dromodiario #2 [tappeti]

02 tappeti

28 luglio, Roberto Fonseca – MOGORO

I momenti di crisi raddoppiano la vitalità negli uomini.
O forse gli uomini cominciano a vivere appieno
solo quando si trovano con le spalle al muro.” (Paul Auster)

Ieri ho compreso che a Mogoro si fanno i tappeti.
E non dico soltanto di quelli, meravigliosi, esposti alla fiera, o in mostra ad ornare il paese vestito a festa. No, quelli li conoscevo già e sono stati una magnifica conferma.
Parlo di altri tappeti, quelli delle parole e quelli della musica, i tappeti fatti con trama di paura intrecciata nell’ordito della sfida.
Cinaski, nella piazzetta, laggiù, ha detto Ho un vaffanculo in tasca. Poi ha detto Prima o poi si cresce, prima o poi. Poi ha detto Io amo i vivi per quello che sono ora. Come è bello il vino rosso rosso rosso. Le strade corte hanno menzogne lunghe. Il sole a volte rompe i coglioni (e a volte anche le campane). Sangue nella neve e macchie rosse delle bandierine. Sangue nella neve e macchie rosse delle bandierine. Sangue nella neve e macchie rosse delle bandierine.
Cinaski, mentre parlava, aveva alle spalle un tappeto che sembrava un albero genealogico. E gli usciva dalla bocca una tessitura di parole in rima che diventavano strade, morbide come tappeti colorati, fatti da mani di donne e di uomini buoni.
Gli ho chiesto una parola sulla crisi. Mi ha detto Vita, che per morire c’è sempre tempo.
Poi è salita sul palco Carmen Souza. E cantava Ohiohiohiohiohi. Ho pensato che fosse un lamento perché la voce sua, anche se è infinita, sembra che non le basti mai. E va sempre a cercarne altra, giù giù dentro le note gravi della terra dove nasce tutto, su su su nelle note acute del volo degli uccelli.
Carmen è una donna piena di fede. Prima di salire sul palco mi ha detto che la crisi è la trama stessa della musica, che è insieme paura di non farcela e certezza che riuscire, alla fine, ci farà ancora più coraggiosi, ancora più orgogliosi.
È gente così quella che serve al mondo.
È gente così quella che è bene incontrare spesso. Perché ieri sopra questo palco ero davvero pieno di paura. Il tappeto volante che porto attaccato ai piedi, anche se non lo vedete state sicuri che c’è, ieri notte tremava tutto, mentre saliva quassù. Gli ho detto, Se non la smetti ho un vaffanculo in tasca. Mi è tornata subito buona, la frase di Cinaski.

Insomma oggi è il secondo giorno del Dromodiario, e già vado via più in scioltezza. Forse anche perché oggi, qui a Mogoro, c’è un tessitore di tappeti magnifici, che viene da Cuba e si chiama Roberto Fonseca.

Roberto Fonseca è un uomo la cui carne è tessuta di musica. Padre batterista e madre cantante, lui ha scelto il pianoforte. Ma siccome alle radici non si dice di no, suona il pianoforte ma gli capita di trasformarlo in voce, di percuoterlo come una grancassa. E siccome non gli basta, a quest’uomo che suona urlando e guardando il cielo, a quest’uomo che guida il pianoforte come un aereo, o meglio un’astronave, a quest’uomo che ci balla intorno e davanti per chiamarci dentro tutte le divinità del cielo e della terra, sia quelle che conosce che, soprattutto, quelle che non sa, siccome niente gli è mai abbastanza, questa sera la tessitura, a Mogoro, sarà davvero imprevedibile.

Sappiamo che si chiama Yo, questo progetto. Io. E non è superbia. È che a volte, per uscire dalle Crisi, bisogna mettersi nudi, con le mani aperte, ripartendo solo da quella piccola tremante certezza di esserci.

Ora vi lascio a Roberto Fonseca.
Questo tappeto volante, ve lo giuro, non lo dimenticherete. Mai.

Pubblicato il 29/07/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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