bella, ciao

 Gino Fantini (25 settembre 1924 – 23 luglio 1944), partigiano, ventenne

E ieri, proprio ieri, è stata la volta del viale di pioppi. Sono venuti alcuni violenti armati di scure e di sega, e hanno cominciato la strage. Mi sono avvicinato, e ho riconosciuto fra essi Brighella, il figlio di Barcarola, che si apprestava a vibrare il primo colpo. «Brighella, gli ho detto timidamente, taglierete soltanto gli alberi vecchi?». Si è voltato verso di me con gli occhi iniettati di sangue: «Non lasceremo neanche una radice», mi ha risposto. Allora sono tornato a casa, ho chiuso le imposte per non sentire lo schianto degli alberi che crollavano, e in memoria di tutti gli uomini che muoiono, di tutte le piante che cadono, di tutte le cose che finiscono, ho riletto il canto del dolore e della speranza: «De Profundis clamavi ad te, Domine». [Salvatore Satta]

Non so se sono pochi
o troppi vent’anni, per morire
tra i piedi gonfi di una vecchia patria
uccisa tra le grida inascoltate
dei pochi ch’erano rimasti a piangere
sugli ultimi alberi abbattuti.
Vent’anni aveva, o pochi più, zio Pietro,
quando lo ha preso quel vento di mitraglia
da qualche parte, sulle montagne stanche
della Venezia Giulia.
Zio Pietro è morto all’ombra di altri monti
col fazzoletto rosso stretto attorno al collo,
soldato fuggitivo, partigiano.
E io mi illudo che sia stato largo
e caldo, come un abbraccio liberante,
quel suo morire altrove, quello strazio
di carni e di pensieri, rimasti a germogliare
sopra una terra nuova.
Mi illudo che corresse a liberare, a ripulire
dalle muffe e dai vermi i nostri simboli,
che rinascesse in quella folle corsa
di battaglie e inutili dolori
l’Italia liberata, che schiudesse
gli occhi viola di pianto, dopo la notte triste.

 
E se oggi ritornano
i canti marci delle meretrici,
e le vane menzogne, e le rivalse
tardive delle viltà sconfitte,
se oggi tornano a ucciderlo di nuovo,
Zio Pietro io lo salvo
nel cuore lucente di una gemma,
nel nome di mia madre,
e in queste poche povere parole
nude, repubblicane, antifasciste.

(Alessandro Melis – Firenze, 2 giugno 2005, festa della Repubblica)

* * *
Nota: Tre cose.
Prima cosa. Mia madre si chiama Piera in memoria di zio Pietro, mai tornato. Finchè le persone e le cose possiedono i loro nomi, la memoria non si può ingannare.
Seconda cosa. Non amo la scrittura impegnata, ma vi sono circostanze in cui questa sguaiatezza è, in parte, giustificata. Temo che questi giorni, e i prossimi, appartengano a questo genere di circostanze.
Terza cosa. Questo testo ha tre anni, dunque è antichissimo. Mi sembra terribile che si adatti perfettamente alla cronaca, oggi. Si torna a negare, a rivedere, a confondere. Non cambia niente. Niente cambia, mai.

Ho ceduto all’impegno. Mi perdonino i poeti. Mi detestino, sempre, tutti gli imbecilli.

 

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Pubblicato il 25/04/2008 su Con parole mie, Politica, per così dire. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. noirdespire

    Non credo ci sia mai niente di vecchio in un testo poetico. La poesia non ha tempo, nemmeno quando è “impegnata”, vale la pena raccontare per ricordarsi e ricordare…

  2. alessandromelis

    Non sono mai contento dei miei testi poco formalizzati, e la rabbia di quel 2 giugno lontano non ha certo aiutato l’equilibrio formale di questo testo. Ma qui la forma non conta più tanto. Forse anche un urlo possiede una sua grazia.

    Sempre bello averti a teatro.
    A presto,
    A.

  3. LuisellaPisottu

    Torno a trovarti, e resto sconvolta dalla forza di questo tuo testo. E la foto e la citazione.
    Sono senza parole Alessandro.
    Grazie.
    Luisella

  4. alessandromelis

    Cara Luisella, grazie. Di essere venuta a trovarmi e di ciò che scrivi. Questo testo è amore e rabbia quasi senza mediazioni.
    Sono felice se coglie nel segno, malgrado la sua rudezza.

    Un caro saluto,
    A.

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