dromodiario #6 [un senso nelle cose]

06 un senso nelle cose

2 agosto – ORISTANO – Al Jarreau

La crisi della cultura. C’è sempre stata:
Shakespeare non sapeva il greco
e Omero non sapeva l’inglese. [Ennio Flaiano]

Ieri sono tornato per la prima volta in questo luogo dopo un sacco di tempo. Non ci venivo da quando andavo al Liceo De Castro, qui accanto, e appena arrivava un po’ il caldo professor Schintu, il professore di ginnastica, ci portava qui a giocare a calcio. Che bello.
Sotto il sole. A correre per un’ora sulla sabbia rovente. A sbucciarci le ginocchia. Che bello.
A me i compagni mi dicevano sempre Tu stai in porta, che non sai giocare. Che bello.
È difficile che mi venga in mente una situazione più imbarazzante di quando tornavamo in classe e io ne avevo prese almeno qualche decina.
Per fortuna ieri sono salito su questo palco a intervistare Ilaria Porceddu, mentre accordavano il pianoforte, prima che salisse a suonare Bollani, che è molto bravo, ed è per questo che è famoso, e l’intervista ci è sembrata davvero interminabile, a me e a Ilaria, che né io né lei siamo abituati a farle, le interviste, e io mi sono sentito esattamente come quando stavo in porta e pensavo questa la paro, questa vedrai che la paro, questa la…. Gol.
Ho un sacco di ricordi bellissimi, del campo da calcio del seminario di Oristano.

E insomma ieri sera, qui, nel campo da calcio del seminario di Oristano, c’era il concerto di Stefano Bollani.
Bollani è uno bravo, veramente, ed è per questo che è famoso. Però mi sa che prima di raccontarvi il concerto quasi quasi vi racconto il resto, quello che c’era intorno, e che magari non lo avete notato, perché c’era Bollani, che è davvero bravo. Ed è per questo che è famoso.

Prendete Ilaria Porceddu. Appena l’ho vista ho pensato che se le janas esistono sono fatte così. Le janas, avete presente? quelle delle domus.
Ah, già, oggi il tg ha detto che ci sono un sacco di turisti che vengono ai concerti di Dromos. E quindi magari loro non lo sanno, cosa sono le janas. magari a loro glielo spiego, voi che siete sardi e di sicuro queste cose le sapete già pazientate due righe.
Allora. Le janas sono gente piccolina. Tutte femmine. Vestono di rosso e sono belle, luminose. A volte persino abbaglianti. Di giorno non escono mai, perché il sole le fa morire. Tecnicamente si chiama fotofobia, ma detto così è meno poetico. Sono un po’ fate, un po’ streghe. Dipende da chi hanno intorno. Ma a pensarci bene per questo non è necessario essere janas, tutto sommato. Abitano in piccole grotte che si vedono un po’ dappertutto in giro per la Sardegna, che infatti si chiamano domus de janas. Il loro mestiere è la tessitura. Filano su telai d’oro con fili d’argento, non conoscono il lievito e ballano il ballo tondo.
Ora a me Ilaria è parsa proprio così, piccolina, vestita in rosso, danzante. E filava le sue note e il suo filo di funambola, qui, nel giardino del seminario. Prima di Bollani. Che è bravo, ed è per questo che è famoso.

Un’altra cosa che mi è piaciuta molto, ieri, è stato il dopovestival, lì, in quella specie di piazzetta che c’è all’ingresso. C’era un gruppo che si chiama The Corners, che visto il mio glorioso passato di portiere non è proprio un nome che mi suscita bei ricordi, però loro sono davvero bravi, hanno fatto un sacco di cover bellissime, Battisti, De Andrè, i Pink Floyd. E io ero lì seduto sul tappeto della libreria, con una birretta in mano, Antonio e sua moglie che chiacchieravano di musica, e Manuela che mi raccontava Star Trek, lunga vita e prosperità, e c’erano in fondo i manifesti di Dromos, e quel negozietto che vende i giocattoli di legno. E Giusi e Manu che sono altre due Janas, insomma, se volete un consiglio rimanete al dopofestival, perché lì è successa ancora un sacco di roba bella, dopo il concerto di Bollani, che è davvero bravissimo.

Un’altra cosa a cui ho pensato con un po’ di malinconia è il pianoforte. Il pianoforte che, detto per inciso, è fornito da uno che si chiama Corda, poi ditemi se a volte uno non ci ha il destino scritto nel nome. Ecco, pensate soltanto per un attimo a questo povero pianoforte, Fonseca lo ha preso a pugni, Uri Caine ci saltellava su, ieri Bollani, che è davvero bravo, gli ha dato un sacco di sberle. Mischino. Più che di un accordatore quando finisce Dromos quel gran coda avrà bisogno del Prozac.

Comunque, Bollani è proprio bravo. Suona con una geometria che neppure Euclide. Suona e fischietta. Suona e canta spaghetti pollo patatine. Salterella sulla tastiera come un bambino che si diverte con il giocattolo preferito. Suona e intravvedi lì, sullo sfondo, Scott Joplin che è proprio fiero. E poi a un certo punto in lontananza hanno abbaiato dei cani, e Bollani ha preso quell’abbaiare e lo ha messo dentro il pezzo che stava suonando. E io ho pensato che il jazz è davvero un equilibrio magnifico tra la tecnica e la leggerezza. E poi, mentre lui suonava Heidi, è passata nel cielo una stella cadente. E io ho pensato che a volte le cose del mondo si mettono proprio d’accordo per essere davvero straordinarie. Per provare a convincerci che, malgrado tutte le evidenze contrarie, un senso nelle cose lo possiamo trovare.

E poi oggi tocca ad Al Jarreau salire sul palco di Dromos.
Ma voi ce l’avete davvero presente, Al Jarreau? Uno che con la voce fa veramente quello che vuole, che crea mentre canta spazi che non esistono, suoni che non stanno dentro la voce umana, normalmente, barbagli, mosaici, tessuti, gioielli, tappeti, respiri grandi come il cielo di Milwaukee a marzo.

Ecco, secondo me oggi, dentro una canzone di Al Jarreau mi sentirò dall’altra parte, dalla parte di quello che tira e pensa tanto non la pari, tanto non la pari, tanto non la… Gol.
E voi, iniziate a pensarvi il vostro desiderio.
A portarvi le stelle ci penserà Al Jarreau.

Pubblicato il 03/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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