oggi è domenica, domani si muore / oggi mi vesto di rosso e rancore

2009_06_07 belle bandiere

I sogni del mattino: quando
il sole già regna,
in una maturità
che sa solo il venditore ambulante,
che da molte ore cammina per le strade
con una barba di malato
sulle grinze della sua povera gioventù:
quando il sole regna
su reami di verdure già calde, su tende
stanche, su folle
i cui panni sanno già oscuramente di miseria
– e già centinaia di tram sono andati e tornati
per le rotaie dei viali che circondano la città,
inesprimibilmente profumati,
i sogni delle dieci del mattino,
nel dormente, solo,
come un pellegrino nella sua cuccia,
uno sconosciuto cadavere
– appaiono in lucidi caratteri greci,
e, nella semplice sacralità di due tre sillabe,
piene, appunto, del biancore del sole trionfante –
divinano una realtà,
maturata nel profondo e ora già matura, come il sole,
a essere goduta, o a fare paura.

Cosa mi dice il sogno mattutino?
«il mare, con lente ondate, grandiose, di grani azzurri,
si abbatte, lavorando con furore uterino,
irriducibile,
e quasi felice – perché dà felicità
il verificare anche l’atto più atroce del destino –
sgretola la tua isola, che ormai
è ridotta a pochi metri di terra…»

Aiuto, avanza la solitudine!

Non importa se so che l’ho voluta, come un re.

Nel sonno, in me, un bambino muto si spaventa,
e chiede pietà, si affanna a correre ai ripari,
con un’agitazione
che «la virtù dismaga», povera creatura.
Lo atterisce l’idea
di essere solo
come un cadavere in fondo alla terra.

Addio, dignità, nel sogno, sia pur mattutino!
Chi deve piangere piange,
chi deve aggrapparsi alle falde delle vesti altrui,
si aggrappa, e le tira, e le tira,
perché si voltino quelle facce colore del fango,
e lo guardino negli occhi terrorizzati
per informarsi della sua tragedia,
per capire quanto sia spaventoso il suo stato!

Il biancore del sole, su tutto,
come un fantasma che la storia
preme sulle palpebre
col peso dei marmi barocchi o romanici…

Ho voluto la mia solitudine.
Per un processo mostruoso
che forse potrebbe rivelare
solo un sogno fatto dentro un sogno…

E, intanto, sono solo.
Perduto nel passato.
(Perché l’uomo ha un periodo solo, nella sua vita.)

[…]

È giunta l’ora dell’esilio,
forse: l’ora in cui un antico avrebbe dato realtà
alle realtà,
e la solitudine maturata intorno a lui,
avrebbe avuto la forma della solitudine.

E io invece – come nel sogno –
mi accanisco a darmi illusioni, penose,
di lombrico paralizzato da forze incomprensibili:
«ma no! ma no! è solo un sogno!
la realtà
è fuori, nel sole trionfante,
nei viali e nei caffè vuoti,
nella suprema afonia della dieci del mattino,
un giorno come tutti gli altri, con la sua croce!»

[…]

Così mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,
lungo viali dall’inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani.
Tutto il mondo è al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di «bianco»
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso – vestito,
al tavolo da lavoro.
Marmo, cera, o calce
nelle palpebre, agli angoli degli occhi:
il biancore gioiosamente romanico,
perdutamente barocco, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
di quel biancore furono i muri delle fabbriche,
di quel biancore
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto),
di quel biancore furono gli stracci di lana,
le giacchette bige e i calzoni sfilacciati
degli operai
che avrebbero potuto essere ancora partigiani:
di quel biancore
fu la calura della nuova primavera,
oppressa dal ricordo di altre primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi e paesi,
– e pronte, Dio!,
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.

Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
dove fiorivano rossi nel tepore
i meli, i ciliegi: e il loro colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un’aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliegie come prugne,
pometti come susine, che occhieggiavano,
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, quasi la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
ardente, nella vecchia speranza, d’una nuova speranza.

E su tutto, lo sventolio,
l’umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse, Dio!, belle bandiere
degli anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, di un rosso vero,
che traspariva con la fulgida miseria
delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie
– e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d’un’immortale stagione!

Pier Paolo Pasolini
da
Le belle bandiere
in Poesia in forma di Rosa (1964)

[l’immagine è un concept di Michele Porsia e Alessandro Melis per il 25 aprile 2006]

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 7 giugno 2009 su Con parole d'altri, PasoliniPierPaolo, Politica, per così dire. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 6 commenti.

  1. le parole immortali e impregnanti di pasolini…e che bella quella foto

  2. alessandromelis

    è sempre così, Morfea. Quando lo sconforto misto a sdegno mi prende, devo tornare da PPP. Che ha sempre le parole adatte. Che vedeva bene e dritto, da lontano.

    Grazie, sempre, di ciò che lasci qui.

  3. A noi a cui sembrano splendore queste parole, non resta che listare a lutto le nostre bandiere, e scordarle.
    Buona giornata.

  4. alessandromelis

    cara Pizia,
    ritorneremo a fare i carbonari, per proteggere, almeno, ciò che siamo.
    ti bacio lo sconforto mattutino.

  5. bianche corone e bandiere a lutto, […] maledetti nei secoli nel cielo e sulla terra…
    Siccome sanno quello che fanno non li perdono, non li perdonerò

    M.

  6. alessandromelis

    caro M,
    la sentivo proprio ieri.
    Non è un buon anno, ragazzi.
    Ma chissà perchè ho in qualche angolo di me una strana euforia del futuro. Sarà solo illusione, o istinto di sopravvivenza. Ma chissà.

    A presto,
    con bandiere belle e nuove.

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