Abà

2012_04_23 Abà

Il tarantolato arrivò che era ancora giorno,
aveva passo di cavigliere di conchiglie,
e sguardo di tramonto.
Ogni casa si fece postribolo,
e ogni istante agguato.
Ogni carne fu paesaggio, e spreco,
e nessun sogno da allora fu mai sazio.
Disse: abà.
E da nessun’anima più poté sfuggire
il fiore d’ombra dell’estenuazione.
Disse: abà.
E nessuno più comprese
le regole del gioco.

 E i cani ammutolirono.
E i galli non cantarono.
E i muri si sbiancarono.
E i pennoni s’inalberarono.
E gli sconfitti si ridestarono.
E le tempeste s’avventarono.
E le belve fiammeggiarono.
E i raggelati si nascosero.
Quando il tarantolato disse: abà,
fu notte, e il passo di conchiglie
fu lontano.

[AM]

per “Abà” – opera/concerto di Gianfranco Fedele
con Gianfranco Fedele (pianoforte)
Alessandro Cau “Sbiru” (percussioni e oggetti)
Gavino Murgia (sassofono, voce)
Oristano, 22 aprile 2012

 

* * *

[originariamente pubblicato nel blog “Il teatro di Sisifo”,
sulla piattaforma Altervista]

* * *

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Pubblicato il 23 aprile 2012 su Con parole mie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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