appunti di psicoterapia politica (1)

Il veleno nichilista che anima il regime
di Gustavo Zagrebelsky

2009_02_10 appunti1
El’ Lisickij – Il costruttore (1927)

Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare.
Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale.
Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire – secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera – “modo di reggimento politico” e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c’è “il regime”
Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante. Alla certezza – viviamo in “un” regime che ha suoi caratteri particolari – non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il “principio” o (secondo l’ immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l’intima natura e per prendere posizione.

Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell’unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.
Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d’un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un’ illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l’orma del suo piede.
La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente “berlusconismo”, dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.
Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un’essenza – giusti o sbagliati che siano – si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l’essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c’ è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile. A meno di credere a parole d’ ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa – libertà, identità nazionale, difesa dell’ Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere – il fine non si vede affatto, forse perché non c’è. O, più precisamente, il fine c’è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi.

2009_02_10 appunti2
Max Ernst – Rèves et hallucinations (1926)

Una constatazione davvero sbalorditiva: un’aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d’essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere. A parte forse l’ autore della massima “il potere logora chi non ce l’ha”, nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. «Il fine giustifica i mezzi» è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se «i mezzi giustificano i mezzi»? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della “ragione strumentale” nella politica. Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all’ occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso. Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l’uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l’uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch’ egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là. Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un “centro” senza contorni; si può avere un’ idea, ma anche un’ altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, “si è alla ricerca”; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il “politico” di successo, in questo regime, è il profittatore, è l’uomo “di circostanza” in ogni senso dell’espressione, è colui che “crede” in tutto e nel suo contrario.
Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d’ arresto può essere l’ inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo.
La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell’essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere “disturbato”. L’uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di “tipo ideale”, cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).
Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L’ abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l’ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse.
Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d’ essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato “relativismo” non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.

Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 9 febbraio 2009

Gustavo Zagrebelsky, giurista, già professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli studi di Torino, giudice costituzionale (1995-2004), Presidente della Corte Costituzionale (28 gennaio-13 settembre 2004), è attualmente docente di Giustizia Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino.
Ne Il diritto mite, (Einaudi, 1992), propone una teoria del diritto che si basa sulla distinzione weberiana tra diritto formale e diritto materiale e introduce quello che sarà la base del suo lucido e vivace pensiero giuridico: una visione dualistica del diritto diviso in lex e ius, che mette in evidenza l’impossibilità, nonché il pericolo, di prendere in considerazione soltanto uno dei due aspetti, ignorando l’altro.
Nel 1995 pubblica il saggio Il crucifige e la democrazia (Einaudi), in cui, attraverso una personale “revisione” del processo a Gesù, esprime una teoria della democrazia, come fine e non solo come mezzo, in grado di proporre un modello di pensiero «che non presuma di possedere la verità e la giustizia, ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca». Proseguendo l’analisi intorno al tema della giustiia, scrive con Carlo Maria Martini La domanda di giustizia (Einaudi, 1996), una meditazione in forma di dialogo che incrocia la visione laica con quella religiosa.
Principi e voti (Einaudi, 2005) è un libro sulla Corte Costituzionale il cui ruolo è di proteggere la repubblica limitando la mera quantità della democrazia per preservarne la qualità, contro la degenerazione democratica che può verificarsi nella concomitanza di una maggioranza irresponsabile. La funzione dei giudici costituzionali è di difendere i principî della convivenza contro la divisione e di diffondere il “bisogno di costituzione” contro la tentazione di fare della materia costituzionale un campo di sopraffazione della maggioranza sulla minoranza.
Negli ultimi anni è ripetutamente intervenuto nel dibattito pubblico italiano avversando le posizioni politiche e culturali dei cosiddetti atei devoti, affrontando in particolare i temi della laicità dello Stato e dello spirito concordatario: molti di questi saggi sono raccolti nel volume Contro l’etica della verità, Laterza, 2008, il cui titolo intende suggerire – per contrasto – il favore dell’autore nei confronti di un’etica del dubbio. Il concetto fondamentale sul quale si basa la democrazia moderna: è la tolleranza che, nell’età dei lumi ha ridimensionato il valore assoluto del dogma in quello relativo di opinione.
Collabora con i più importanti i quotidiani italiani (La Repubblica, La Stampa), ed è socio corrispondente dell’Accademia nazionale dei Lincei.
Dal febbraio 2008 è presidente onorario dell’associazione Libertà e Giustizia.
(AM, dal web)

 

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[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 10/02/2009 su Con parole d'altri, Politica, per così dire, ZagrebelskyGustavo. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 13 commenti.

  1. scriptorhumilis

    Ho apprezzato questa visione “antropologica” del fenomeno Berlusconi: Più nihilista di lui! Quando si parla di corruzione della politica si possono intendere molte cose. Il nihilismo berlusconiano è una forma particolare di corruzione della politica!

  2. alessandromelis

    individaure le cause, si dice, è uno dei primi passi per trovare una cura alle malattie.
    Forse, dico forse, ribadisco forse, da qui si può partire per cercare un punto ruggine nella corazza: riconoscere che le contraddizioni del suo linguaggio non sono debolezze ma il senso stesso della sua forza; che la voracità è funzionale solo ad alimentare la voracità stessa; che probabilmente questo orrore nasce entro gli schemi di una totale e inconsapevole sincerità.
    Non sono questi i sintomi di una follia?

  3. Fantastico

    MAssimo

  4. frontespizio

    Caro Alessandro innanzitutto un Forte Abbraccio.

    La Democrazia argomento complesso ma dinamico e l’autore si è sempre dimostrato equilibrato e competente.

    Ciao Michele.

  5. PannychisXI

    Sai che io non discuto le grosse cose: sono limitata di comprendonio. Però, l’idea che il potere sia nel meglio della sua astuzia quando riesce a condurre le genti, per mano, con dolcezza, con menzogne che sembrano baci, verso l’annichilimento è un pericoloso stato che stiamo iniziando ad assaggiare. Oppure ci siamo talmente dentro da essere stati già colpiti dal morbo senza ancora sentire sintomi. Forse non avremo mai sintomi, perché esisterà sempre un inebetimento agli occhi. Cecità. O nichilismo puro, la sua essenza migliore. Però, ancora. Penso al fascino del potere, e perdonami, non posso non ripensare a quel cioccolatino splendente d’argento in mezzo ad altri avvolti in cartone riciclato sul vassoio. Odio quel cioccolatino prescelto ad affascinare. Certo di gusto rancido. I miei omaggi per la scelta del pezzo pubblicato. E i miei omaggi in genere.
    Pizia con la tosse per non partecipare al Convegno.

  6. Aridaje, con questo cioccolatino! Non c’entra niente, e noi NON SIAMO berlusconiani! CAPITO? 🙂

    Il musico, rassegnato alla testardaggine delle pizie.

  7. PannychisXI

    Quello che ti innervosisce, caro Musico, è che cioccolatini non ne puoi mangiare. Né d’argento, né altri.

  8. accipicchia

    Un’analisi dettagliata, rigorosa, che incomincia con un tono pacato, prosegue con maggior forza per arrivare a delle conclusioni forti e decise. “I mezzi giustificano i mezzi”, credo che sia stato detto quasi tutto, perchè non c’è nessun vero fine politico, non c’è un programma, solo il proprio tornaconto, il successo e il potere personale, poi… il nulla. Ma, come dice l’autore, come fa intuire, questo strapotere ha le sue radici in un contesto sociale specifico. Quale terreno è più idoneo del nostro?
    Qui ha origine la mia amarezza e quella di tantissimi altri. Un caro saluto. Piera

  9. sono rassegnata, perchè non vedo futuro e non vedo speranza. se non riusciamo a guarire la malattia noi, che ci informiamo, che ci ribelliamo, che ci esprimiamo, chi lo farà? avete visto le nuove generazioni? la lobotomia è totale, il nulla ci attende. ma possiamo sempre andare da un’altra parte.

  10. francescofedele

    Salve Sisifeddu, ti faccio visita con la mia identità nuova nuova. Ma perché non risponti ai commendi?

  11. alessandromelis

    carissimi tutti, perdonate la mia assenza nell’ultima settimana: il lavoro mi ha tenuto silenzioso e lontano, sono sicuro che comprenderete.

    Vi rispondo ora, uno per uno, con l’impegno che tutti voi meritate.

    caro Massimo,
    ti ringrazio del tuo sintetico commento, ma soprattutto della visita. Mi piacerebbe tanto trovare da qualche parte una resurrezione di echidna, chissà che prima o poi non accada. Ti abbraccio.

    Bhe, Michele Frontespizio,
    averti qui da me a teatro è sempre una gioia grande: come sta il tuo sotterraneo delle delizie?
    La democrazia è tema inaffrontabile, per me, salvo per interposta parola: lo sdegno mi toglie la grammatica. Zagrebelsky è una delle voci che più mi placa, ultimamente. Spero che il suo parlare accorto serva.
    Oggi qui si è votato. Manda quaggiù un po’ del tuo profumo di sigaro, sono certo che porta bene!
    A presto!

    Cara accipicchia,
    lo sai quanto sono pessimista, mi conosci discretamente, credo…
    Pensa, non ho ancora il coraggio di accendere la tv per vedere le prime proiezioni. Chissà se davvero i mezzi giustificherano i mezzi, o se avremo saputo alzare un dito dal fango.
    Ti bacio.

    No, mumucs pasionaria, no!
    Non dirmi che sei rassegnata proprio tu che hai vestito i giorni di rosso!
    E non voglio proprio andare da un’altra parte! Voglio qui il mio governatore, il mio presidente e il mio testamento biologico!
    [Li avrò?]
    Abbracci.

    Ehilà, Fedeleddu!
    Che bella sorpresa tutta colorata. Ora finalmente ti avremo anche qui, tra i post, a romperci i blog!
    Ottima immagine comunque, i foglietti colorati al vento.
    Saluti cari anche a te.
    [E non rassegnarti alla testardaggine delle Pizie. Secondo me, piano piano, con gli argomenti…]

    Ed eccomi a te, Pizia, proprio.
    Sono felice che l’articolo di Zagry ti abbia coccolato il cervello e, credo, anche il cuore.
    Il cioccolatino, però. Ancora? Io non so proprio come spiegarmi.
    E non è che ti voglio convincere per una questione di pura dialettica. E’ che vorrei che capissi davvero cosa intendo, percjhè è una delle cose in cui credo di più. E perchè temo che siamo davanti ad un grosso fraintendimento.
    E allora ho pensato che forse è meglio provare a dirti ciò che intendo con parole non mie:

    “Ogni nuova realtà estetica ridefinisce la realtà etica dell’uomo. Giacchè l’estetica è la madre dell’etica. Le categorie di “buono” e “cattivo” sono, in primo luogo e soprattutto, categorie estetiche che precedono le categorie del “bene” e del “male”. In etica “non tutto è permesso” proprio perchè “non tutto è permesso” in estetica, perchè il numero dei colori nello spettro solare è limitato. Il bambinello che piange e respinge la persona estranea che, al contrario, cerca di accarezzarlo, agisce istintivamente e compie una scelta estetica, non morale.
    La scelta estetica è una faccenda strettamente individuale, e l’esperienza estetica è sempre un’esperienza privata. Ogni nuova realtà estetica rende ancora più privata l’esperienza individuale; e questo tipo di privatezza, che assume a volte la forma del gusto (letterario o d’altro genere), può già di per sè costituire, se non una garanzia, almeno un mezzo di difesa contro l’asservimento. Infatti un uomo che ha gusto, e in particolare gusto letterario, è più refrattario ai ritornelli e agli incantesimi ritmici propri della demagogia politica in tutte le sue versioni. Il punto non è tanto che la virtù non costituisce una garanzia per la creazione di un capolavoro: è che il male, e specialmente il male politico, è sempre un cattivo stilista. Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso.”
    [J. Brodskij, “Un volto non comune”, discorso per il premio Nobel)

    Ecco, Pizia. Non è questione di ingannare gli amanti del cioccolato, rivestendo d’argento un cioccolatino identico a tutti gli altri. E’ questione di fare un cioccolatino migliore degli altri, e a cui l’argento davvero si addica.
    Ti bacio.
    A.

  12. PannychisXI

    Tu mi chiedi una risposta che sono restia a darti. Perché è un discorso faticoso e impervio. Dove le contraddizioni, le mie, emergono e mi infastidiscono, nella difficoltà a portare avanti un discorso che continuamente nego nei gesti e in comportamenti, però l’esigenza di migliorarmi esiste. Anche a costo di apparire anacronistica. E’ probabile che il mio percorso non possa coincidere con il tuo, più giovane, e non è una offesa ma una semplice considerazione innegabile. Come innegabile è che la tua condizione privilegiata economicamente ti ha portato a vivere i tuoi primi trent’anni diversamente dai miei. Sono cose molto importanti, Sisifo, le esperienze fatte sul campo. Bruciandosi in prima persona molte convinzione imparate sui libri.
    Ma ti dico poche cose, brevi.
    Tutto ciò che riveste un oggetto può nascondere un inganno. Allo stesso modo di un frac o di una scarpa rossa con tacco a spillo su un delicato piede non lavato. L’argento su un cioccolatino di identico gusto ad altri presentati nudi o malamente ricoperti agli occhi della sottoscritta potrebbe non conquistarmi affatto. Anzi. Una forma di ostentazione di lusso, o chiamiamola estetica, potrebbe irritarmi e perdermi. Questo non significa che sono immune al bagliore. Perché solo bagliore e apparenza, in questo nostro banale esempio, è. Dice Brodskij che l’esperienza estetica è una situazione puramente privata, individuale. E concordo, tu lo sai.
    E sai anche che i miei parametri di valutazione estetica non sempre combaciano con altrui preferenze. Continuo ad affermare, nella mia cocciutaggine e anche ignoranza, che la bellezza di un seno femminile, ad esempio, è una imposizione culturale. Si fosse deciso che un seno peloso era il massimo per garantire l’insalivazione dei palati maschili, tutte noi avremo i peli attorno ai capezzoli.
    I costumi modificano le estetiche, e ciò che si contemplava ammirati 50 fa ora può arrivare a farci ribrezzo. Io non tollero adeguarmi a queste politiche in corsa affannata, contro la noia del già visto, desidero per me stessa, apprezzare ciò che “naturalmente”, gusto. Sentirmi davvero libera di guardare e negare bellezza imposta.
    Il mio romanzo. Certamente per lui ho desiderato una bella copertina. Senza copertina accattivante il mio libro non avrebbe venduto neppure una copia. Questa è una sconfitta, in qualche modo. Il mio romanzo avrebbe potuto avere una copertina realizzata con carta igienica usata, se questa fosse stata definita “bella e contemporanea”. E’ la maggioranza che decide “la bellezza”? E’ un meccanismo che si rivela pericoloso in tante altre strade. Cosa ci fa credere che l’arte sia fuori da questo perfido cammino? Se le copertine dei libri non esistessero, forse, non in breve tempo, ma con il tempo, ci si abituerebbe ad acquistare un libro perché solo ciò che c’è scritto importa. E’ un discorso davvero lungo, Sisifo. Quasi inutile. Io, fra tutte le mie incertezze, sono certa d’essere finita, e in buona numerosa compagnia, nel circolo dell’inutilità, solo per un attimo di piacere.
    Ti bacio.

  13. francescofedele

    Se Sisifo mi consente, vorrei rispondere a Panny, cercando di mettere in luce alcuni piccoli fraintendimenti che traspaiono dal suo discorso. Sono d’accordo sul fatto che i gusti estetici siano molto influenzati dalla cultura o dalle esperienze vissute nella propria vita. Tuttavia io credo che ci siano delle modalità propriamente umane che ci portano a “funzionare” in una certa maniera, a prescindere dal resto. Ad esempio, l’attrazione sessuale DEVE esserci sempre stata, in ogni epoca e in ogni classe sociale, perché altrimenti oggi non saremmo qui. Poi, possiamo dire che oggi vanno più di moda le modelle col seno piccolo piuttosto che quelle abbondanti, che si usano i capelli pettinati in un certo modo, e così via. Ma, oltre a riguardare un livello prossimo alla frivolezza, tali discorsi non mutano l’assunto fondamentale, cioè che ai maschi, “normalmente” (vale a dire nella stragrande maggioranza dei casi, senza alcuna connotazione positiva o negativa al termine) la tetta comunque piace! Questo sembrerebbe indicare una causa endogena di un comportamento umano. Alla stessa maniera, senza connotazioni positive o negative, l’essere umano è attratto dalla qualità; dalle persone o dagli oggetti che gli comunicano in qualche modo “eccellenza”, perché ciò crea un’immagine mentale di aspettativa legata al piacere che se ne potrà trarre. Ovviamente questo discorso vale se riferito al momento in cui non si conosce ancora in maniera approfondita qualcosa o qualcuno: vale finché il cioccolatino non lo si è ancora assaggiato, o finché un libro non lo si è ancora letto. Perché una volta che si è conosciuta meglio una persona che ci è sembrata distinta ed elegante, se ci si rende conto che si tratta di una persona disonesta, di un truffatore falso e ipocrita che ti pugnala alle spalle appena ti volti, non credo che possa continuare ad avere un senso la prima impressione.
    Ma il punto cruciale del discorso, secondo me, è altrove: oggi, ci sembra, le impressioni superficiali rimangono l’unica modalità di lettura della realtà circostante. Ci sono “masse” che possono decidere di votare un candidato perché è un bell’uomo e ha un bel sorriso. Vengono sfruttate scientificamente alcune tendenze umane basilari, per scopi di potere fine a se stesso. Credo che sia fondamentalmente questo a dare fastidio a Pannychis. Bene, posso dire con cognizione di causa che su questo siamo perfettamente d’accordo, e credo che anche il padrone di casa non possa non esserlo. Quella che “discuto” è l’accusa che, tra le righe, è stata rivolta a noi, di appoggiare questo stato di cose. In tutta sincerità io credo di far parte di una categoria di persone che cerca di informarsi approfonditamente prima di scegliere, e che mira (quasi maniacalmente) alla qualità intrinseca delle cose che produce o che fa. Anzi, se vogliamo, si può individuare addirittura – come abbiamo ripetutamente notato – una difficoltà nel “confezionare”, nel presentarsi e nel vendersi. Certo, il comportamento in questione, questa supposta debolezza umana, appartiene decisamente anche a noi (e a te, P.) e ci influenza: dal parrucchiere continuiamo ad andare; i vestiti li scegliamo con cura, seppur in ristrettezze economiche; il computer portatile lo vogliamo, e possibilmente con una linea estetica particolare. Non è qui il problema. Il problema è nell’uso immorale che se ne fa. Ma io, stai tranquilla, mi inquieto come te di fronte alle scelte politiche degli italiani 🙂

    Tanti bacini

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