barbara

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Barbara mi ha sorriso, mi ha guardato dritto negli occhi, stringendomi la mano.
È cominciato così. Denti, occhi, mani. È cominciato con il parlare del corpo l’incontro.
Sono andato a sentirla per quella casualità non casuale che intreccia le relazioni tra gli esseri umani. Perché a leggere le parole di Barbara, a raccontare il suo libro “Compagna Luna”, c’erano Tamara Bartolini e Michele Baronio.
Tamara e Michele sono due creature belle che mi hanno condiviso i passi nelle ultime settimane, artefici di un laboratorio, “La Caduta”, in cui tantissimo di me si è smosso. Ora guardo sedimentare tutto quel sommovimento, con la curiosità di chi ancora non sa cosa gli lascerà addosso un viaggio appena concluso. In mezzo a tutta questa rivoluzione, ieri, a Cagliari, Tamara e Michele mi hanno condotto da Barbara.

Barbara ha occhi che non si fermano, che vanno in giro come se non riuscissero a posarsi. Barbara fa a pezzettini un fazzoletto di carta, come se le sue dita non riuscissero a star zitte un attimo. Barbara ha addosso un parlare gigantesco che vuole esplodere, impaziente davanti a chi è venuto lì per ascoltarla.

Io sono andato lì, di fronte a lei, con tutte le mie incertezze.
Degli anni che si chiamano di piombo so pochissimo, a parte che ci sono nato dentro. Non avevo neppure un mese, il 16 marzo 1978, quando Barbara era in via Fani a incarnare il pezzo di storia che le è capitato in sorte. È inevitabile che per me quegli anni, conosciuti solo sui libri, nelle canzoni e nei film, siano una gigantesca confusione. Lottano in me il desiderio di credere che la fratellanza sia sempre più forte delle bombe e delle pistole, e le parole di De Andrè che in una storia d’impiegato cantava che “bisogna farne di strada, da una ginnastica d’obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza”. Il desiderio di una forza mite e la consapevolezza che il potere trova sempre il modo di aggirare la mitezza. Il prozio morto partigiano e la sensazione chiara di appartenere, oggi, alla schiera degli sconfitti. Ecco, io ero lì di fronte a Barbara con tutta la mia confusione, nodo misto di disperazione e desiderio di luce.

Barbara rivendica un diritto alla voce, a un punto di vista obbligato al silenzio.
Barbara combatte il raccontino facile facile di chi si accontenta delle formule senza incertezza.
Barbara vuole lasciare domande e dubbi, comprendere una storia comprendendo se stessa.
Barbara parla guardandomi negli occhi, e dice chiaro che il suo parlare è per chi non c’era, che possa scegliere avendo nello sguardo anche il racconto più duro da pronunciare.
Barbara non mercanteggia con il dolore, mai.

Barbara è, soprattutto, una storia da guardare tutta insieme. È nata da genitori emigrati in un paese/fabbrica che sembrava un miracolo del boom economico e oggi è una palude abbandonata, con le falde acquifere avvelenate e la povertà malata che non guarisce. È una pedagogista che ha lottato per l’integrazione dei bimbi disabili nella scuola pubblica, e quella battaglia l’ha vinta. È una donna che sa guardare il mondo tutto intero, e che dice senza timore di essere smentita che il 1973 cileno, il piano Condor di Kissinger, le stragi in America Latina hanno dimostrato che la democrazia rappresentativa era un valore a senso unico, che poteva essere bombardata se l’esito non era quello sperato. Barbara è una che dice, con una consapevolezza lucida e insieme ingenua “ci siamo sentiti in pericolo”.
Barbara è una donna che a un certo punto della sua vita ha sentito che “non poteva permettersi troppi svolazzi”. Barbara ha scelto. E, come le ha poi scritto Erri De Luca, è tra i pochissimi che, in un paese di insolventi, ha attraversato tutta intera la sua pena trentennale, pagando il conto per un’intera generazione.

Barbara non rinnega, non cerca perdoni. Sta da un’altra parte, la questione che la sua vita, la sua persona pone. Sta nella coscienza di ciò che è stato il mondo negli anni sessanta e settanta, di ciò che è oggi. Nel domandarsi quale sia il modello di mondo in cui ci si può sentire a casa, e quanta forza si è capaci di mettere in campo per costruirlo. Nel grande dubbio di quale sia il ruolo che ciascuno deve prendersi dentro la storia, la sua personale e quella grande, collettiva. Barbara “non fa mercato” di colpe, perdoni, assoluzioni. Barbara sa che parole come “innocente” e “colpevole” possono nascondere trappole, a seconda di chi le usa. E sa che non esistono, in nessun luogo del tempo, poteri innocenti.
Una frase come “pagare il debito con la giustizia”, di fronte a Barbara mi fa l’effetto di un’unghiata su una lavagna di ardesia. Chi si mette in questa prospettiva non ha capito la postura della domanda che Barbara è.

Poi. Poi me ne torno a casa colmo di dubbi. Ci ho in testa le lettere di Aldo Moro, la sua faccia sorridente nel film di Bellocchio, la voce di Allende nell’ultimo discorso, il fazzolettino maltrattato da Barbara per tutto il tempo.

E nelle orecchie, soprattutto, la sua risposta alla domanda più difficile. Quella che avrei voluto farle io e che le ha fatto una signora esile e ferma, dal pubblico. Dove si trova il confine labilissimo tra la forza e la violenza. Quando e se ha senso valicarlo.

Lei risponde con una frase di Simone Weil:
Se si è consapevoli delle ragioni dello squilibrio sociale, occorre fare ciò che è in proprio potere per aggiungere peso sul piatto troppo leggero. Anche se il peso fosse il male, forse maneggiandolo con questa intenzione non ci si macchia. Ma bisogna avere concepito l’equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia, questa “fuggitiva dal campo dei vincitori.”

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Pubblicato il 28 aprile 2013 su Politica, per così dire. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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