paradossi dello sguardo (4) – Émile Cohl


Senza di lui non ci sarebbe stato Walt Disney. Non ci sarebbero stati i Fleischer, con Braccio di Ferro e Betty Boop, né Bugs Bunny targato Tex Avery. Il disegno animato festeggia quest’ estate il suo primo secolo e il suo inventore, Émile Cohl, francese come il resto della trinità del grande schermo: i Lumière, nel 1895 padri del cinema, e Georges Méliès, nel 1896 nonno del fantasy.
Il 17 agosto 1908 è la data del primo cartoon, Fantasmagorie, battesimo di Fantoche, antenato di Topolino. Minuscolo, infantile nell’ indole e nei tratti – un cerchietto, gambe e braccia a bastoncino – il prototipo dei futuri eroi a matita diventa l’icona di Cohl, jolly ricorrente nei suoi corti animati, lesto e strampalato in gesti, stratagemmi e trasformazioni. Fantoche è un pupattolo elementare ma il lapis che lo disegna è d’un veterano.


Caricaturista affermato, paroliere, fotografo, fumettista, membro, con Toulouse-Lautrec, di “Les Incohérents”, sodalizio giocherellone, pre-Dada, Cohl ha 51 anni quando regala il primo guizzo a Fantoche. Mesi prima, l’autore s’era presentato alla Gaumont indignato, perché gli avevano rubato un’ idea. E la Gaumont, con lungimirante risarcimento, l’assume come soggettista e sceneggiatore, attività dove l’artista rapidamente si ritaglia un angoletto ancor più creativo, tra le adorate matite, da cui schizza Fantasmagorie.
L’ inizio del film è quasi documentario: la mano dell’ autore che disegna su un foglio la figurina di Fantoche. Ma, come un pinocchietto bidimensionale, sfuggito alle dita del suo Geppetto a matita, Fantoche s’infila subito in un groviglio di fantasie grafiche, ottenute, per la prima volta nella storia, col sistema del “passo uno” – cioè “image par image” – rimasto inalterato fino a oggi, nonostante i successivi perfezionamenti tecnici e le attuali scorciatoie elettroniche.
Fantoche assorbe dalle comiche del cinema dal vero il gag d’ avvio – seduto al cinema si ritrova davanti un donnone dall’ enorme cappello pennuto, che subito sforbicia e spiuma – ma poi, non pago di peripezie troppo realistiche, si butta a capofitto nel gioco di mutazioni inattese e surreali: diavoletto a molla che rimbalza dentro una bottiglia subito mutata in fiore, poi in elefante e condominio dove Fantoche trova rifugio inseguito da un poliziotto, prima di rompersi in mille pezzetti e essere “rianimato” dal suo creatore.
Al di là delle sorprese visive, o visionarie, tese a far colpo sul pubblico a bocca aperta delle origini, la novità di Fantasmagorie è la sua velocità, già da spot dei nostri giorni. La mini-apocalisse d’ esordio non richiede che 36 metri di pellicola: 2 minuti in tutto.
Ritmo febbrile e metamorfosi, con frequenti viavai tra riprese dal vero e disegno animato, saranno le costanti dei corti di Cohl, trecento in una manciata d’ anni, di cui solo una sessantina sopravvissuti o ricostruiti, pezzetto per pezzetto, come Fantoche, con ricuciture e restauri a staffetta tra cineteche amiche. Un inedito campionario, proveniente dalla Cinémathèque Francaise di Parigi, è visibile dal 10 giugno per tutta l’ estate nell’ampia mostra curata da Maurice Corbet al Musée-Château d’ Annecy, evento del Festival International du Film d’ Animation, che dissemina la nuova edizione (9-14 giugno) d’ omaggi al cinema animato delle origini, condotti dal direttore artistico Serge Bromberg. La retrospettiva di Annecy, integrata da due monografie, “L’esprit Cohl” (Editions de L’oeil) e “L’inventeur du dessin animé” (Omniscience), restituisce al pioniere a matita i meriti non soltanto di iniziatore ma anche di primo grande maestro dell’animazione, esplorata e sviluppata da Cohl in tutta la sua gamma tecnica e espressiva: non solo il disegno, ma pure l’animazione degli oggetti, della sabbia, dei pupazzi (l’odierna “stop motion”) o addirittura gli interventi diretti sulla pellicola. Un’ autentica fantasmagoria di forme e stili nei terreni ancora vergini della settima arte. Una féérie inventiva, solidale con la fiammata di trucchi e magie dell’ altro maestro visionario delle origini, Georges Méliès: unito a Cohl da un destino d’ oblio precoce e dalla morte, in povertà, a distanza d’ un giorno – Cohl a 81 anni, Méliès a 77 – nel 1938. L’ anno del trionfo sugli schermi del pianeta di “Biancaneve”, con cui Walt Disney aveva dato al disegno animato un destino non solo d’ arte ma d’ industria.

MARIO SERENELLINI – La Repubblica – 04 giugno 2008

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Nota: Vi prego, non pensate che io voglia dimenticarmi dell’orrore che ci circonda, rifugiandomi in questi sguardi nostalgici sul cinema dei primordi. D’animazione, per giunta.
Credo che quest’arte paziente, migliaia di disegni per pochi secondi di proiezione, nascondesse un’idea dell’esistenza piena di significato. L’impegno per un progetto, la fedeltà ad un’idea. Fosse anche solo il dono di un minuto sorprendente all’occhio di chi guarda. L’arte vera non è mai disimpegnata. Ha sempre un’apertura generosa, che forse oggi – nei tempi dell’arte rarefatta e solitaria – non ci appartiene. Forse l’arte castigata in casta ha una parte di responsabilità nella creazione dell’orrore.

 

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[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 7 giugno 2008 su CohlEmile, Con parole d'altri, Cose belle, Mostre, Occhio. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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