di giugno, l’undici (e noi, dove andremo?)

2009_06_11 Berlinguer

Volle il compromesso, ma furono in molti a rispondergli no
di Stefano Malatesta

Una volta Enrico Berlinguer ha raccontato a Vittorio Gorresio come nacque l’idea del compromesso storico. Nell’autunno del 1973, il segretario del Pci era rimasto ferito in un incidente automobilistico: immobilizzato nella sua camera da letto leggeva, meditava i casi del Cile, del golpe di Pinochet, faceva paragoni con la situazione italiana. Da queste riflessioni trasse la conclusione che in un paese capitalistico d’Occidente la sinistra, con una risicata maggioranza parlamentare, non sarebbe stata in grado di governare con tranquillità, tanto meno di aprire la strada al socialismo. Ci voleva altro, alleanze più larghe con tutti gli strati e con tutti i ceti che contavano nel paese.
La definizione “compromesso storico” che piacque assai poco a Longo e a numerosi altri dirigenti del Pci, fu ripresa dal “compromesso regio”, un’ espressione adoperata da Guido Dorso per spiegare il senso ultimo del Risorgimento italiano. Si è variamente disquisito se la strategia del compromesso appartenesse più a Bufalini che a Berlinguer, quando e come abbia influito il gruppo dei cattolici comunisti ispirati da Franco Rodano.

Gli storicisti possono affermare, con buon fondamento, che l’attenzione del Pci verso i cattolici, risale per li rami. Antonio Gramsci, nel 1920, aveva già detto che “in Italia, a Roma c’è il Vaticano, c’è il papa: lo stato liberale ha saputo trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della chiesa. Lo stato operaio dovrà anch’esso trovare un sistema di equilibrio”. Togliatti, fino dal suo ritorno dall’Urss fece navigare il partito in un’Italia cattolica e borghese, attraverso compromessi ricorrenti. In questo Berlinguer è stato il delfino e l’erede naturale, l’uomo della linea rossa mediana, perchè ce n’erano delle altre. Di suo ha aggiunto una certa tendenza all’austerità, a un cattolicesimo vissuto come sacrificio. Da ragazzo, nel 1947, aveva esortato le giovani comuniste a modellarsi la personalità su Irma Bandiera, (la partigiana) e su Maria Goretti, la santa, secondo la tradizione italiana. Più tardi in qualche maniera difese, anche contro la moglie, cattolica, l’operato di Pio XII durante il fascismo.
Ma il compromesso storico era anche cosa diversa e superiore a una semplice eredità: era un compromesso più compromesso degli altri, il momento, storico appunto, dell’entrata nell’ area di governo. E sembrava basarsi su due presupposti: che l’Italia fosse ancora saldamente, profondamente cattolica, come negli anni cinquanta, ai tempi di Togliatti; che la Dc fosse disposta in concreto a quest’alleanza, per lei così innaturale, a una cessione, anche se parziale, dei suoi poteri, a uno svuotamento dall’interno da parte di quello che fino a poco prima era stato il suo primo avversario politico. Il tempo si è incaricato di dimostrare che i due presupposti erano sbagliati o mal concepiti. La vittoria della battaglia per il divorzio, condotta dal Pci con estrema cautela fino all’ ultimo momento, rivelò un’Italia diversa da quella immaginata alle Botteghe Oscure. La Dc non si fece svuotare e tenne a distanza i comunisti dai luoghi di potere.
Queste incomprensioni e il fallimento della strategia possono essere ricondotti a numerose cause, a seconda della tecnica storiografica che si adopera. Ma c’è anche una forte componente personale, che risale allo stesso Berlinguer. La battuta di Pajetta, “si iscrisse fin da ragazzo alla direzione del partito”, è stata ripetuta infinite volte. Ma contiene un’ illuminazione sulla struttura mentale e sulla carriera del segretario del Pci. Berlinguer è entrato nel comitato centrale e nella direzione a 27 anni, è stato segretario giovanile del partito e presidente della gioventù mondiale democratica, ha diretto la sezione organizzativa del Pci, è stato segretario regionale del Lazio e poi vicesegretario e segretario generale. Ma parlamentare solo nel 1968, a 46 anni. Come dire, una vita nel partito, il giovane studioso, capace, paziente, riservato, che piaceva a Togliatti e a Longo, allevato per diventare il massimo dirigente all’interno di quella organizzazione un po’ speciale, almeno fino a qualche tempo fa, che era il partito comunista italiano: come un fiore di serra. Molti altri dirigenti, Amendola, Pajetta, più anziani, hanno anche loro vissuto una vita per il partito. Ma insieme a esperienze diverse e traumatiche come il carcere, l’esilio, la resistenza. Berlinguer ha spesso dato a molti l’impressione che fosse un uomo esclusivamente di testa, che calasse dall’alto le sue categorie mentali, elaborate nel suo studio o nella camera da letto: inadeguate per afferrare il grande circo Barnum della realtà italiana. Innumerevoli altri uomini politici, democristiani, socialisti, hanno avuto e continuano ad avere troppo le mani in pasta, fino allo sprofondamento. Lui forse le ha infilate troppo poco. Di qui il senso di austerità, di probità, ma anche di diversità e di anomalia, di segno naturalmente positivo, ma anche negativo. Inoltre queste categorie mentali hanno ovviamente risentito del clima culturale del partito comunista.
Norberto Bobbio ha detto che i comunisti italiani sono socialisti e non lo sanno. Ma quest’essere socialisti è arrivato in ritardo, come in ritardo sono arrivate numerose, giuste scelte che il Pci, guidato da Berlinguer, ha fatto negli ultimi quindici anni. Quando il segretario del Pci, nel giugno 1969, andò a Mosca, quasi un anno dopo l’invasione della Cecoslovacchia, disse di “respingere il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni”. Era un gesto coraggioso, “nominare il diavolo pluralista nel santuario del dio monolitismo”. Ma per i democratici di tutt’Europa, forse poco pensosi della storia del Pci, si trattava di verità lapalissiane, che arrivavano attraverso una marcia troppo lunga. Di nuovo, c’è stato bisogno dello stato di assedio in Polonia per far ricordare a Berlinguer che “una fase si chiude. La spinta propulsiva che ha avuto origine nella Rivoluzione d’Ottobre si è oramai andata esaurendo… è necessario quindi che avanzi un nuovo socialismo fondato sui valori della libertà e della democrazia”. Però queste erano cose che diceva Giorgio Amendola nel lontano 1964, quando sulle colonne di “Rinascita” invitava comunisti e socialisti a ridiscutere insieme il proprio passato. Salvo poi ad essere il più duro di tutti e il più “stalinista” nell’accusare e nel far radiare dal partito il gruppo del Manifesto. Se la vittoria “storica” del capitalismo, come oggi spiega “Rinascita”, fosse stata avvertita con qualche anticipo, se si fosse fatto qualche convegno in meno sull’ operaismo alle Frattocchie e più studi sulle “Joint ventures” e sulle interrelazioni e interdipendenze del mercato occidentale… Ma Berlinguer non è Willi Brandt, e l’Italia non è la Germania o l’Inghilterra, senza nemmeno scomodare Max Weber.
Inoltre, il segretario del Pci, che qualcuno ha descritto come un leader incontrastato, soprattutto dopo la grande vittoria del 20 giugno 1976, ha sempre cercato o dovuto mediare tra le diverse tendenze: prima tra Ingrao e Amendola, poi tra Ingrao e Napolitano, ora tra le variegate posizioni che sono emerse dopo il rilancio dell’alternativa e lo strappo con Mosca. Anche al momento della crisi del Manifesto, Berlinguer cercò di muoversi con delicatezza, di sanare in qualche modo le cause del conflitto: senza successo. Ma mediando mediando, agendo “sull’uno e sull’altro terreno”, come ha detto l’anno scorso, al 16 congresso del partito comunista, Berlinguer non sembra essere riuscito a trovare la sintesi, l’idea-forza che trascina. Forse perchè la situazione italiana è quella che è, ingovernabile per definizione, stravolta dagli incoercibili giochi di partito. Forse perchè la mediazione non può esistere e la terza via è solo un’illusione, l’alternativa un miraggio e quelle categorie, di cui si parlava prima, vanno bene per i saggi scritti, non per razionalizzare il Rigoletto continuo che è la realtà italiana.

La Repubblica, 9 giugno 1984

Nota: il teatro vuole ricordare, ma senza agiografie. Ha trovato questo articolo antico, scritto due giorni prima dell’addio, che racconta, ricorda, analizza. E profetizza. Il teatro ricorda, come si ricordano i momenti dell’infanzia. Le facce svuotate di chi allora si chiamava “compagno”. La morte vista e rivista in televisione. Lo sconforto e il lutto. Oggi tutto è diverso. Oggi tutto è rimasto uguale.
Berlinguer se ne partì di giugno, l’undici, con tutti i suoi sogni e tutti i suoi errori. E noi dove andremo a cercare nuovi sogni, in mezzo a tutti questi orrori?

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 11 giugno 2009 su Con parole d'altri, Politica, per così dire. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. c’era Berlinguer… ed ora chi c’è ora, c’è qualcosa ancora, oltre l’indignazione di chi non si rassegna?! No, solo la nostra indignazione, vana speranza di cambiamento, lotta contro mulini a vento.

    M.

  2. alessandromelis

    caro M,
    io alterno lo sconforto e gli slanci.
    Vedremo. In fondo, l’esistenza è (anche) attendere, guardare…
    ti abbraccio,
    a.

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