Rr

  6. alessandromelis

    Grazie, Rita.
    Delle parole, e dello spazio che offri nella tua “casetta” alla grandezza un po’ misconosciuta di Tati.
    Così il mio teatro ora ha una “locandina” nel tuo. Come l’inizio di una piccola rete di teatranti.
    A presto,
    A.

  7. inciampospesso

    seguendo le tracce lasciate dalla buona fatina di sopra, sono arrivata – ben contenta – fin qui, per scoprire la triste storia di una figura che mi ha fatto ridere solo mettendosi sul mio schermo.

    Per questo moridere è assolutamente la chiusura migliore possibile.

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