Un’ombra fuggitiva di piacere

2007_11_16 Kavafis

“Questo libretto di traduzioni non pretende di approfondire alcunché della poesia di Kavafis, un messaggio che resta enigmatico, per i suoi molti strati: si offre semplicemente come, attraverso la sua, con estratti da un corpus sezionato, vettore di poesia, di cosmo poetico, ai tanti cercatori sconosciuti che possono riceverne aiuto (che per essere aiuto vero deve potersi esotericamente chiamare illuminazione).
Tenerlo come un breviario a portata di mano e, se si è in grado, leggere parallelamente il testo kavafiano e la mia versione, che vorrebbe fissarne la piccola sezione tradotta in una sua propria, autonomamente significante, lingua poetica. Entrambe, greco e italiano, siamo lingue di tramonto del Tramonto (l’Occidente), lingue in perdita d’anima, che tra un po’ cesseranno di essere comprese, salvo per luoghi comuni. Entrate nel baraccone magico finché siete in tempo o non cisaranno, per voi, che dei gesti, dei gesti di muti o di balbettanti.


S’intende che, per trattenere il poetico del testo, il lavoro del traduttore in versi non è di trasposizione ma di scrupolosa ri-creazione. Tradurre poesia è creare un nuovo verso, una diversa musica. La ricerca stessa di luce dell’autore va rimessa in cammino, proseguita con altre parole. Questo, nel tradurre, io l’ho fatto sempre, imparandolo dai molti anni impiegati a rendere in versi italiani la lingua sacra del Vecchio Testamento.
[…] La presente radunata di scelte non segue nessuna traccia. Ma una traccia non escluderei mi sia stata preparata, in occulto, dal dito solito del Caso, perché ora ci vedo, nel licenziare il libellum, una certa coerenza di struttura (lascio a chi vorrà vedercela di confermarlo per sé), creata forse, più che dai contenuti stessi, dall’energia linguistica stregante dell’artista: questi suoi stichi greci d’Alessandrino sono, per chi abbia a guidarlo nel labirinto il suono, irresistibili. Infatti cominciai a tradurre per primo il Kavafis che più mi attirava, per il suono, per il ritmo, ad impararlo a memoria: testi che ancora, con lacune che ahimé si allargano, posso ripetere a memoria in un neogreco non tralignante.”

(Guido Ceronetti, marzo 2004)

* * *

Le finestre

Per queste stanze buie giro giro…
E trascino i miei giorni irrigiditi
Cercando le Finestre. Oh conforto,
Se mai una si aprisse!
Ma qui
Non ci sono finestre. O mi è impedito
Trovarle.

Meglio, forse, così; mai uno squarcio.
Tutto potrebbe farsi, se irrompesse
La luminosità, più cupo.
Muterebbero
Tante cose: spunterebbe
Qualche nuova oppressura.

[1903]

* * *

La città

Altra terra e altro mare sospiravi.

-Trovare una Città, un supremo approdo,
Da contrapporre a questa, dove incombe
Su ogni mia passione una condanna
Già prima emessa, e sul mio cuore pesa
Come una tomba…
Mi pare essere un morto!
Anima mia, tanto disfacimento
Come puoi contenere? Dovunque io qui posi
Lo sguardo e aggiri gli occhi, in rottami
Anneriti la frantumata vita
Mia, eccola. In questo occupai gli anni:
A mutarla in deserto, a stroncarla.-

Il Luogo insolito, la Sponda ideale
Afferrarli non puoi. Un inseguito
Della città tu sei. Un deambulare
Per trite vie il tuo. Nei ribaditi
Spazi di quel quartiere farti vecchio,
incanutire tra stanze consuete.
Ogni Altrove non è che questa riva,
Questa città. Inutilmente speri
Un altro porto per la tua nave,
Un altro sbocco pr la tua strada.
Come l’hai ridotta a rovina in una minima
Striscia di mondo, non c’è immensità
Che non rifletta della tua vita
Lo strazio che ne hai fatto, irreparabile.

[1910]

* * *

Il dio abbandona Antonio

Quando tra musiche incantate udrai
Un bisbigliare di corteo invisibile
A mezzanotte sorgere, e svanire;
Sul tuo destino arreso, le fallite
Tue azioni, la vita tutta
Persa, che immaginavi – non fare
Pianti senza costrutto

E’ Alessandria, che parte; tu salutala
Come pronto da tempo, come un forte.
Non dire sto sognando, allucinato
E’ il mio orecchio… Questo inganno
Tròncalo, speri invano

Come pronto da tempo, come un forte
(Questo è degno di te, che meritasti
Tale città in dono) va’ sicuro
Alla finestra e trepidando ascolta,
Senza i rimpianti e le suppliche dei vili

Manda un addio a quella che tu perdi,
Ad Alessandria; dagli incantati
Strumenti e suoni del divino tìaso
Un’estasi verrà, per te, suprema.

[1911]

* * *

Mezz’ora

Mio non sei stato, né mai sarai,
Credo. Fu l’altro ieri:
uno sfiorarsi al bar, dirsi qualcosa,
Niente di più; e già la pena provo
Del rimpianto, confesso. Ma c’è talvolta
In noi dell’Arte, di mente tale eccesso
Che un’ombra fuggitiva di piacere
Trasformiamo in sostanza, ne facciamo
Realtà palpabile. Così fu al bar,
L’altro ieri: complice in me una
Ubriacatura misericordiosa,
In rapimento erotico ho vissuto
Per mezz’ora, assoluto…

(Devi averlo capito: sei rimasto
Apposta un po’ di più). Ma quanto,
Oh quanto necessario fu il guardarti
Nelle labbra, e il corpo tuo accanto
Avere al mio… Concesso
Non m’avrebbero un tale incanto
Vertigine d’alcool, sogno,
Pur tanto forti, mai…

[1917]

2007_11_16 Kavafis2

 

Nel mese di Athir

Decifro a stento l’antica lapide:
SI[GNO]RE GESV CRISTO…
Un PSIC[H]E viene fuori. E poi:
NEL ME[SE] DI ATHIR / LVCIO
SI ADDORMENTO’. Quanto all’età,
Al VIS[SE] si accompagna un Kappa Zeta;
Fu in ben giovane età quel suo
Addormentarsi: ventisette anni.
Tra lo sfacelo mi appare
La sua nascita ALESSANDRINO.
Seguono tre linee a brandelli;
E tuttavia parole come L[A]CRIME
NOSTRE/DOLORE ne ricavo
E ancora LACRIME e PER [N]OI SVOI AMI[CI]
GRANDE LVTTO. E così penetro
L’immensità di amore
Che Lucio suscitò.
Era il mese di Athir:
E Lucio si addormentò.

[1917]

* * *

Dalle nove

Dodici e mezza. l’ora è trascorsa in fretta.
La mia lampada è accesa dalle nove.
E siedo qui, senza leggere, né una
Parola dire. Con chi
In una casa tutta solitudine
Parlare?

Il simulacro del corpo mio
Nel suo fiorire, alla lampada è venuto
Quando alle nove l’ho accesa
E mi ha cercato. Le profumate
Camere chiuse mi ha rievocato
Dove indicibili audacie
Del godimento passarono;
E strade che oggi più non riconosco
Ritrovi gremiti ed eccitati non più esistenti
I teatri e i caffè di un tempo
Mi ha negli occhi riacceso

Il simulacro del corpo mio
Nel suo fiorire, è venuto qui,
Di memorie luttuose mi ha coperto:
Le morti dentro casa, le vite perse,
Gli affetti dei miei cari, i sentimenti
Dei morti, che mai ebbero
Un qualche peso

Dodici e mezza. Le ore come passano.
Dodici e mezza. Quanto passare d’anni.

[1918]

* * *

Malinconia di Iason di Cleandro
poeta in Commagène (595 d.C.)

Oh l’orribile squarcio di coltello!
Il mio corpo, la mia figura invecchiano!
Non ho la forza di soffrirlo. E a te ricorro,
Che a volte medichi, Arte di Poesia;
Stordiscimi
Per mezzo dell’Immagine sonora,
Tanto dolore

Oh l’orribile squarcio di coltello!
I tuoi rimedi, subito, Poesia:
Darò un poco, alla piaga, di torpore.

[1921]

* * *

Konstantinos Kavafis
da Un’ombra fuggitiva di piacere, a cura di Guido Ceronetti
Milano, Adelphi, 2004

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 16 novembre 2007 su CeronettiGuido, Con parole d'altri, KavafisKonstantinos. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Una indovinatissima immagine quella della mano marmorea per accompagnare la poesia del grande Kavafis. Ottima e garbatamente fuori moda anche l’opzione Ceronetti.
    Ciao Alex Sisifo
    e grazie per l’offerta ‘formativa’ 🙂
    Antonio

  2. alessandromelis

    Caro zio Diamine,
    grazie del passaggio e dell’aver apprezzato.
    Amo il dolore levigato di Kavafis, amo il collezionismo linguistico di Ceronetti. Il loro incontro mi è sempre parso uno di quei duetti impossibili che ogni tanto, per fortuna e sorprendentemente, accadono.

    A presto,
    A.

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