Odradek

2009_06_09 1959_Odradek

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola provenga dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un preciso senso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto da refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perchè dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.

Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poichè l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche soppravvivermi quasi mi addolora.

Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia
in
Un medico di campagna (1914-1917)
trad. it. di Ervino Pocar

l’immagine è un quadro di Carmen Cicero,
Odradek (1959), olio su tela (Collection of the Guggenheim Museum).

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 9 giugno 2009 su Con parole d'altri, KafkaFranz. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Questo racconto è molto inquietante da una certa prospettiva d’udito, da un’altra scherzosa come il sarchiapone del più umile Chiari.
    Per le mie corde è comunque principalmente “pauroso” e se poi lo devo associare ai litigi sanguinosi, al paese di 134 membri :o), e ai cavalli verdi, beh, sarà un’avventura?

  2. alessandromelis

    sì Pizia, credo che sia così. Kafka mi dà sempre questa impressione, di imprevedibile contiguità tra l’orrore e il comico. Il processo sarebbe una commedia, o almeno una satira, se Josef K. non finisse sgozzato…
    Quanto alla nostra avventura, bhe, vale più o meno lo stesso ragionamento, visto che non conosciamo il finale ;o)

    a presto,
    a.

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