dromodiario #4 [se c’è una cosa…]

04 se c'è una cosa

31 luglio – BARATILI – Paolo Fresu e Uri Caine

Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.
Chi attribuisce le proprie sconfitte e i propri errori alla crisi violenta il proprio talento
e mostra maggior interesse per i problemi piuttosto che per le soluzioni.
La vera crisi è l’incompetenza. [Albert Einstein]

Se c’è una cosa che mi piace della vita, è che non la smette mai di sorprendermi.

Domenica, per esempio.
A Mogoro è salito sul palco Roberto Fonseca. E come ha incominciato a picchiare sul pianoforte una musica che si chiamava Ottanta, io non sono riuscito più a stare fermo. Sono diventato energia pura di corpo vivo. Ho pensato che se davvero si potesse rinascere, il posto che vorrei avere intorno a me è l’isola di Cuba, se davvero lì esistono corpi così tanto vivi. Ero davvero in crisi d’identità, a Mogoro. Per fortuna mi hanno distratto i bambini, a Mogoro, che schiamazzavano attorno al palco. Che bellini.

Poi ho pensato a quel pianoforte, mischinetto, abituato magari a mani gentili di pianisti virtuosi, picchiato da tutta quanta quell’energia che possedeva la forza distruttiva e creatrice del vulcano. Ho pensato che quel pianoforte si sentisse come quando finalmente incontri la persona davvero giusta, e comprendi davvero, con ogni fibra di te, che cosa è l’estasi notturna dell’unirsi la carne insieme. Stavo proprio per entrare in quell’estasi pericolosa. Meno male che c’erano i bambini che urlavano e che correvano intorno al palco, a Mogoro. Che bellini.

Poi ho pensato che Roberto Fonseca ha una voce liscia e insieme vetrosa, solida e lucida come l’ossidiana. Poi lui ha cantato una cosa che diceva “Mi sufrimiento”, e mi è parsa una parola bellissima, e io mi sono detto che può essere davvero commovente la malinconia, quando viene da un corpo così vivo. Un corpo piegato su un fianco mentre suona. Un corpo che quasi si spezza nella tensione e invece resta lì, tutto intero, e sembra un miracolo che non esploda.
Me lo dici dove vai, Roberto, quando suoni? Che luoghi guardano i tuoi occhi chiusi? In quale terra accidentata stanno camminando le tue mani?
Ecco, dopo un concerto così, penso che se c’è una cosa che mi piace della vita è che mi consente di perdermi. E stavo davvero rischiando di perdermi, a Mogoro, davanti a Fonseca. Per fortuna c’erano i bambini, che urlavano, che correvano, che facevano rumore. Che bellini. Che bellini.

Se c’è una cosa che mi piace della vita, è che a volte ti mette davanti la bellezza esatta delle parole dette bene.

Antonio Pascale, per esempio, ieri ad Oristano ha raccontato l’evoluzione dell’uomo. Ho scoperto che ci siamo alzati per caso, che esiste un gene della bellezza, che fa il paio con il neurone dell’empatia. Che esistono gesti che sconfiggono la genetica. Che la cultura è un atto di rivolta contro le ristrettezze della natura. Che gli dei fanno solo domande, le risposte spettano a noi. Che misurare è il rimedio contro l’imponderabile. Che il sistema 1 ci fa riconoscere la paura nel volto degli altri, ma anche l’amore, in 30 millesimi di secondo. Che il sistema 2, invece, è il nostro strumento per proteggerci dalla casualità del mondo. Che il bicchiere non è mezzo pieno o mezzo vuoto. Sono esattamente 30 cc.
E c’era Mauro Sigura, ad accompagnarlo con il bouzouki e con l’oud. E mentre suonava ho pensato, chissà se Mauro suona con sistema 1 o con sistema 2. Quello che è certo è che le sue dita hanno sia il gene della bellezza che il neurone dell’empatia.

Se c’è una cosa che mi piace della vita, è che si deposita nella memoria come polvere luminosa.

Uri Caine, per esempio. Mi ricordo che la prima volta che l’ho sentito suonare ero al teatro della Pergola, a Firenze. E lui maltrattava in modo geniale le variazioni Goldberg di Bach. Di quel concerto ricordo cosette piccole, proprio piccole polveri di memoria. Il modo in cui sorrideva alla sua band, quel senso di fare insieme il miracolo della musica. O la luce blu che a un certo punto, in mezzo a un momento lentissimo, mi ha fatto pensare Ecco, adesso con Bach e con Uri Caine siamo entrati in un acquario, e noi siamo tutti pesci attenti. Oppure quell’altro momento magnifico, di luce piena, di suono pieno, in cui ho pensato che a volte, durante un concerto, lì, aggrappato alla tua poltroncina, puoi essere davvero grato ad un artista che crea la bellezza per te. Ecco, in qualche modo volevo dirglielo, a Uri Caine, che un musicista come lui può andarsene davvero contento, dentro il suo tempo. Perché possiede, chiuso dentro i polpastrelli delle mani, il potere di dare un po’ di felicità alle persone.

Se c’è una cosa che mi piace, della vita, è che non sai mai davvero dove ti porterà.

Prendete Paolo Fresu, per esempio. Due anni fa ci ha fatto galleggiare sulle barche di Stintino, ci ha appeso a un albero ad Allai, a Carbonia e a Montevecchio ci ha portati in miniera con il caschetto giallo, a Gavoi dentro una basilica ci ha portati dritti dritti in Corsica, a Nora ci ha resi tutti fenici, a Nurachi a momenti ci faceva cogliere le olive, a Ulassai ci siamo sentiti tutti uniti dal filo magnifico di Maria Lai, pietra millenaria siamo stati con lui a Barumini, e poi vento a Mogorella, e tutti in fila indiana a Mogoro… e chissà quante altre cose siamo diventati, che se ne stanno tutte chiuse dentro la sua tromba, il suo flicorno, i suoi pantaloni a quadri e i piedi scalzi. Quante cose siamo, che gli artisti quando sono così grandi, ci regalano.

Se c’è una cosa che mi piace, della vita, è che è lì, a portata di mano.

Pubblicato il 01/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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