Archivio mensile:febbraio 2008

Regalo di compleanno

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Il teatro della lucciola (2)

Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. Non potevo subito pensare a un ritorno delle lucciole, dopo tanti anni che erano scomparse. Erano ormai un ricordo: dell’infanzia allora attenta alle piccole cose della natura, che di quelle cose sapeva fare giuoco e gioia.

Le lucciole le chiamavamo cannileddi di picuraru, così i contadini le chiamavano. Tanto consideravano greve la vita del pecoraio, le notti passate a guardia della mandria, che gli largivano le lucciole come reliquia o memoria di luce nella paurosa oscurità. Paurosa per gli abigeati frequenti. Paurosa perché bambini erano di solito quelli che si lasciavano a guardia delle pecore. Le candeline del pecoraio, dunque. E ogni tanto ne prendevamo qualcuna, la tenevamo delicatamente chiusa nel pugno per poi aprirne a sorpresa, tra i più piccoli di noi, quella fosforescenza smeraldina.

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Il teatro della lucciola (1)

Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e sfolgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta.)
Quel «qualcosa» che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque «scomparsa delle lucciole». […]

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Ascesa al Carmelo

Boris Pasternak
Le Onde

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Prima della giostra

Il matto a carnevale
E va bene, qualcuno dovrà pur dirlo
che il saturnale non è santo
tanto il matto chi l’ascolta
nella città che ignora il pentimento
– salvo nelle notti di luna
se l’ombra bianca ha voce di ululato – ?
 
Ma il matto non è idiota:
c’è una bella differenza
tra il mettere parole in fila a caso
– la rima è vuota, gira, gira la ruota –
e il sentire nelle cose un ordine sgrammaticato
una nota di fondo che risuona
nel mondo, e se nessuno la sente
abbaiare costante nelle cripte della mente
che colpa ne ha il matto?
Ascolta, fedele come il cane
che muore o morirebbe per salvare
chi gli dà il pane.
 

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