contributo per una possibile, disordinata ricostruzione (2)

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Programma per una poesia
(Alvaro Mutis, 1952)
parte seconda 

Le bestie

Create le bestie! Inventate la loro storia. Affilate i loro grandi artigli. Temperate i loro becchi curvi e tenaci. Date loro un itinerario calcolato e sicuro.
Ah, chi non conserva un bestiario per arricchire determinati momenti e affinché serva come compagnia in futuro!
Estendiamo il dominio delle bestie. Che comincino ad entrare nelle città, che costruiscano il loro rifugio negli edifici bombardati, nelle fogne straripate, nelle torri inutili che commemorano date dimenticate. Entriamo nel regno delle bestie. Dal loro prestigio dipende la nostra vita. Loro apriranno le nostre migliori ferite.

I viaggi

È doveroso lanciarsi alla scoperta di nuove città. Ci attendono razze generose. I pigmei meticolosi. I grassocci e imberbi indiani della selva, asessuati e bianchi come i serpenti delle paludi. Gli abitanti delle piane più alte del mondo, stupiti dinanzi al fremito della neve. I deboli abitanti delle distese ghiacciate. Le guide delle greggi. Coloro che vivono in mezzo al mare da tanti secoli e che nessuno conosce perché viaggiano sempre in direzione contraria alla nostra. Da loro dipende l’ultima goccia di splendore.
Restano ancora da scoprire luoghi importanti della Terra: i grandi condotti da cui respira l’oceano, le spiagge dove muoiono i fiumi che non vanno da nessuna parte, i boschi dove nasce il legno di cui è fatta la gola dei grilli, il posto dove vanno a morire le farfalle scure dalle grandi ali lanute con il colore acre dell’erba secca del peccato.
Bisogna cercare e inventare di nuovo. Resta ancora tempo. Ben poco, è vero, ma è doveroso approfittarne.

Il desiderio

Bisogna inventare una nuova solitudine per il desiderio. Una vasta solitudine di rive esili dove possa spandersi a suo piacimento il suono rauco del desiderio. Apriamo di nuovo tutte le vene del piacere. Che saltino alti gli zampilli, non importa in quale direzione. Nulla è stato ancora fatto. Quando avevamo percorso un tratto, qualcuno si fermò nel cammino per riordinare le sue vesti e tutti si fermarono dietro di lui. Proseguiamo la marcia. Ci sono alvei secchi dove possono ancora scorrere acque magnifiche.
Ricordate le bestie di cui parlavamo. Loro possono aiutarci prima che sia tardi e torni la charanga a intorbidire il cielo con la sua musica stridente.

Fine

Il fischio sordo di un treno che attraversa regioni notturne. Il fumo lento delle fabbriche che sale fino al cielo color mela. Le prime luci che raffreddano stranamente le strade. L’ora in cui si desidera camminare fino a cadere esausti sul bordo della notte. Il viaggiatore sonnolento in cerca di un albergo a buon mercato. I colpi delle finestre che si chiudono con uno strepito di cristalli trattenuti dalla pasta oleosa dell’estate. Un urlo che affoga nella gola lasciando un sapore amaro in bocca molto simile a quello dell’ira o del desiderio intenso. Le lavagne dell’aula con parole oscene che le ombre cancelleranno. Tutta questa crosta vaga del mondo annega la musica che dal cavo profondo della notte sembrava avvicinarsi per immergerci nella sua materia potente.
Nulla accade.

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 16 aprile 2009 su Con parole d'altri, MutisAlvaro. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Ogni parola detta qui, dopo questi due post, è un avanzo di sterco di vacca. Pure secco. Da tacere e ritirare le penne nell’astuccetto. Da cavaturacciolarmi la lingua per sempre. E se pure mi dovesse rimanere un pensiero colpevole di qualche voglia d’espressione, lo imbarcherei sulla prima mongolfiera di passaggio, augurandole l’esplosione sul cielo più alto dell’oceano più malfamato.
    Non me ne frega niente che tutto ciò che ho letto incappella d’eleganza ogni Aquila dimessa. Nessuno avrebbe potuto dire meglio, per la festa d’opinioni.
    Chissà cosa mangiava Alvaro Mutis prima di scrivere, di scrivere, così. Scimmie impanate intere, spolverare di zenzero e strafritte. Zafferani in fiore a campi. Il midollo spinale dei vecchi di un ospizio. Pure le loro feci, non si sa mai contenessero bricioline di conoscenza.
    Non voglio imparare a scrivere così, perché sarei una spaventapasseri incapace di comprendere la voce degli uccelli. Pisciata in faccia da loro.
    Adesso, che farò? Uscirò a cercare qualche cappello usato? Una cravatta che somigli ad una farfalla che ha scordato la lussuria? Un’ombra che non ha seguito il proprio corpo seppellito l’altro ieri? Vorra me? Vorrà te? Sparirà alla prima occasione d’una notte?
    Bene. Sarai fiero del mio commento.
    Pizia.

  2. alessandromelis

    sì, sono fiero, Pizia, di questa tua mongolfiera che non esplode mai, per quanto mai si sazi di idrogeno o d’elio di parole. Fiorite, come i fuochi d’artificio, che in giappone chiamano, più saggiamente di noi occidentali logici, fiori di fuoco.
    Non riporre nell’astuccetto (lo so, lo so, che non la riporrai) la tua penna viola. E’ mutis stesso che te lo suggerisce: “Non temete lo sforzo. Attraverso i secoli c’è chi è riuscito felicemente.”
    Son sempre belli i tuoi giochi, agroamari.
    a presto (molto)
    a.

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