dromodiario #7 [color ocra]

07 color ocra

3 agosto – ORISTANO – Nils Petter Molvaer

Non è possibile una crisi di governo la prossima settimana:
la mia agenda è già piena.
[Henry Kissinger]

Questa mattina mi è capitato di passare in via Cagliari, proprio qui accanto, e mi sono affacciato ai cancelli.
C’era il festival addormentato, nel caldo di mezzogiorno.
Lì, all’ingresso, c’erano le bancarelle vuote.
E io mi sono chiesto Chissà che cosa sogna, a mezzogiorno, un palco senza il suo buio, un tavolo senza i suoi libri, un banco senza i suoi cd, un bar senza i suoi fusti di birra. Anche le sedie rosse dove ora state seduti erano tutte belle in ordine, a dormire, o a prendersi il sole, in questa mattina color Sahara.

Era tutto color ocra, il Dromos addormentato.
E sarà che la mia fantasia spesso mi gioca brutti scherzi, sarà colpa della conferenza di ieri, ma mi è parso che laggiù, all’ombra delle palme, ci fosse a spiarmi le fantasie un Tuareg col suo sorriso blu.

Mi è piaciuta proprio tanto, ieri sera, la conferenza di Valerio Corzani.
Valerio è uno che lo vedi subito che di musica ne capisce un sacco. Ma soprattutto ne capisce un sacco del mondo. E infatti lo va a guardare, e poi torna per raccontarlo. Ieri ha raccontato della crisi nel Mali, e di quello che è venuto prima, a generarla, e di quello che verrà dopo, se tutto va bene.
La conosciamo così poco, la storia dell’Africa, la violenza con cui l’Europa se l’è divorata, e la noncuranza con cui poi l’ha abbandonata alla sua povertà e alle sue guerre. E io ieri, ascoltando Valerio, ho imparato un sacco di cose. Per esempio che il Mali ha la forma di una clessidra, e che confina con nove altri stati. Che ci sono una quindicina di etnie e che la musica a volte fa il miracolo di farle stare insieme. Ma a volte no. Che a nord, nella sabbia della clessidra, vanno su e giù come granelli di tempo i Tuareg, con i cammelli, e a volte con i pick-up. Ho imparato che Tuareg vuol dire Senza dio e che per colpa della colonizzazione, nel Mali la canna da zucchero è un simbolo amaro.
Poi Valerio ci ha mostrato il carnevale degli animisti, ci ha fatto sentire la musica di Boubakar Traorè e di Ali Farka Touré. E poi a un certo punto c’è stato un griot che ha detto “Non bisogna mai giocare con la tristezza”. E poi, davanti a tutte quelle immense dune color ocra, Valerio ha detto con una voce strana e colma di rispetto, Ecco sua maestà il Sahara. E poi nell’ultimo filmato, ho visto un festival impossibile fatto realtà, musicisti in pace in mezzo al deserto, nel fresco notturno di un’oasi.
Ho pensato un sacco di cose, a proposito di Valerio Corzani. Che ieri aveva una maglietta bellissima dedicata a James Joyce. Che ci vuole davvero una grande passione, per andare nel mondo con gli occhi aperti per raccontarlo, e lui quella passione ce l’ha. E che se c’è una cosa che mi piace nei racconti di viaggio è il saper dare il senso di una distanza e insieme di una piena partecipazione.
Ecco, per farvi capire quanto ci è riuscito, vi basti sapere che mentre lo ascoltavo mi sembrava tutto color ocra, color Sahara, anche il teatro san Martino, con i suoi colorini pastello che sembra l’abbia restaurato un pasticcere di Innsbruck.

Poi è salito sul palco Al Jarreau.
E sono cominciati i fuochi d’artificio della voce. Non sta ferma un attimo, la voce di Al Jarreau. Sembra uno di quei bimbi iperattivi che non la smettono di cambiare giocattolo. È giù a cercarsi il diaframma negli alluci, e un attimo dopo ti strina una nota acuta che s’arrampica sulle finestre del seminario.
Che poi ci avete fatto caso a quanto è bello il seminario, color fucsia? Potremmo firmare una petizione per il vescovo, se siete d’accordo. Poi se volete sul colore discutiamo. Personalmente anche il verde acido non lo vedo male…
Comunque, vi dicevo di Al Jarreau, che non riuscivo a starmene fermo un attimo. E poi avevo accanto una ragazza con il suo bambino. Ed era bellissima che gli metteva la mano su un orecchio per farlo dormire, ma intanto si godeva il concerto. Se sapessi dipingere le farei un ritratto a memoria, e lo chiamerei la Madonna del Jazz.
E Al Jarreau, cantava, con un’energia che non gli finiva mai. E io non riuscivo a starmene seduto. Sarà che ci avevo ancora in testa il Sahara di Corzani, ma a me la voce di Al Jarreau è parsa a un certo punto un mare di dune color ocra, che invitavano al nomadismo.

E sono uscito fuori, nella via Cagliari chiusa al traffico, che era un deserto bellissimo in cui continuava a risuonare la voce di Al Jarreau. Non l’avevo mai neppure immaginata, quella curva lì, senza le macchine. Non ci avevo mai pensato che potessero essere anche belli, di notte, con la voce di Al Jarreau, i palazzi SAIA.
E poi in fondo sono spuntate due biciclette, e poi un passeggino.
E ancora più in fondo la gente ferma ad ascoltarsi il concerto da fuori, arrampicata sulla recinzione. Il loggione, ho pensato. I nomadi della bellezza, che trovano il modo di non perdersela.
Poi sono rientrato, e Al Jarreau ha fatto i bis. Ed eravate tutti in piedi. E c’era una bambina Tuareg sul palco, chissà perché. Magie del Sahara, senza ombra di dubbio.

E oggi tocca a Nils Petter Molvaer, che è nato sull’isola di Sula, in mezzo a un fiordo di Norvegia, ed è un genio.
Suona la tromba, ma detto così non vuol dire niente. Nelle sue mani di fabbro sonoro, le frontiere tra i timbri scompaiono. L’elettronica più aggressiva si accompagna alla spiritualità silenziosa, le geometrie scandinave sconfinano nelle esplosioni tribali. È musica di viaggio, quella di Molvaer, nel senso che non c’è luogo del mondo in cui non sappia portare chi lo ascolta.
Io, se posso chiederlo, vorrei ancora un po’ di deserto.
Se puoi, Nils Petter, regalaci il ghiaccio, ma che sia color ocra.

Pubblicato il 04/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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