urgenza

urgenza

Ci sono giorni in cui la parola mi preme.
La parola scritta, soprattutto. La parola lì, fuori di me.
Messo alle strette di una scelta, rinuncerei alla voce, pur di non perdere la possibilità di mandar fuori il dire. Nel giochino della torre, butterei giù l’attore e mi terrei la scrittura. Amo pronunciare parole d’altri, ma più ancora amo incastrare le mie. Saranno povere imperfette storte, ma sono cosa mia che preme, impellente.
Eppure la parola duole, nell’uscire. Il fatto di doverla fare non toglie tutta la difficoltà del farla. Io sono dita di scrittura stitica, pigra. Dita che digeriscono lente il pensiero.
No, non è questo, invece. Non avessi le pastoie del mio stesso giudizio scriverei ore, ogni giorno. Mi piace specchiarmi in una parola mia bene detta; l’arrivare (ma accade raramente) a trovare che sì, ci sono riuscito, a dire. Non ci riesco spesso, solo quando rinuncio a voltarmi a guardare il peso della storia, l’ombra pesantissima della grammatica che mi precede. Ma sto imparando a voltarmi in luce, a dire nonostante.
E sono un verbofilo coprofilo narciso, lo ammetto. La guardo a lungo, poi. È una soddisfazione di cui un poco mi vergogno. Ma solo un poco. Non faccio male a nessuno, in fondo. Quando le mie parole sono lì fuori, messe nell’ordine giusto, nel suonare giusto, piccole isole di senso staccatesi da me, galleggianti: quando riesco a farle, provo la gioia morbida del vuoto, la spossatezza del dopo, sorella di tutti i dopo stanchi che conosco.
Mi scappa la parola, e vado a farla.
Essere apprendista del teatro mi serve a farla meglio. A impararla meglio nel confronto, nel suono. Nel vedere il volto dell’ascolto. Nel comprendere se davvero la parola mia piace. No, non sarò buonista, lo dirò che ho piacere nel piacere agli altri. Anche questo è urgenza, essere parte di relazioni in cui il mio fare non è un piacere solitario. È un piacere che dà, e che prende.
Faccio la parola e voglio farla.
Il perché, laggiù in fondo, non si trova. Ci sono tanti perché di superficie (raccontare fiabe, costruire vite che non ho a disposizione, sentirmi intelligente, commuovere e commuovermi) ma il perché vero ha la forma delle vene. Ha fattezze di biologia, di fisiologia. Non ha senso il perché di un fegato, di un cuore, di un polmone. Ha senso domandarsi il come di un enzima, del sangue, del respiro.
E il come della parola mia è il gusto del creare, del fare mondi che prima non esistono e poi sì. [Sì, lo so che infiniti altri li hanno già detti, lo so bene. E so bene che non è rimasto più nulla da inventare, né ho pretesa di dirlo un poco meglio, quel nulla che è già detto. Ma io faccio senza senso. Come tutti (anche quelli che credono il contrario) io vivo senza senso. Vivo come se. Cerco di occuparmi del come, non è alla mia portata, il perchè.]
A conti fatti, dunque, la mia urgenza è creare mondi dove ho l’illusione del controllo, e poi no, scoprire che neppure lì è del tutto possibile, il controllo. Creare mondi che servono a constatare che al fondo di me c’è sempre un imprevisto.

[La foto là sopra è di Michele Greco]

Pubblicato il 14/04/2013 su Con parole mie. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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