ballata della vedovanza

2012_04_10 ballata della vedovanza

Invedovì che si faceva giugno
e i papaveri s’impallidivano il vermiglio.
Se ne fosse andato di novembre, forse avrebbe pianto,
intuendo parentela fra la sua caduta e quella dell’autunno,
fra l’appassire insopportabile dell’anno
e l’addio che le amputava il desiderio.
Ma ora no, non stava bene il colore delle lacrime
abbinato al giallo in festa del raccolto.
Si pettinò con cura il riflesso nello specchio
(c’era un granulo di polvere sull’occhio:
lo soffiò via come si schiaccia un ragno)
mentre lui si raffreddava nel sudario
e la sua pelle incominciava il crollo.

 Il vestito non lo scelse: non c’era nell’armadio
un colore che somigliasse all’urlo.
Tolse le scarpe: il diventare sola
sentì che le obbligava passi scalzi.
In cucina non trovò nessuna spezia
adatta al nulla che sentiva sulla lingua:
l’ultima cena la condì con il rancore
per l’abbandono consumato sopra il letto.

Fu il marito a ritrovarla altalenante
dal lampadario della sala, appesa.
Ammutolì leggendole negli occhi spenti
la vedovanza d’incubo che gliel’aveva uccisa.

[AM, 10 aprile 2012]

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Altervista]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 10 aprile 2012 su Con parole mie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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