Archivio mensile:dicembre 2007

La morte bella

19 Santostefano

Poi vidi genti accese in foco d’ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sè pur: “Martira, martira!”.

E lui vedea chinarsi, per la morte
che l’aggravava già, inver’ la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando all’alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a’ suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà disserra.

Quando l’anima mia tornò di fori
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.

Pg XV 106-117

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Isole

Teoria della Sicilia

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi.
Ogni isola attende impaziente di inabissarsi.
Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza.
Un’isola può sempre sparire.

Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile.
Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio.
Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione.
L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere
rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale.

La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia.
Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere,
egli vive come chi non vorrebbe vivere:
la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori
ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda.

Vanità delle vanità è ogni storia.
La presenza della catastrofe nell’anima siciliana
si esprime nei suoi ideali vegetali,
nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana.

La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico.
Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.

(Manlio Sgalambro)

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Dono d’inverno

17 donodinverno

Vedere. L’istante in cui un possibile senso si svela, un grido silenzioso e insinuante percorre la crepa sottile aperta lungo l’avaria delle certezze, e un sentire freddo e lucente (impassibile, feroce, meticoloso) è un coltello che con rapida calma sminuzza anche le ultime schegge del nostro guardare ormai sfuggito dagli occhi, e ridotto in frantumi.
Inatteso germoglio di idee, come erbe da spremere in farmaco che può essere cura o veleno, l’intuizione è un risveglio, una trappola, un lampo notturno, inevitabile e casuale come i fantasmi del sogno. Ci sorprende nell’inesauribile dubbio di essere sfondo di un pensarsi delle cose, nel sospetto di una nostra sostanziale irrilevanza a un pensiero pensato in e non da noi.
Ogni nostro pensare dovrebbe inquietarci di un’origine che si perde nelle profondità abissali di un io insondabile, in cui l’idea è barbaglio istantaneo, lucida scheggia di ghiaccio, affilata e abbagliante.
E lungo il labirinto della memoria, districato a ritroso, torniamo a quel centro, a quell’algebra che ci giustifica, come se ogni senso ruotasse nell’orbita di un solo istante tagliente.
In attesa del prossimo sogno d’inverno a cui tutto si annoda.

(da un’inedita impostura)

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Egon Schiele: il corpo estraneo

Non è infrequente, nella sproporzione di alcune privilegiate esistenze, che l’amore – una forma ossessionata dell’amore – precipiti nel morbo, nello sfregio, nell’orrore. Non è infrequente che un artista, scoperta la propria ossessione, la persegua fino alla dolorosa necessità di distruggerla.

L’ossessione di Schiele è il corpo umano, il tragico supporto del nostro stare al mondo, esposto in una nudità che ne accentua la vocazione alla sconfitta. Monco, disarticolato, sempre colto in un istante isterico. Carne livida e distorta, quasi in procinto di sciogliersi, già viva, nella verde cancrena di cui si nutre il verme.
Niente di gioioso nei corpi che pretendono l’abbraccio, che sembrano afferrarsi nel terrore di perdersi. Niente di fertile nelle carni nude che si abbandonano all’amplesso come si accetta la condanna ad un patibolo. Persino il ventre gonfio di una donna incinta sembra preludere a un non-nato: le braccia appese, ad angolo, la testa verde e reclinata obbediscono alla necessità di una condanna. Una marionetta nuda e crocifissa è la madre, la cui pancia gravida del feto non è che verde sfera, malata e tumorale.

13 Schiele1

 Nudo di donna incinta, 1910

Schiele ama il disegno con un ardore che somiglia all’odio. Disegna come si pugnala, a colpi fermi. Perché la vita che vuole uccidere sul foglio non gli sfugga.
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POP!

12 POP

Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un’opera sobria e precisa, senza soggetto. L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionista) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti secondo il vento limpido della sensazione del momento. Qualunque opera pittorica e plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili.

T. TZARA, dal Manifesto Dada, 1918

Tutti sanno infatti che i folli devono il loro internamento a un piccolo numero di atti legalmente reprensibili e che senza questi atti la loro libertà (ciò che si vede della loro libertà) non sarebbe messa in discussione.

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