dromodiario #5 [intermittenze]

05 intermittenze

1 agosto – ORISTANO
Ilaria Porceddu – Stefano Bollani

La vita somiglia un poco alla malattia.
Procede per crisi e ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti.
A differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale. [Italo Svevo]

Ieri sera, a Baratili, ho scoperto di essere un intermittente.
O meglio, lo sapevo già di essere uno che va e viene. Però non gli avevo ancora abbinato questa parola. Intermittente. A volte succede, di possedere il concetto, lì, bello chiaro davanti agli occhi, ma non le parole. Come ora, che inizio a scrivere questo quinto dromodiario e la pagina è ancora quasi tutta bianca, in attesa della luce dell’inchiostro. Ci ho un po’ in mente dove andare a parare, ma non troppo. Sapete, sono un intermittente.

A me, questa parola, prima di ieri, mi veniva in mente solo a Natale. Sapete, le luci intermittenti dell’albero, che fanno accendi spegni accendi spegni tra i nastri e le palline fragili. Sono molto fragili le palline dell’albero di Natale. Ogni anno ne rompo qualcuna, perché sono uno distratto. Ma ci ho la giustificazione. Sono intermittente.

Questa cosa qui bisogna però che ve la spieghi.
Ieri a Baratili c’era una bella conferenza, il cui titolo, indovinate un po’, era Krìsis.
E c’erano due professori di Cagliari, Vinicio Busacchi e Stefano Pira, che hanno parlato della crisi in maniera molto scientifica, da storici precisi. Vinicio, che è un ottimista, all’inizio ha detto La crisi è spaventosa, la notte è oscura.
E poi c’era Paolo Fresu, e a un certo punto Vinicio, che bel nome, gli ha fatto una domanda complicatissima partendo da un brano di Kandinsky. Ha detto che senza crisi e conflitto non si può comprendere la storia d’Europa. Che però per fortuna c’è l’Arte, che è sempre un prodotto della crisi. Ma è fragile, molto fragile, come le palline dell’albero di Natale, questo l’ho aggiunto io, però, non lo ha detto Vinicio. Lui ha detto che l’Arte è fragile, specialmente in Italia, che è terra che trema. Poi ha detto, sempre citando Kandinsky, che il carro di Platone si è schiantato a terra. Che l’arte si è perduta. Che l’ingegno è una maledizione, che il pane è avvelenato e che in tempi di crisi ci sono opere d’arte con cuore freddo e anima addormentata. E poi ha chiesto a Paolo Fresu che ne pensi.

E allora Paolo Fresu ha iniziato un discorso che sembrava un solo di flicorno, soffiato piano piano. Ha detto che non si può comunicare senza un’anima che parla al di là della ragione. Ha detto che la musica deve essere un linguaggio artigianale, e che il jazz è nato sporco e meticcio, nella crisi e nel conflitto, ed è per questo che è una musica popolare, perché ha il dovere di raccontare il presente. Poi ha detto che non esiste altra musica contemporanea se non quella che si suona tutti i giorni dentro una tradizione, che è vera tradizione solo se impara ad evolversi nel tempo. Ed è per questo che il jazz è davvero la musica di tutti. Poi ha detto che è lì, dentro quella tradizione, che abbiamo il dovere di impiantare vigne musicali nuove. Che come il vino, la musica e tutta l’arte devono essere artigiane. E che come tutti i prodotti della terra e del lavoro dell’uomo devono essere comprate e vendute al giusto prezzo, senza avere paura di mescolare la bellezza e il costo giusto del suo valore.
Ed è lì che ha detto questa cosa magnifica. In Italia siamo tutti precari, in Francia gli artisti sono riconosciuti dallo stato, e si chiamano “intermittenti dello spettacolo.”

È così che ieri sera, a Baratili, ho scoperto di essere un intermittente.

Poi Paolo Fresu è salito sul palco insieme a Uri Caine. E c’erano tremila persone, un mare di gente. E loro due, lassù, suonavano come se fossero soli nella loro stanzetta, piccole stelle intermittenti a specchiarsi sul mare di Baratili.
Perché ieri c’era davvero il mare, a Baratili, un mare immenso di cuori tutti accesi.
Io mi sono seduto lì, sul fianco del palco, per terra. Praticamente sulla spiaggia.
E Uri Caine, aveva dita che giocavano a campana sugli ottantotto tasti. Voi non lo sapete, ma c’era un ottimo filu ferru, complice di quelle note.
E Paolo Fresu soffiava. E sbaciucchiava il flicorno, e poi guardava su, con la nota che non finisce, non finisce, non finisce, non finisce, non finisce.

Tutto perfetto, Paolo.
A parte la camicia hawaiana.

Poi Paolo e Uri sono andati via, e il festival è andato via dal mare di Baratili ed è venuto qui, ad Oristano, per portare sul palco Ilaria Porceddu e Stefano Bollani

Comincio ad amarla molto, questa intermittenza.
Ilaria, per esempio. È nata a Cagliari nel 1987, e da allora fa la funambola, in equilibrio tra tante arti: canta, scrive, suona, è un’etnomusicologa e collabora con artisti visivi. Lei è una che l’intermittenza la vive in ricerca, accendi spegni accendi spegni, che il linguaggio non basta mai agli artisti veri.

E di Stefano Bollani che cosa posso dirvi che non sappiate già? A guardare o leggere le sue interviste trovi frasi tipo “Bisogna trattare la musica come se fosse vita.” “Io mi sono sempre divertito come un pazzo” “Una bella esperienza di dialogo è andare a tempo con l’altro, seguire gli errori dell’altro, o convincere lui a seguire i tuoi”, “quando il jazz funziona è un bell’esempio di società ideale”, “Certi pianoforti sono davvero cattivi”, “Non si improvvisa a caso”, “Yesterday non è dei Beatles, l’ho scritta io.” Cose così.

Ora vado.
Vado, e tornerò.
Sapete, sono un intermittente.

Pubblicato il 02/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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