un altro addio

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Harold Pinter
premio Nobel per la Letteratura 2005
(Londra, 10 ottobre 1930 – Londra, 24 dicembre 2008)

* * *

Nel 1958 scrivevo:
“Non ci sono forti differenze tra ciò che è reale e ciò che è irreale, nè tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente o vera o falsa, può essere entrambe: vera e falsa.”
Credo che queste affermazioni abbiano ancora un senso e che possano ancora essere applicabili all’osservazione della realtà attraverso l’arte. Come scrittore dunque, concordo con queste parole, ma come cittadino non posso. Come cittadino devo chiedere: Cosa è vero? Cosa è falso?

[1. La verità nel teatro]

Nel dramma la verità è sempre sfuggente. Non la scorgi mai facilmente, ma la ricerca è ineludibile. La ricerca guida naturalmente l’impegno. La ricerca è il tuo compito. Molto spesso riguardo alla verità brancoli nel buio; ti imbatti in essa, o ne intravedi appena un’immagine o una forma che sembra corrispondere alla verità, spesso senza renderti conto che tu stesso l’hai resa reale. Ma la verità, quella autentica, è che non c’è una sola verità da trovare nell’arte drammatica. Ce ne sono molte. Queste verità si sfidano a vicenda, si allontanano a vicenda, si riflettono a vicenda, si ignorano a vicenda, si infastidiscono a vicenda, sono insensibili l’una all’altra. A volte ti sembra di avere tra le mani la verità di un momento, ma poi ti scivola dalle dita ed è persa.

Mi hanno spesso chiesto come nascono le mie commedie. Non lo posso dire. Né posso sempre riassumere le mie commedie, tranne per dire che questo è ciò che è accaduto. Questo è quello che loro hanno detto. Questo è quello che loro hanno fatto.
La maggior parte delle commedie sono determinate da una riga, una parola o un’immagine. La parola data è spesso immediatamente seguita dall’immagine. Farò due esempi di due righe che mi sono venute improvvisamente in mente accompagnate da un’immagine, da me seguita.
Le commedie sono Ritorno a casa (The Homecoming) e Vecchi tempi (Old Times). La prima riga di Ritorno a casa è: “Cosa hai fatto con le forbici?” La prima riga di Vecchi tempi è: “Scuri”.
In ambedue i casi non ho altre informazioni.
Nel primo caso evidentemente qualcuno cercava un paio di forbici e chiedeva dove trovarle a qualcun’altro sospettato di averle presumibilmente rubate. Ma in qualche modo sapevo che la persona a cui si chiedeva se ne fregava sia delle forbici sia di chi porgeva la domanda.
“Scuri” è parola che ho scelto per descrivere i capelli di qualcuno, i capelli di una donna, e questa era la risposta ad una domanda. In ogni caso mi sono trovato costretto a proseguire il racconto. Ciò è successo visivamente, un’apparizione molto lenta, dall’ombra alla luce.

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Ho sempre iniziato una commedia chiamando i personaggi A,B e C.
Nella commedia, che poi sarebbe diventata Ritorno a casa, ho visto un uomo entrare in una stanza angusta e porre la sua domanda ad un giovane che seduto su un brutto sofà leggeva un giornale di corse. In qualche modo mi è venuto il sospetto che A fosse il padre e che B fosse suo figlio, ma non ne avevo le prove. Questo fatto fu comunque confermato un pò più tardi, quando B (diventato poi Lenny) dice ad A (diventato poi Max) “Papà, che ne dici se cambio tema? Voglio chiederti qualcosa. La cena che abbiamo fatto prima, qual era il suo nome? Come la chiami? Perché non compri un cane? Sei un cuoco per cani. Davvero. Credi di cucinare per molti cani”. Quindi, quando B chiama A “Papà” mi è parso ragionevole considerare che fossero padre e figlio. A era inoltre chiaramente il cuoco e la sua cucina non sembrava essere tenuta in grande considerazione. Questo significava che non c’era la madre? Non lo sapevo, ma, come mi sono detto allora, i nostri inizi non conoscono mai la nostra fine.

“Scuri”. Una grande finestra. Cielo della sera. Un uomo, A (diventato poi Deeley), e una donna, B (diventata poi Kate), seduti davanti a due drink. “Grasso o magro?” chiede l’uomo. Di chi stanno parlando? Ma dopo ho visto una donna, che stava davanti alla finestra, C (diventata poi Anna), sotto un’altra illuminazione, ho visto il suo dare loro le spalle e i suoi capelli scuri.

E’ un momento strano, un momento per creare personaggi che sino a quel momento non esistevano. Quello che segue è intermittente, incerto, persino allucinatorio, anche se a volte può essere una valanga inarrestabile. La posizione dell’autore è curiosa. In un certo senso non è benvenuto tra i personaggi. I personaggi gli resistono, non è facile convivere con loro ed è impossibile definirli. Di certo non puoi comandarli. Fino ad un certo punto partecipi con loro ad un gioco infinito, al gatto e al topo, a mosca cieca e a nascondino. Ma alla fine ti trovi nelle mani delle persone in carne ed ossa, persone con una propria volontà e con una propria sensibilità, fatti di parti che non puoi cambiare, manipolare o distorcere.
Perciò il linguaggio nell’arte rimane un’operazione altamente ambigua, un passaggio attraverso sabbie mobili, un trampolino elastico, una piscina ghiacciata che potrebbe cedere sotto di te, l’autore, in ogni momento.
Ma come ho detto, la ricerca della verità non si può mai interrompere. Non può essere rinviata o posposta. Bisogna guardare proprio lì, sulla scena.

Il teatro politico comporta una serie di problemi completamente diversi. Le prediche sono da evitare ad ogni costo. L’obiettività è essenziale. I personaggi devono essere lasciati liberi di respirare la propria aria. L’autore non può relegarli e costringerli a seguire i suoi gusti, disposizioni o pregiudizi personali. Egli deve essere preparato per avvicinarsi a loro da diverse angolazioni, da uno spettro di prospettive ricco e disinibito, forse talvolta deve prenderli di sorpresa, ma lasciarli liberi di andare per la propria strada. Questo non sempre accade. E la satira politica, di certo, non aderisce a nessuna di queste norme, infatti fa l’esatto contrario, il che è la sua funzione appropriata.

Nella mia commedia Il Compleanno (The Birthday Party) credo di aver inserito un’ampia serie di opzioni per operare in una fitta rete di possibilità prima di finire con il focalizzare sull’atto dell’assoggettamento.
Il Linguaggio della Montagna (Mountain Language) richiede un modo diverso di operare. Resta brutale, breve e sgradevole. Ma i soldati nella commedia ne traggono divertimento. Uno a volte dimentica di come le torture diventino facilmente monotone. Essi hanno bisogno di ridere un po’ per tirarsi un po’ su. Questo è stato di certo confermato dagli eventi ad Abu Ghraib a Baghdad. Il Linguaggio della Montagna dura solo 20 minuti, ma sarebbe potuto continuare ora dopo ora, ancora, ancora e ancora, lo stesso schema ripetuto incessantemente, ancora e ancora, ora dopo ora.
D’altro canto, Ceneri alle Ceneri (Ashes to Ashes) mi dà l’impressione che abbia avuto luogo sott’acqua. Una donna che sta per annegare, la sua mano che spunta tra le onde, sprofonda sino a sparire, raggiungendo gli altri, ma non trovando lì nessuno, né in superficie né sott’acqua, trova solo ombre, riflessi, onde; la donna come figura perduta in un paesaggio sommerso, una donna incapace di fuggire dalla rovina che sembra appartenere solo agli altri.
Ma se loro muoiono deve morire anche lei.

[2. La verità nella politica]

Il linguaggio politico, così come viene usato dai politici, non si avventura in nessuno di questi territori dato che la maggioranza dei politici, per ciò che possiamo vedere, sono interessati non alla verità bensì al potere e al mantenimento del potere stesso. Per mantenere questo potere è essenziale che le persone restino ignoranti, che vivano ignorando la verità, persino la verità delle proprie vite. Quello che ci circonda è dunque una rete di menzogne dal quale veniamo nutriti.

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Come ogni persona qui sa, la giustificazione dell’invasione dell’Iraq è stata che Saddam Hussein possedesse un pericoloso arsenale di armi di distruzione di massa, alcune delle quali in grado di colpire in 45 minuti, causando così una paurosa devastazione.
Ci era stato assicurato che era vero. Non era vero.
Ci è stato detto che l’Iraq aveva legami con Al Qaeda e che era complice delle atrocità dell’11 settembre 2001 a New York.
Ci è stato assicurato che era vero. Non era vero.
Ci è stato detto che l’Iraq era una minaccia per la sicurezza mondiale.
Ci era stato assicurato che era vero. Non era vero.
La verità è qualcosa di completamente diverso. La verità ha a che fare sul come gli Stati Uniti percepiscono il loro ruolo nel mondo e su come scelgono di incarnarlo. […]

Cosa è successo alla nostra moralità? Ce n’è mai stata una? Cosa significano queste parole? Si riferiscono ad un termine oggigiorno poco usato – coscienza? Una coscienza che ha a che fare non solo con le proprie azioni ma anche con la corresponsabilità delle azioni degli altri? Tutto ciò è morto?

Guardate Guantanamo. Centinaia di persone detenute senza nessuna accusa per oltre tre anni, senza rappresentazione legale o processo, detenuti, in pratica, per sempre. Questa struttura completamente illegittima viola la Convenzione di Ginevra. Non solo viene tollerata ma è stata ideata da quella che è chiamata “comunità internazionale”. Questo oltraggio criminale è commesso da una nazione che si dichiara “leader del mondo libero”. Pensiamo agli abitanti di Guantanamo? Cosa ci dicono i media al riguardo? Compaiono occasionalmente, un piccolo articolo a pagina sei. Sono stati consegnati ad una terra di nessuno dalla quale, nei fatti, potrebbero non tornare. Attualmente molti fanno lo sciopero della fame, vengono cibati a forza, cittadini britannici compresi. Nessuna attenzione nelle procedure di alimentazione forzata. Nessun sedativo o anestetico. Solo un tubo infilato nel naso e nella gola. Si vomita sangue. Queste sono torture. Cosa ha detto il ministro degli Esteri britannico al riguardo? Nulla. Cosa ha detto il primo ministro al riguardo? Nulla. Perché? Perché gli Stati Uniti hanno detto: criticare la nostra condotta a Guantanamo costituisce un atto non amichevole. O con noi o contro di noi. Quindi Blair tace.

L’invasione dell’Iraq è un’azione criminale, un atto di terrorismo di stato sfrontato, che dimostra disprezzo assoluto per il concetto di diritto internazionale. L’invasione è stata un azione militare arbitraria ispirata da una serie di bugie su bugie e ad una enorme manipolazione dei massmedia e, di conseguenza, dell’opinione pubblica; un atto mirato a consolidare il controllo militare ed economico americano in Medio Oriente, mascherato – come ultima risorsa,  non essendo andate a buon fine tutte le altre giustificazioni – come liberazione. Una tremenda testimonianza della forza americana responsabile di morti e mutilazioni di migliaia e migliaia di persone innocenti.
Abbiamo portato al popolo iracheno la tortura, le bombe a frammentazione, l’uranio impoverito, innumerevoli omicidi occasionali, miseria, degradazione e morte e lo chiamiamo “portare la libertà e la democrazia in Medio Oriente”.
[…] La morte in tale contesto è irrilevante. Sia Bush che Blair mettono la morte all’ultimo posto. Almeno 100.000 iracheni sono stati uccisi dalle bombe e dai missili americani prima dell’inizio della resistenza. Queste persone non esistono. Le loro morti non esistono. Sono spazi vuoti. Non sono nemmeno stati registrati come morti. “Non facciamo i conti dei corpi” ha detto il generale americano Tommy Franks. […]

E una mattina tutto era in fiamme,
E una mattina i roghi
Uscivan dalla terra,
Divorando esseri,
E da allora fuoco,
Da allora polvere da sparo,
Da allora sangue.
Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo schiferebbe,
Sassi che il cardo secco sputerebbe dopo morsi,
Vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto
Sollevarsi il sangue della Spagna
Per annegarvi in una sola onda
Di orgoglio e di coltelli!

Generali
Traditori:
Guardate la mia casa morta,
Guardata la Spagna spezzata:
Però da ogni casa morta esce metallo ardente
Invece di fiori,
Da ogni foro della Spagna
La Spagna viene fuori,
Da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi,
Da ogni crimine nascono proiettili
Che un giorno troveranno il bersaglio
Del vostro cuore.

Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vulcani del paese dove sei nato?

Venite a vedere il sangue per le strade,
Venite a vedere
Il sangue per le strade,
Venite a vedere il sangue
Per le strade!

Pablo Neruda, da “Spiego alcune cose”,
in Spagna nel cuore” (1938)
Traduzione italiana di Riccardo Venturi (2003)

Lasciatemi spiegare che citando la poesia di Neruda non intendo in nessun modo paragonare la Spagna repubblicana all’Iraq di Saddam. Ho citato Neruda perché in nessun testo della poesia contemporanea ho letto una descrizione così potente e viscerale dei bombardamenti sui civili. […]

[3 .La letteratura, la scelta, la dignità dell’uomo.]

 

La vita di uno scrittore è un’attività assai vulnerabile, quasi nuda. Non ci si deve piangere sopra. Lo scrittore fa la sua scelta e le rimane fedele. Ma è vero che si è esposti a tutti i venti, alcuni dei quali davvero gelidi. Si finisce da soli, in una posizione pericolosa. Non si trova alcun riparo, alcuna protezione – a meno che non si menta, nel qual caso naturalmente si costruisce la propria protezione e, si potrebbe concludere, si diventa un politico.

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Ho citato alcune volte la morte, questa sera. Citerò ora una mia poesia intitolata “Morte”.


Dove è stato trovato il cadavere?
Chi ha trovato il cadavere?
Era morto quando è stato trovato?
Come è stato trovato il cadavere?

Chi era il cadavere?

Chi era il padre o la figlia o il fratello
O lo zio o la sorella o la madre o il figlio
del cadavere abbandonato?

Era morto il corpo quando è stato abbandonato?
Il corpo è stato abbandonato?
Da chi è stato abbandonato?

Il cadavere era nudo o vestito per un viaggio?

Cosa ti ha fatto capire che il cadavere era morto?
Hai dichiarato morto il cadavere?
Quanto conoscevi il cadavere?
Come hai saputo che il cadavere era morto?

Hai lavato il cadavere?
Hai chiuso i suoi occhi?
Hai sepolto il cadavere?
Lo hai lasciato abbandonato?
Hai baciato il cadavere?

Quando ci guardiamo allo specchio pensiamo che l’immagine riflessa sia esatta. Ma se ci muoviamo di un millimetro l’immagine cambia. In realtà noi stiamo guardando ad una serie infinita di riflessi. Ma talvolta uno scrittore deve rompere lo specchio – è dall’altro lato dello specchio che la verità ci fissa.
Io credo che malgrado le enormi differenze tra noi, una costante, incrollabile, accanita determinazione intellettuale a definire, come cittadini, la reale verità delle nostre vite e delle nostre società sia un obbligo cruciale che è affidato a noi tutti. Per questo motivo è imprescindibile.
Se questa determinazione non è incarnata nelle nostra visione politica, non abbiamo più speranza di riavere ciò che abbiamo quasi perso: la dignità dell’uomo.

Harold Pinter

frammenti tratti da Arte, verità e politica,
discorso di accettazione del Nobel, 8 dicembre 2005.
Testo raccolto e tradotto da Alessandro Melis.
L’articolo originale è consultabile sul sito del quotidiano The Guardian.

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 29 dicembre 2008 su Con parole d'altri, PinterHarold. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Beh, Sisifo, non consola, la tua pagina, né posso dire che le parole lette abbiano del vero più che del falso. Si resta sempre nello stesso punto. E ingrasso.

  2. alessandromelis

    cara Pizia,
    non consola no, il mio necrologio per Pinter. Per sua natura non può farlo. Non è compito degli scrittori, il consolare.

    Quanto alla verità, mi ha colpito molto il gesto di uno scrittore che il giorno del conferimento del premio dedica poche righe alla sua letteratura e così tante al suo sdegno.
    Non siamo sempre allo stesso punto. Peggioriamo di giorno in giorno.
    E il panettone non aiuta.

    abbracci,
    a.

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