Egon Schiele: il corpo estraneo

Non è infrequente, nella sproporzione di alcune privilegiate esistenze, che l’amore – una forma ossessionata dell’amore – precipiti nel morbo, nello sfregio, nell’orrore. Non è infrequente che un artista, scoperta la propria ossessione, la persegua fino alla dolorosa necessità di distruggerla.

L’ossessione di Schiele è il corpo umano, il tragico supporto del nostro stare al mondo, esposto in una nudità che ne accentua la vocazione alla sconfitta. Monco, disarticolato, sempre colto in un istante isterico. Carne livida e distorta, quasi in procinto di sciogliersi, già viva, nella verde cancrena di cui si nutre il verme.
Niente di gioioso nei corpi che pretendono l’abbraccio, che sembrano afferrarsi nel terrore di perdersi. Niente di fertile nelle carni nude che si abbandonano all’amplesso come si accetta la condanna ad un patibolo. Persino il ventre gonfio di una donna incinta sembra preludere a un non-nato: le braccia appese, ad angolo, la testa verde e reclinata obbediscono alla necessità di una condanna. Una marionetta nuda e crocifissa è la madre, la cui pancia gravida del feto non è che verde sfera, malata e tumorale.

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 Nudo di donna incinta, 1910

Schiele ama il disegno con un ardore che somiglia all’odio. Disegna come si pugnala, a colpi fermi. Perché la vita che vuole uccidere sul foglio non gli sfugga.
Ha imparato rapidamente che il segreto del tragico è nell’omissione. Nel dettaglio trascurato, ad arbitrio, nella porzione non detta dello sguardo. Nella sottrazione consapevole, metafora precoce dell’oblio. Apprende a non trascurare neanche il processo simmetrico e contrario: la scelta, il dettaglio che l’arbitrio seleziona, isolato in una campitura neutra, che ne evidenzia l’attitudine a divenire spettro. Volti sospesi nel nulla. Dettagli galleggianti in uno spazio di freddo bianco, che ricorda la tenebra.
Ritrae un giovane ragazzo di buona famiglia, come si conviene, con grazia quasi ottocentesca. Ma lo veste di una camicia non disegnata, gridata in poche svelte pennellate, in cui il vuoto suggerisce la bestemmia, e chiude in basso con due mani sguaiate e verminose, in pessima grafia, come due ragni stecchiti sopra un muro.

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Ritratto della sorella di Schiele, Gerti, 1910
Ritratto di ragazzo (Herbert Rainer), 1909-1910
Nudo maschile seduto visto di spalle, 1910

Ma aprire il vuoto dentro una camicia non gli basta. Costringe il corpo a farsi sacerdote del proprio vacuo, fino all’obbligo di un impossibile abbraccio. L’arto del nudo s’incurva intorno al bianco, enorme cornice del nulla. E lo sforzo è tale da mettere in piena luce il rosario sanguigno delle vertebre. L’uomo è qui nient’altro che sezione anatomica, dettaglio macabro in cui la pornografia imprevedibilmente incontra la macelleria.
Sembra che per Schiele il corpo non sia altro che un progetto di cadavere. Nel nudo maschile disteso, il frammento di corpo visibile non conserva più niente del vivo. Senza piedi, senza braccia, un rosso di sangue venoso rappreso lo scontorna. Forse quel rosso è solo un accenno di sfondo, ma il pallore del volto esangue che scompare in un angolo, spento, suggerisce una fatale emorragia E al centro di tutto, il sesso, livido e floscio, non è altro che un cuore sventricolato.

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Nudo maschile disteso, 1911

Schiele tenta anche altri soggetti, ma non disegna che corpi. Non si sfugge ad una vocazione.
La sua è di trasformare ogni oggetto in corpo, e in orrore di corpo.
Nei paesaggi, nelle vedute di montagne, si intuisce la necessità del torcere, l’inesaurita esigenza di una materia molle. La montagna è solo una disperata forma minerale della pace. Un bisogno che sfuma nel miraggio. Persino i fiori diventano sotto i suoi colpi pezzi d’anatomia vegetale. Foglie e petali a brani. Un petalo di margherita, per la matita di Schiele, è solo un altro frammento dell’angoscia.

Schiele disegna come se negasse.
È normale che ogni autoritratto sia un suicidio: detestandosi, si adora.
Il doppio ritratto è la forma più semplice per rappresentare la propria doppiezza: la sfrontata sicurezza di chi ha intuito l’assurdità di ogni forma, insieme all’orrore della scoperta, del guardarsi fitto negli occhi distorcendo le mani. Del guardarsi allo specchio e non saper controllare una smorfia che non è solo del volto, ma scende lungo le clavicole fino alla punta acuminata del gomito, e all’ogiva callosa delle anche.

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Doppio autoritratto, 1910
Autoritratto con la bocca aperta, 1910
Nudo maschile seduto (autoritratto), 1917

Dal basso, raccolto in un proprio personale olocausto, offrendo la propria nudità come si indossa un martirio, Schiele si guarda sfidandoci. E la sfida è riuscire ancora a guardarci allo specchio senza odiare questo nostro imbarazzante fratello corpo estraneo.

Alessandro Melis
(Nuoro, 7 dicembre – Oristano, 8 dicembre 2007)

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 8 dicembre 2007 su Articoli, per così dire, Mostre, SchieleEgon. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. Vola sempre alto l’aliante della critica d’arte del nostro Alex. Qui si cimenta col più che problematico Egon Schiele e ne balza fuori meravigliosamente indenne. C’è di che esserne felici. Profitto spudoratamente per porgergli una domanda:secondo te, Alex, si può parlare di una parentela di Schiele con Lucien Freud? Mi pare che l’alone ‘cadaverico’ e i tratti nevrotici del segno imparentino i loro nudi…
    Antonio Fiori

  2. alessandromelis

    Non conosco bene Freud, anche se mi è capitato qualche volta sotto gli occhi. Credo comunque che la parentela che tu hai visto ci sia. Nel senso di un Schiele archetipo ben presente aFreud, sia nelle pose disarticolate che nei tratti violenti e distorti.
    Per il mio gusto, tuttavia, Freud esagera, mette troppo. Troppi tratti nel disegno, troppa massa cromatica nel dipinto. La grande forza di Schiele è nella capacità di “togliere”, fino a lasciare, scarno e quasi repellente, solo il tratto necessario.

    Grazie della visita, caro mio Fiori. Sempre presente a sostenere i miei esperimenti. Sempre acuto e stimolante nei commenti.

    A presto,
    A.

  3. PLAGIO!!!!!!
    “mio Fiori” è copyright della sottoscritta!
    Tanto per criticare un pochino questo tuo eccellente post su Schiele. Io potrò raccontare com’era il tuo volto di fronte ai quadri.

  4. alessandromelis

    Chiedo scusa e mi cospargo il capo di cenere e non lo faccio più e saprò conquistarmi la vostra fiducia amen.

    In ginocchio sui ceci, trovati malgrè la fainè, attendo l’ambito ritratto.

    A.

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