dromodiario #8 [astratto]

08 astratto

4 agosto – URAS – Lucas Santtana

È veramente bello battersi con persuasione,
abbracciare la vita e vivere con passione.
Perdere con classe e vincere osando.
La vita è troppo bella per essere insignificante.
[Charlie Chaplin]

Ieri notte me ne sono andato dal giardino del seminario di Oristano che erano quasi le 3. C’è poco da fare, non ne avevo voglia, di andar via da lì.
Mi immalinconiva moltissimo vedere i ragazzi lì della piazzetta smontare tutto, mettere nelle scatole, caricare le auto. Mi immalinconiscono le cose quando arriva il momento di finirle.
E se anche è certo che le cose devono finire per poter ricominciare da un’altra parte, e infatti oggi siamo qui ad Uras, per un altro concerto, per un altro passo di questo viaggio, io però sono uno che i sentimenti se li vuole vivere tutti, fino in fondo, e quindi ieri notte sono rimasto fino alle 3 a godermi la malinconia, sotto le stelle. Che c’erano delle stelle magnifiche, ieri notte, sopra Oristano. Un cielo nerissimo, senza luna, con la via Lattea che lo tagliava in due come una strada.

Sono stati tre giorni proprio belli, quelli di Oristano.
L’ultimo, poi, ieri notte, per me è stato quello più bello, rarefatto, astratto.
È cominciato con la musica del Mal Bigatto 4tet. E subito ce ne siamo andati verso Nord, verso i ghiacci. A me il Nord piace, molto.
Quando Antonio Farris con il suo contrabbasso ha messo il timone a Nord, a un certo punto mi è venuto in mente il viaggio di Fridtjof Nansen al Polo. Lo racconta Antonio Gramsci in una delle sue lettere. Dice così: che Nansen si era accorto che in Groenlandia si trovavano detriti provenienti dall’Asia. E allora aveva intuito che i ghiacchi, anche se molto lentamente, si spostano. E per raggiungere il Polo aveva lasciato che la sua nave rimanesse imprigionata dentro i ghiacci. E per molto tempo si spostò solo così, dentro il movimento lentissimo del ghiaccio.

Forse sto divagando un po’. È che oggi mi viene un po’ astratta, la scrittura.

Comunque. Appena hanno iniziato a suonare, quelli del Mal Bigatto 4tet, io mi sono trovato nel profondo. Là sotto dove ci sono le balene. O ancora più sotto, nella fossa delle Marianne, dove esistono esseri viventi possibili solo lì. E dove a un certo punto, però, in quel silenzio lento e buio esplode la guerra della vita, la guerra della sopravvivenza abissale, nell’acqua nera nera nera nerissima. Dove la luce non arriva. Dove le creature sono obbligate a essere luce che cerca se stessa.

Forse continuo a divagare un po’. Ma oggi la scrittura mi viene così, un po’ astratta.

Comunque, mentre Antonio e i suoi suonavano, c’era un backstage davvero bellissimo, con tutta la tribù dei piccoli Corona, Elias, Sebastiano e Lorenzo, che si danno da fare anche loro, perché il festival funzioni, e portano le pizze e i panini, e fanno piccole commissioni, e scorrazzano da una parte all’altra, e ridono. E poi c’era Vladislav Delay, il percussionista di Molvaer. Che poi pensateci, Delay, riverbero. E poi ditemi che uno non ci ha il destino, a volte, chiuso nel nome. E c’era Giulia, lì dietro, che è l’angelo degli artisti, e infatti tutti gli artisti le vogliono bene, perché se non ci fossero le persone come Giulia, lì dietro, a risolvere i piccoli e i grandi problemi, niente di tutto questo starebbe insieme. E c’era Molvaer che faceva stretching, nel backstage, insieme al suo percussionista, insieme a Riverbero, e io ho pensato Guarda: la musica che si prepara, che si stiracchia le note.

E poi Molvaer è salito sul palco. E dopo un po’ che lo sentivo suonare ho pensato C’è senz’altro qualche guerra, dentro queste anime, è evidente nell’urlo di questo suonare che non si cura di essere aggraziato, o gradevole. È suono che è, senza paura di sé. Ma è suono che fa paura, e infatti un bel po’ del pubblico non è rimasto a farsi spaventare. Per quelli che sono rimasti, però, sono arrivati i treni. E gli orologi a cucù. E c’erano anche le dune, proprio come gli avevo chiesto. E miniere, e facce nere, e uccelli africani e sole tra le foglie. Poi passi, e colpi di martelli in un sottoscala. Dinamite, e fiamma ossidrica e trapani. La musica a volte è edifici interi da costruire, grattacieli. E colpi di martello, nel sottoscala. E sirene, decidete voi se quelle con le code di pesce o quelle che spaventano se stesse sulle strade. A volte persino il rosso può essere freddo. E poi arriva il legno, e la foresta, e la nostalgia dei fiordi. E poi la sveglia, quella che mi frantuma il mattino in milioni di piccole schegge. E poi ho cominciato a farmi domande assurde. E se il ghiaccio fosse magma bianco? Se i cigni, in volo, avessero becchi di vetro? Se il bianco non fosse un colore, ma un urlo rovesciato al contrario? Se i grilli si arrampicassero sui muri per accenderci piccoli pezzi di cielo? Se il buio fosse una polpa dolce, da mangiare insieme ad un amore? Se la nebbia contenesse ombra tessuta d’acqua? Se le chiavi che proprio adesso stanno cadendo giocassero con l’alfabeto morse una tombola in cui ogni numero è consentito? Se il viola non avesse mai fine? Se il calcolatore perdesse i conti e dovesse ricominciare ad arrampicarsi sul vetro? Se i monaci tenessero in piedi il mondo con la loro solitudine? Se il ghiaccio avesse paura del silenzio? Se la folla del mercato si mettesse improvvisamente a ballare? E se la prigionia del ghiaccio fosse terminata, finalmente?

Scusatemi se ho divagato un po’. È che oggi la scrittura mi è venuta così, un po’ astratta.

E oggi, qui ad Uras, tocca a Lucas Santtana dare voce alla creatura Dromos.
È un cantautore che viene dal Brasile, Lucas Santtana, e ha respirato buona musica fin da quando era bambino, mischiando Beethoven e Michael Jackson, John Coltrane e Caetano Veloso. Il suo ultimo disco si chiama “il dio che devasta, ma che anche ci cura.” E lui dice che è un album che parla proprio della crisi, di come le cose finiscono e poi ricominciano, di come la vita si trasforma, di come si può trovare la vita in mezzo al caos.
Mi faccio guidare dal mio orecchio e dal mio cuore, dice.
La vita è questa cosa qui, a volte più chiara, a volte più astratta.
In ogni caso la vita è un dio, che ci devasta e che ci cura.

Pubblicato il 05/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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