rapsodie (7)

2011_05_02 rapsodie7

di Paolo Siracusano

This is the end, my only friend, the end
Così canticchiava anche Franco Battiato, citando il giovane Morrison in Bandiera Bianca (da La voce del padrone, 1981). Ecco, dunque, The End (da The Doors, 1967):

C’è un momento in cui ci si stanca e ci si stacca e in genere è malvisto. Cosa possa avere di divertente la fine di una cosa divertente come fare musichette, metterci su due paroline interessanti e cantarle nei concerti, in effetti proprio non si riesce a capire. Eppure tante sono le fini, le eclissi, i mutamenti che hanno sorpreso l’innato conservatorismo degli affezionati.

Lucio Battisti, nel 1986, pubblica l’ermetico e sintetico Don Giovanni (complici i testi di Pasquale Panella), dicendo più o meno così: “Non vi piace? Pazienza, per consolarvi compratevi una motocicletta tutta cromata”. Dopo di che prosegue dissolvendosi, sempre più incomprensibile, ma non troppo, con gli album L’apparenza (1988), La sposa occidentale (1990), Cosa succederà alla ragazza (1992), Hegel (1994).
Che ozio nella tournèe di mai più tornare, nell’intronata routine del cantar leggero:

Mina Anna Mazzini Quaini, in arte Mina, altra icona a forma di canzonetta, a un certo punto saluta tutti e se ne va, oscurandosi come l’amico Lucio.
Forse era scritto, se si considera che ha cantato la fondamentale Se telefonando (Studio Uno 66, 1966), la più grande canzone italiana di sempre secondo Claudio Baglioni:

Per inciso, secondo Luciano Ligabue la più grande canzone italiana mai scritta sarebbe invece Atlantide, di Francesco De Gregori (da Bufalo Bill, 1976). Forse anche lui preso da un principio di tristezza in fondo all’anima, forse anche lui in vena di addii.

Come cambia le cose la luce della luna, cosa cerca (o non cerca) questo strano tipo di persona che fa canzoni, non del tutto musicista e nemmeno in parte poeta? Ha ben piccole foglie la pianta del tè (Ivano Fossati, La pianta del tè, 1988):

A proposito di addii.
Nel 1990, con l’album Epica, etica, etnica, pathos, i CCCP chiudono i battenti.
I CCCP erano: un chitarrista neanche troppo attento all’armonia (Massimo Zamboni), un cantautore di canti di chiesa e canti partigiani (Giovanni Lindo Ferretti), una ballerina che si vestiva di abiti dismessi (Annarella Giudici), un barista parafascista di Carpi che si spogliava, spesso seviziandosi, sul palco (Danilo Fatur).
Suonavano un sedicente punk filosovietico.

Poi diventarono CSI, li affiancarono altri strumentisti (Canali, Magnelli, Maroccolo), si appianarono in parte le asperità, crebbe una voce femminile (Di Marco), forse incarnarono uno dei momenti più esaltanti e creativi della musica leggera italiana (del tutto arbitrariamente, si può rammentare il meraviglioso album Linea Gotica, 1996). La sinistra italiana continuò a non meditare sul loro percorso, paga dei pifferi dei Modena City Ramblers: brava, si è visto come sta messa oggi.

Poi cambiarono molte altre cose e da poco si sono sciolti i PGR, con un ultimo album (Ultime notizie di cronaca, 2009) che accende e non accende un barlume di speranza sull’esistenza di una destra non sinistra. Nei blog e altrove, le aggressioni verbali a Ferretti vanno dal traditore in giù. A proposito di addii.
Annarella (da Epica, etica, etnica, pathos, 1990): lasciami qui, lasciami stare, lasciami così

Questa storia è difficile da sintetizzare, come tutte, ma l’impressione che dà è che il suo significato sia maggiore del significato di tutte le sue parti. In questo video, Ferretti canta (a suo modo) l’addio a una parte della sua storia. Il fotogramma in cui si leva l’elmo è uno di quelli in cui il tempo si ferma, e si vedono in slow-motion tutte le immagini della storia difficile da sintetizzare. Ma in questo passaggio, forse, c’è qualcosa che non passa.

(fine)

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Splinder]

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Pubblicato il 2 maggio 2011 su Rapsodie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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