ai poveri pane, ai poeti pace

2009_11_04 Pasolini

IV
AL PRINCIPE

Se torna il sole, se discende la sera,
se la notte ha un sapore di notti future,
se un pomeriggio di pioggia sembra tornare
da tempi troppo amati e mai avuti del tutto,
io non sono più felice, né di goderne né di soffrirne:
non sento più, davanti a me, tutta la vita…
Per essere poeti, bisogna avere molto tempo:
ore e ore di solitudine sono il solo modo
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono
vizio, libertà, per dare stile al caos.
Io tempo ormai ne ho poco: per colpa della morte
che viene avanti, al tramonto della gioventù.
Ma per colpa anche di questo nostro mondo umano
che ai poveri toglie il pane, ai poeti la pace.

* * *

XII
A UN PAPA

Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma, che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco, intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perchè esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava: «Fuori dai coglioni!»
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino…
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.

 

Pier Paolo Pasolini
da
Umiliato e offeso. Epigrammi (1958)
in La religione del mio tempo, Milano, 1961

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Pubblicato il 04/11/2008 su Con parole d'altri, PasoliniPierPaolo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. PannychisXI

    Siccome capita che già uno ha problemi a scrivere qualcosa di decente e pure sta piovendo che saprai ci mancava solo questa tua scelta meravigliosa di pubblicazione per farmi sentire una che le penne è meglio solo se le ruba e poi le perde.
    Bacio.

  2. alessandromelis

    Lo so, Pizia lo so.
    Ma è solo la pioggia, non ti preoccupare.
    [E forse, per scrivere della grande poesia civile servono anche figure eroiche del male, a cui contrapporsi. Noi abbiamo a disposizione solo fantocci. Per scrivere poesia civile serve vero sdegno, non assoluto disprezzo. Te lo immagini, scrivere un epigramma contro Cicchitto? Sono tempi duri.]
    Bacio anche a te.

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