le Vie dei Canti

2009_02_02 Chatwin
Michael Nelson Tjakamarra – The eight Dreamings – c1946

In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.

Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine. Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco sentì una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot sentì piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente», ciascuno nel suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta di un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: «Io sono!». «Sono il Serpente… il Cacatua… la Formica del Miele… il Caprifoglio…». E questo primo «Io sono!», questo primordiale «dare nome», fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intessé dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando: cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro «Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono «dentro».

Bruce Chatwin
da Le Vie dei Canti
Adelphi, 1988

Nota: Nel suo Le vie dei canti (The Songlines, 1987), Chatwin racconta in forma di saggio-diario le indagini svolte in Australia sulla tradizione aborigena dei canti rituali. I Canti aborigeni, tramandati di generazione in generazione come conoscenza iniziatica e segreta, sono contemporaneamente rappresentazione di miti della creazione (narrazione degli eventi dell’epoca ancestrale del “dreamtime“, da cui ogni cosa è originata) e mappe del territorio. Gli Antenati del Tempo del Sogno hanno infatti creato il mondo pronunciando i nomi delle cose, cantandone la poesia. Le Vie dei Canti sono le tracce del loro cammino poetico primigenio, percorsi rituali che attraversano a migliaia  l’intero continente; ogni Canto è la rappresentazione musicale e poetica delle caratteristiche geografico-topografiche di un tratto di Via. Ogni Via attraversa decine di territori e di linguaggi diversi, ma si canta sulla stessa melodia. Nessuno può conoscere un Canto nella sua interezza.

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Annunci

Pubblicato il 2 febbraio 2009 su ChatwinBruce, Con parole d'altri. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. scriptorhumilis

    Mitico! Avvolsero il mondo intero in una rete di canto! Bellissimo!

  2. alessandromelis

    questo libro mi sta accompagnando, lentamente, ogni notte, al Tempo del Sogno.
    Lo consiglierei a chiunque, ma specialmente ad uno scriptor che crede nei poteri magici delle parole…

  3. GinoDiCostanzo

    Dicono che gli aborigeni australiani quando percorrevano enormi distanze a piedi non si perdevano mai. Non perché si orientassero con le stelle, ma perché essi “sentivano” il percorso… e non sbagliavano mai.

  4. alessandromelis

    “sentivano”, sì.
    poi esistono versioni più mistiche, per cui il sentire è un soprannaturale sovrapporsi del passo al sentimento della terra; o versioni più razionaliste, per cui l’aborigeno “canta” la via e si orienta “sentendo” le parole che pronuncia, e che descrivono sia i luoghi che i miti originari dei luoghi stessi.
    in ogni caso, si tratta di un rapporto stretto, uditivo e tattile con la terra, con i luoghi, con la memoria. un rapporto che per noi è difficile afferrare. noi che ci illudiamo che il tempo che ci allontana dal passato sia per forza tempo di progresso.
    grazie del tuo passaggio, Gino, a presto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...