Dono d’inverno

17 donodinverno

Vedere. L’istante in cui un possibile senso si svela, un grido silenzioso e insinuante percorre la crepa sottile aperta lungo l’avaria delle certezze, e un sentire freddo e lucente (impassibile, feroce, meticoloso) è un coltello che con rapida calma sminuzza anche le ultime schegge del nostro guardare ormai sfuggito dagli occhi, e ridotto in frantumi.
Inatteso germoglio di idee, come erbe da spremere in farmaco che può essere cura o veleno, l’intuizione è un risveglio, una trappola, un lampo notturno, inevitabile e casuale come i fantasmi del sogno. Ci sorprende nell’inesauribile dubbio di essere sfondo di un pensarsi delle cose, nel sospetto di una nostra sostanziale irrilevanza a un pensiero pensato in e non da noi.
Ogni nostro pensare dovrebbe inquietarci di un’origine che si perde nelle profondità abissali di un io insondabile, in cui l’idea è barbaglio istantaneo, lucida scheggia di ghiaccio, affilata e abbagliante.
E lungo il labirinto della memoria, districato a ritroso, torniamo a quel centro, a quell’algebra che ci giustifica, come se ogni senso ruotasse nell’orbita di un solo istante tagliente.
In attesa del prossimo sogno d’inverno a cui tutto si annoda.

(da un’inedita impostura)

 

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Pubblicato il 18/12/2007 su Con parole mie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. PannychisXI

    Ecco.

  2. E’ la terza volta che passo, che leggo, che frastuono dentro tutto questo tutto bianco.

    C’è la neve Ale, e a neve non so dar sinonimi, io. Solo un contrario di sopravvivenza: mare.

    E’ una storia vecchia che m’afferra e che m’assale ogni volta davanti a quel gelato candore. E io, figlia d’abruzzese nato ai piedi del Gran Sasso, dove pure io ho passato molte infanzie natalizie, so solo che la neve scotta e che fa male. Non so il perché, so questo, so l’indicibile.

    In questo spazio, in questo luogo imbalsamato di nitore, deposito la mia -vedo, condivisa- tristolinezza: che sia brezza o sponda cui allacciarsi in nuovo nodo, poco importa, fai tu.

    Te lo dico con tutto questo bianco negli occhi. 🙂

    Una coltre d’abbracci.

    Rr

  3. alessandromelis

    Ecco.
    Uno pensa di aver scritto solo una riflessione sul riflettere, un dubbio sui meccanismi del pensiero, e invece…

    Troppe cose vorrei dire, qui, sulla rosa canina, su alcuni inverni, sugli occhi che avevo negli occhi quando scrivevo le mie imposture. Ma contravverrei all’obbligo che mi sono dato: a teatro non si spiega nulla. Si dice, e basta.

    Però.
    Io la neve da bambino l’ho vissuta solo una volta, nel famoso ottantacinque. Non si andò a scuola e si fece il pupazzo. Banali ricordi d’infanzia.
    Il mio amore profondo per la neve è venuto dopo, è adulto, anche se il desiderio di freddo è congenito.
    E’ un dato di fatto: nel freddo penso meglio, tutto è lucido, chiaro, disarmato. Per questo è terribile e bruciante, credo. Mentre il caldo si addice al sogno, alla profezia, e alla consolazione.

    Mi tengo cari entrambi, la neve e il vulcano. Perchè non amo risolvere i contrasti, temperare gli spigoli, sciogliere gli enigmi. Mi piace dichiararli.

    Ed è per questo, credo, che ci diverte e ci uccide dare in giro come sberle le nostre tristezze.

    Mia cara Rita, mi spiace di averti immalinconito, ma ognuno di noi trova se stesso nelle cose che guarda, che sente, che legge. E già questo è un elaborato modo di stringere un nodo.

    Un abbraccio,
    A.

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