il 2012 che mi è piaciuto (nonostante)

anno nuovo

Oggi, due gennaio del nuovo anno 2013, io dichiaro guerra al lamento.
Il 2012 è stato annus horribilis, dicono i lamentosi. Ebbene, io non starò qua a dire che viviamo dentro il migliore dei mondi possibili, anzi; né dirò che i problemi non esistono, anzi; né voglio fare professione di ottimismo ad oltranza: l’ottimismo, specie di questi tempi, è parola cara al potere che ci vuole fare ciechi. Solo voglio affermare che guardare il nero non servirà a null’altro che a vedere nero dappertutto, e anche questo è un atteggiamento che serve egregiamente al potere che ci vuole depressi e silenziosi. O depressi e rumorosi, che è un po’ la stessa cosa.
Perciò, perché credo che nulla incrina l’orrore che viviamo quanto lo stare saldi dentro le relazioni che costruiamo insieme giorno dopo giorno, io qui dichiaro che il 2012 è stato anno difficile quanto difficile è il gioco dello stare al mondo. Non di più, non di meno. E aggiungo: amici, poiché è evidente che non migliorerà le cose stare a lamentarci di ciò che non è andato, o non è corrisposto al desiderio, raccogliamo tutto il bene dell’anno. L’unica forza che conosco è quella dello sguardo attento, che osserva, analizza, discerne, studia. Cioè: ama. Non me lo dimentico mai, che “studiare” questo significa. Conoscere per amare.
Nel 2012 ho conosciuto, e mi sono conosciuto. Ho voluto bene e mi sono voluto bene. Questo basta a dirlo tempo bene speso. Bene detto.

Il 2012, dunque. Anno di un lutto gigantesco, di un amico che non può tornare. Ma che torna in memorie sempre carezzevoli di sguardo azzurro. E che torna soprattutto dentro alle amicizie che grazie a lui e a lui soltanto sono nate. È grazie a Delfio che oggi faccio passi accanto a Michela, Manuela, Corrado, Giusy, Manuel, Giovanni, Matteo. È per lui, per l’intreccio di amicizie che ci ha regalato, che stiamo disegnando un sogno. Sono doni del 2012, questi, che non dimentico.

Grazie a Delfio, anni fa, ho conosciuto Michela, e ho portato un po’ in giro le sue parole col mio lavoro di attore. Da lì è nata un’amicizia che è composta di tanti ingredienti la cui ricetta difficilmente sta dentro alle parole. Non me ne vorrà, lei che di parole vive, se dico che le parole non bastano a dire gli sguardi, gli abbracci, le risate, le rabbie, le avemarie, le fregole con le arselle. Il 2012, accanto a lei, è stato l’anno di Liberos, e l’anno in cui ho portato la mia voce al Festival di Gavoi. È un regalo del 2012, questo, che non dimentico.
Michele non lo vedevo da un anno e mezzo. Veramente troppo, troppo tempo. Bisognava rivedersi, riabbracciarsi, raccontarsi la vita che nel frattempo è stata. Ci siamo riusciti, dentro ad un tempo raggelato dall’inverno ai meno dieci gradi, sotto a una neve assurda per me in mezzo alle facciate barocche di una città incredibilmente boreale. Eppure è stata primavera, a Praga, di dicembre. L’abbraccio rinnovato di un amico è un regalo del 2012 che non dimentico.
Hanife Ana teatro jazz ha viaggiato un 2012 a volte quieto, più spesso tempestoso. Ha portato a bordo tanti nuovi marinai, si è cercata un porto, l’ha trovato, l’ha lasciato. È forte, debole, bellissima, e terribile, ma ha ancora in stiva sogni da far viaggiare, questa vecchia nave turca. Del suo 2012 porto con me tutti i momenti belli, tutti gli abbracci che ci siamo dati, con Savina e con Gianfranco, ogni volta che gli occhi ci dicevano “ce l’abbiamo fatta, guarda quanto è bella, oggi, Hanife.” I porti in cui Hanife ha scintillato, sono regali del 2012 che non voglio dimenticare.
La voce di Pierre Seel, a gennaio, e il “Delirio” di Ionesco, a dicembre. Ad aprire e chiudere l’anno, due passi importanti della crescita d’attore che coltivo. Sono due doni grandi, intimi, di scrittura, di ricerca, di lavoro profondo su me e sulle parole. Tutti e due questi momenti hanno trovato casa dentro al Centro Servizi Culturali, che in mezzo alla fatica di stare in piedi nonostante, ha sempre porte aperte per chi sogna una città attenta, coltivata, sveglia. Anche questo è un pezzo di 2012 che non voglio dimenticare.
Con Marta ho camminato passi importanti di questo anno che finisce. Mi ha regalato la mia faccia, lei, un volto fotografico che fosse un bianco e nero degno di Gavoi. E poi sono successe tante cose. Sono salito su un ponte, con lei, per trovare un urlo che fosse degno di uno spettacolo importante. Con lei sono rimasto indeciso sei mesi tra tartaruga e lumaca, ho pronunciato parole sotto il sole, ai giardini, tra le pigne, al mare, su una panchina, in mezzo alle zanzare. Alla fine siamo stati un’oretta su una scena davanti a un sacco di persone: il debutto di “Delirio” è stata una delle cose più belle di questo 2012 che non dimentico. C’era Marta, e sono davvero felice che ci fosse.
Norma, e i pomeriggi, e le notti in cui ci siamo riscaldati i cuori e i pensieri. E le rabbie, e il cinema, e il pianto, perché no? Il trovare casa l’uno nell’altro quando sembra che casa si stia sbriciolando sotto i piedi. Ecco, un’amicizia così non si può descrivere più di così, i silenzi giusti non hanno bisogno di parole. E tanto basta a dire che il 2012 non si può dimenticare.
Il cinema, sì, accanto a Francesca, a Pasquino, a Maria Francesca, Marcello, Nicola, Chiara. È stato un anno magnifico al Cineclub oristanese, verde acido, in sapore di kebab e birra scura. Quelle notti lì, tutte nostre, a parlare dei film e soprattutto di molto altro, sono doni del 2012 che non dimentico.
E sembra che arrivino tutti insieme a dirmi l’anno come una poesia, i ragazzi delle scuole in cui mi è capitato di lavorare, i ragazzi che hanno portato in scena volti fieri e spaventati, l’acerba bellezza timida del palcoscenico. E c’era Pino, un preside che crede in una scuola aperta alle esperienze del mondo. E c’erano Graziella, Gabriella, Anna, e Monica, Alessandra, Lucia, Patrizia, e Ello, gli insegnanti coraggiosi che portano il teatro a scuola. Di ognuno io mi porto qualcosa di bellissimo. Tra loro ci sono Firmino e Maria Antonietta, e una terzabì che è stata difficilissima all’inizio, e splendida alla fine, come tutte le storie perfette. Anche loro, con la sedia a dondolo, la valigia, l’orologio, e i biglietti del treno, sono un dono del 2012 che non si può dimenticare.
Matteo e Damiana, gli amici che mi accompagnano i passi da più tempo, erano lì accanto, anche quest’anno. È una fortuna grande averli lì, bisogna che lo sappiano. E adesso ci sono e ci saranno case, e cene, e noi che diventiamo sempre più adulti ma per fortuna non troppo, che possiamo ricordarci come eravamo e vedere come stiamo diventando. Come stiamo diventando belli, in questo tempo che ci ridisegna. Damiana e Matteo, lì accanto, a farmi bello il 2012 che non si può dimenticare.
C’era zia Gè, a farmi il dono grande della Grande Mela. E c’erano Sabrina e Stefano, i cugini compagni del viaggio. C’erano loro, a guardarmi gli occhi entusiasti, e io a guardare i loro, mentre superavamo insieme l’Atlantico, e andavamo a farci il nostro primo viaggio di là, nell’assurdo continente. Sono i miei fratellini, questi due cugini innamorati l’uno del Giappone e l’altra della Scienza. Studiano e osservano il mondo, sanno che solo così potranno migliorarlo. Esserci conosciuti un poco in più, con loro e con zia che ci ha accarezzati come figli, in questo viaggio, è un altro dono del 2012 che non dimentico.
Basta provare a scorrerlo nella memoria, questo anno, e torna una folla di momenti di grazia, che sempre sono i momenti in cui si stringe un poco la relazione con qualcuno: c’è un messaggio di Noemi, a ricordarmi che di là c’è un porto che mi attende; c’è Paolo, e un Bond post freudiano; c’è Michele e un viaggio trascorso al telefono; c’è una valigia rotta e uno zio magnifico che l’aggiusta; c’è una chiacchiera libera con zia Lella, a mollo nell’acqua trasparente di Mari Ermi; c’è un pomeriggio con Barbara, in cui tardiamo a lavorare perché è bellissimo parlare ancora una volta di… lo sappiamo noi, di chi; ci sono Luisa e Silvia e un Gramsci che canta Insumontegonare; c’è Roberta che mi racconta l’Australia; c’è Daniela e una casa che grazie a lei piano piano cresce; c’è Gino che mi dice incomincia a scrivere i tuoi incubi, e ha negli occhi una luce che non può non dare coraggio; c’è un pomeriggio preciso insieme a Mauro, in cui il sole ci ha scaldato la schiena sul terrazzino della sua casa; c’è Paola che viene in libreria a chiedermi una favola; c’è Luciana a Seneghe che mi mostra come mettere i libri dentro alle scatole; c’è una risata con Roberta, mentre immaginiamo Moby Dick in un bosco; c’è uno sguardo senza parole di Rita, che mi guarda e sono certo che capisce un sacco di cose. Davvero, a guardarlo in questo modo, l’anno sembra bellissimo.
Di te ci sono un sacco di cose che porto. A guardarle da qui, da questa strana distanza, sono tutte essenziali, quelle belle e anche quelle dolorose. Voglio metterne qui solo alcune, senza graduatoria d’importanza: la notte con la pioggia, un bacio svelto e perfetto come un furto ben riuscito, la frittata, divisa in due mezze lune, il pavimento e il pianto, la stufa, i tortelli, i cd sparsi a terra e messi in ordine, il mercatino, il quadretto di Snoopy, il maglione giallo, rosso, azzurro, la sciarpa viola, le parole tante, la nottina. Lo sai che sono tutti doni del 2012, anche questi?
E c’è settembre, il mese in cui ho ritrovato e ricomposto la risacca di me. E tutto ha preso a ritornare nell’ordine che è giusto, che è mio.
E poi ci sono loro, babbo e mamma, sempre accanto, l’uomo e la donna che mi hanno fatto. L’uomo e la donna che resistono ad ogni conflitto mio con me prima che con loro. L’uomo e la donna che mi accompagnano i passi, nonostante. Loro sono un dono di sempre, e quindi anche del 2012.

A tutte queste persone, a tutti questi istanti, a tutta la forza che viene dall’intrecciarsi insieme io dico grazie.
La vita che vince è il nostro stare saldi, il costruire insieme. E’ solo questo che tiene in piedi il mondo, la rivoluzione che lo fa girare. Nonostante.

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Pubblicato il 2 gennaio 2013 su Con parole mie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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