rapsodie (6)

2011_05_02 rapsodie6

di Paolo Siracusano

In molte sue dichiarazioni, Franco Battiato (Ionia, 1945) lascia trapelare una certa insofferenza nei confronti della canzone cosiddetta engagée, sulla base dell’argomento – non condivisibile – che la musica non dovrebbe mischiarsi ai problemi di carattere sociale. Per rispettare questa posizione, non si rammenterà qui la sua vibrante Povera Patria (Come un cammello in una grondaia, 1991). E si inizierà da una canzone di Fabrizio De Andrè che conserva ancora, nel paese in cui e per cui è stata composta, una sorprendente attualità:

L’album Le Nuvole (1990), da cui è tratta La domenica delle salme, con il suo sguardo lucido e doloroso, prelude per certi aspetti alla costruzione del significato, insieme politico ed esistenziale, di Anime Salve (1997). In estrema sintesi, Anime Salve si potrebbe definire come un discorso intorno alla solitudine, unico antidoto alla costruzione di maggioranze fatalmente prevaricatrici.
Forse i Beatles non avevano pensato a questo risvolto salvifico della solitudine nella fondamentale, ma priva di speranza, Eleanor Rigby (Revolver, 1966), qui eseguita da Ray Charles in una versione a dir poco elettrizzante, almeno quanto la sua insuperabile giacca:

Di minoranze emarginate o schiacciate, molto prima di Anime Salve, De Andrè si era occupato nel sottovalutato album del 1981, noto come L’indiano. I fili delle sue parole uniscono l’epopea degli indiani d’America alle vicende del popolo sardo, isolato e irriducibile, anche nei suoi aspetti più feroci (non si può non ricordare la vicenda narrata in Hotel Supramonte).
Nel 1979, Neil Young inserisce, nell’epocale Rust never sleeps, la sua versione sul massacro degli indiani, la dolcissima Pocahontas, qui eseguita unplugged, senza il supporto elettrico dei Crazy Horse:

Fuori dalla dialettica maggioranza/minoranza (spesso equivoca, perché la minoranza può ben essere maggiore di uno), spostano l’attenzione sulle logiche di sopraffazione nei rapporti individuali i Radiohead con Where I end and You begin (Hail to the thief, 2003):

Nel 1980, De Andrè scrive insieme a Massimo Bubola il suo personale ricordo di Pier Paolo Pasolini, Una storia sbagliata.
Mai come ora si avverte l’assenza di Pasolini.
Ci si può consolare ascoltando Irata, dei Csi (Linea Gotica, 1996), le cover poetiche di Alice in Viaggio in Italia (2003), la canzone Pier Paolo dei Blonde Redhead (da Fake can be just as good, 1997), o il loro intero album La mia vita violenta, 1995 (i Blonde Redhead sono stati forse i migliori epigoni dei Sonic Youth, il riferimento ai quali basta e avanza per sintetizzare tutta la cosiddetta galassia grunge e/o indie-rock, soprattutto il loro album capostipite, Daydream Nation, 1988).

Oppure ancora, con A Pà, di Francesco De Gregori (da Scacchi e Tarocchi, 1985).
Qui le possibilità espressive dell’arte della canzone sono spinte fino ad un disperato candore, in cui niente appare più “politico” e rivoltoso dell’irriducibile unicità di Pasolini, e del cantarne, violenta, l’assenza:

(continua)

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 2 maggio 2011 su Rapsodie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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