sarà la stessa mano che ti accende e ti spegne


Fabrizio De André, Ho visto Nina volare
(Roma, Teatro Brancaccio, febbraio 1998)

 

Il primo grande disagio l’uomo lo prova al momento della nascita,
quando passa dall’acqua all’aria.
Il secondo, quando si rende conto che il suo destino è morire.
Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell’isolamento.

* * *

Perché scrivo? Per paura.
Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo.
O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia
e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

 

 2009_01_11 DeAndrè
foto di Guido Harari, Bologna, 1979

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Pubblicato il 11 gennaio 2009 su Con parole d'altri, DeAndréFabrizio. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. scriptorhumilis

    Poesia come ricerca della comunità umana o anche dell’immortalità.
    Poesia come fuga dal piatto e insignificante quotidiano. Poesia come affermazione della persona. Ma quanti temi vuoi sottolineare in poche righe. Ho ecceduto io? Antonio Pinna

  2. scriptorhumilis

    Una pagina quella di Pamuk (“Altri colori”) che il filosofo Antioco Zucca avrebbe detto animata da pampsichismo: tutto è psiche, insomma

  3. alessandromelis

    Caro scriptorhumilis, bello trovarti qui. Perdonami il ritardo, ma ultimamente la mia frequentazione del teatro è un po’ saltuaria.

    Il fascino di ogni riga di De Andrè, anche di appunto o di intervista come quelle che ho citato, è nella densità. Quasi che ogni parola fosse scelta per il peso specifico elevato delle sue significazioni.
    Della prima frase mi piaceva scorgere la solitudine che mi sembra propria di tutti gli uomini di sguardo attento su di sè.
    Della seconda, la paura e il suo contrario. La letteratura.
    Lo stesso credo valga per il brano di Pamuk. Tutti da bambini sentiamo la vita immensa e soprannaturale del buio notturno: l’orrore è il fratello maggiore dell’immaginazione. Da grandi i più dimenticano la vita buia. Quelli che la conservano, scrivono.
    O, come Antioco, fanno filosofia. La sorella minore dell’immaginazione.

    Ti abbraccio.

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