dromodiario #9 [zingari]

09 zingari

6 agosto – ORISTANO – Nada Malanima

Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: “Perché?”.
Io sogno cose mai esistite e dico: “Perché no?”.
[George Bernard Shaw]

Mamma mia, come lo temo il dromodiario di oggi. Ci ho un sacco di cose da raccontare e chissà se mi bastano le due pagine solite… Bisogna che mi sbrighi. Comunque state tranquilli che ieri non ve lo racconterò molto lungo, che ci sarebbe un po’ di conflitto d’interesse, e in questo paese come sapete su questo genere di cose siamo molto severi.
Allora, cominciamo. Dromos negli ultimi giorni è stato davvero nomade, ci avete fatto caso? Dopo i tre giorni fermi fermi al seminario di Oristano, via, ce ne siamo partiti e non ci ha fermati più nessuno. Un bel festival zingaro, proprio.

Domenica eravamo ad Uras, per il concerto di Lucas Santtana. E come sono sceso dal palco, dopo il diario, Giorgio Cireddu, che è un animo di una grazia che ha pochi eguali, mi ha detto una citazione di Pessoa e io me la sono segnata sul taccuino. Mi ha detto così: “il poeta è un fingitore / finge di provar dolore / quando il dolore veramente sente.” E sono rimasto lì a masticarmela, questa frase, questo litigio tra verità e finzione.

E intanto sul palco c’era Santtana che suonava e cantava, e sembrava una piccola Woodstock, Uras, con tutta quella gente seduta sul prato, e poi la voglia di mettersi a ballare, e il samba… Certo proprio un gran contrasto, dopo Molvaer. Dal ghiaccio a Rio de Janeiro. Un bel festival zingaro, proprio.
E Lucas se ne stava lì, dentro alla sua musica, dentro la sua voce un po’ carta vetrata, un po’ carta da zucchero. La giovinezza, ho pensato, è questa cosa qui. Stare completamente dentro la propria musica, qualunque essa sia, qualunque età si abbia. Go go go go go, ha cantato a un certo punto. E cantava con quel suo bel suono portoghese, con tutte quelle noccioline masticate…
Poi Lucas ha detto Si sente, il basso? Voglio che si senta profondo, come nell’utero della madre… E poi ha suonato un samba che ha scritto con i suoi bambini, e lo ha dedicato ai bambini, e la piccola Woodstock di Uras si è messa subito a ballare, ed è diventata Copacabana, tutti ballavano, e c’era una signora bellissima, che aveva i capelli tutti bianchi ma ci ha sedici anni, ne sono sicuro, era impazzita di samba. E lui cantava, con quel suo bel suono portoghese, che sembra come quando sgranocchi i pistacchi.
E poi ha cantato una canzone in italiano, che diceva così: “L’amore nel consumarsi si confonde, diviene incertezza. Il tempo rallenta e racconta. È bello poter ricordare dall’uva al vino, con cura e poesia. È bello poter ricordare quella stella morente, che più nel cielo non sta, ma continua a brillare. Amore, ogni fine è un inizio. Chi può vivere senza? Ma è ora di partire, e partirò.”
Ed è partito, Lucas. Un vero zingaro, proprio.

E poi ieri ci siamo trasferiti a Nurachi, e c’era un sole che ci ingraticolava in pochi millisecondi, e con l’Armeria dei Briganti ci siamo messi a provare lo spettacolo, dentro il museo, ma di questo non vi racconto niente, perché ci sarebbe un po’ di conflitto d’interesse.
Dentro il museo c’era un caldo pazzesco, ma fuori, ragazzi, fuori c’erano 3000 gradi, e i miraggi, che a momenti spuntavano i Tuareg, a Nurachi, e i dromedari.
E lì fuori, a 3000 gradi, in mezzo ai Tuareg, c’erano i tecnici che montavano il palco. Ora forse voi non ci pensate, che quando venite a vedere uno spettacolo alle nove della sera, quel palco lì lo hanno montato alle tre del pomeriggio. C’era Luca, per dire, che lo vedevi che a poterlo fare si sarebbe tolto anche la pelle, dal caldo che c’era. Ecco, i tecnici, i macchinisti, i fonici, quelli che tendono i cavi, che montano le americane, che tirano su le casse, i fari… Quelli lì, non ve li dimenticate mai, quando andate a vedere uno spettacolo. Applaudite gli artisti che amate, anche quelli fighetti, che sono bravissimi, però dentro quell’applauso promettetemi di metterci un bel po’ di cuore per tutti i tecnici, per tutti quegli zingari dello spettacolo di cui non saprete neanche il nome.

E poi c’è stato lo spettacolo, e Aldo che era agitatissimo di non riuscire a mandare i video al momento giusto, e Renzo e i Briganti che sono davvero una famiglia e sul palco si vede, e in quest’ultimo mese mi hanno un po’ adottato, e non ve lo dovrei raccontare, per via del conflitto di interesse, però solo questo ve lo dico, che stare con gente così ti lascia un sacco di ricordi belli, tipo una sera, dopo le prove nella loro saletta di Capoterra, che ci siamo mangiati una pizza e c’era la luna piena che si specchiava sul Golfo degli Angeli, e Mario ha detto Guarda che bella. Così, semplicemente, Guarda che bella. E ieri che con Renzo ci siamo smezzati un muggine. Sono cose che non si dimenticano. Cose da zingari.

E poi oggi, qui, ad Oristano, c’è Nada, con questo suo cognome bellissimo, Malanima. Che poi dico, già solo per una frase semplice come “Cos’è la vita senza l’amore?” uno si guadagna tutta la mia stima. Per me, una frase come quella, potrebbe stare tranquillamente incisa sul frontone del tempio di Delfi, accanto a “Conosci te stesso”. Pensateci un attimo, e ditemi se non funziona: Conosci te stesso – Cos’è la vita senza l’amore?

Se non lo avete mai visto, guardatevi per piacere il documentario “Il mio cuore umano”, di Costanza Quatriglio, è del 2009. Guardatevelo, e capirete come fa, Nada, a cantare con quella voce lì “Cos’è la vita senza l’amore?”.
C’è, nel documentario, quella scena di un vecchio Sanremo in cui dice Scusate se sto piangendo. C’è lei che cammina su una di quelle stradine in mezzo ai cipressi che vedi solo in Toscana, e ci ha quella sfumatura inconfondibile della lingua dei toscani, Nada, che solo ad ascoltarla dire Ciao ti commuovi. E poi racconta la prima volta che ha preso il treno per andare a Roma, ed era davvero un viaggio, anzi il viaggio che cambia la vita. E poi canta, a un certo punto, un Inno alla Madonna per la mamma comunista, bella tu sei qual sole, bianca più della luna, e poi c’è una scena in cui studia un arrangiamento con Gerry Manzoli, che è chiaro che si capiscono solo con uno sguardo, ma poi lui mette troppi accordi, e lei non è d’accordo. E poi c’è Zamboni, che mi commuovo ogni volta che lo vedo, e la voce di Nada che intona un rosario alla madre, che se non l’avete ancora sentito andatevelo a cercare: non è un canto, è un lamento, ma luminoso, non so come altro dirlo.
E poi c’è lei, Nada, che a un certo punto guarda il sole. E dev’essere un sole stanco, che non ce la fa più, sta tramontando. E lei gli urla un saluto, al sole, a voce piena. E io ho pensato, chissà che altro si inventa, stasera, il cuore di Nada.
Perché, sapete, il cuore è sempre uno zingaro.

Pubblicato il 07/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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