dromodiario #10 [pause]

10 pause

10 agosto – THARROS – Raphael Gualazzi

Nella scrittura cinese, la parola crisi è composta da due ideogrammi:
uno rappresenta il pericolo e l’altro l’opportunità.
[J.F. Kennedy]

Pause. Sono belle le pause.
Anche nella musica sono fondamentali le pause.
Grappoli di note, e pause.
E così la creatura Dromos ha fatto pausetta di tre giorni, prima di chiudere qui a Tharros, e poi ricominciare domani con un altro festival che si chiama MammaBlues. Che poi io questa cosa non l’ho ancora capita bene. Devo farmela spiegare bene, da Salvatore, o da Roberto. È un altro festival, ma è lo stesso. Tipo Dottor Jekyl e Mr Hyde, dev’essere.
Comunque, dicevo, Pause.

Che martedì eravamo ad Oristano per l’incontro letterario con Nada.
E la prima cosa che è successa è stata che appena sono arrivato e mi sono presentato, Alessandro Melis, piacere, il compagno di Nada, Gerry Manzoli, mi ha detto Ah, Melis, come Ennio Melis. Pausa. Non sai chi è Ennio Melis? E io, Mi dispiace, no.
Ed è così che ho scoperto che il direttore della RCA negli anni sessanta era una specie di mio zio. E che gente come Venditti o De Gregori li ha scoperti lui, zio. Mi sono messo a sbrilluccicare di ammirazione, proprio, e poi Gerry ha continuato a raccontare, e mi ha detto che c’era un vero e proprio Cenacolo della canzone, a Roma, in quegli anni, e che zio Ennio (che tra l’altro era pure amico di quell’altro Ennio famoso, Morricone, quello di Per un pugno di dollari), zio Ennio, dicevo, è quello che ha creato la canzone italiana moderna. Ci dovevo avere un sorrisone ammirato, a pensare a zio Ennio Melis. Vai a vedere, a volte, le magie dell’albero genealogico.

E poi è cominciato l’incontro letterario con Nada. E c’era un caldo pazzesco, e Nada ha iniziato a parlare di una Luna in piena, di una Grande casa e del fatto che la vita è come andare in treno, ogni tanto si deraglia, ma il dolore va vissuto fino in fondo e bisogna farlo diventare così potente da renderlo un’opportunità per gli altri. Questa cosa non l’ho capita benissimo, ma è che il mio cervello è andato in pausa, per il caldo, e anche gli altri non è che stessero molto bene, c’erano ventagli che svolazzavano rapidi rapidi e io ho pensato Guarda, sembra che siamo diventati uno stormo di farfalle accaldate. E c’era Emilia, anche, di Luna Scarlatta, che ha sguainato il suo ventaglio giallo, lo ha sguainato proprio come una katana, e io mi sono spaventato un po’, e lei mi ha detto Dovevo comprarlo, sai, io ci ho una vera passione per gli oggetti trash.

Comunque. Nada a un certo punto ha parlato della scrittura. Ha detto che i libri sono una cosa bella, nella vita. E io ho pensato, Guarda un po’ a volte che scoperte. Ma è colpa mia, senza dubbio, che ci avevo il cervello in pausa, per il caldo.
Poi ha detto che la scrittura dà dipendenza. E come darti torto, Nada. Devi scrivere, devi scrivere, non puoi fermarti, è un prato che semini, e poi ne viene un altro, e poi un altro. La scrittura è scoprirsi piano piano, ha detto. E il mio cervello ha fatto nuovamente pausa.
È che c’era Alberto Fanni, lì, sopra la scala, nel cortile della biblioteca, e io mi sono messo a guardarlo mentre cercava le sue fotografie.
Che Alberto Fanni è un fotografo, ma di quelli davvero bravi. Perché magari voi ci avete presenti solo quei fotografi che se ne stanno tutti inginocchiati intorno al palco, durante i concerti, che sono anche bellini, sembrano uno sciame d’api pronte al nettare, però poi fanno quattromila foto tutte uguali, l’artista messo di così, l’artista messo di cosà, e un po’ più su e un po’ più giù, ma mi dispiace ragazzi, così non è niente di che. Alberto invece no. Alberto va avanti e indietro, e guarda dappertutto, sul pubblico, sulla terra, sugli alberi, sulle ombre. Un vero fotografo, ho pensato, non è un’ape, ma un apicultore, cura le arnie con pazienza contadina, chè le immagini non sono già lì pronte da prendere, vanno cercate, coltivate, attese. E a volte ci si punge, e bisogna inventarsi qualcosa per non farsi male. Ed è pensando a queste cose che durante l’incontro con Nada mi sono distratto, perché c’era Alberto, lassù, in cima alla scala del cortile della biblioteca, che soffiava dentro l’obiettivo, soffiava e poi scattava, soffiava e poi scattava. Io non lo so, per che cosa lo fa, posso immaginarmi un sacco di cose. Per esempio, che quando l’obiettivo ha caldo si ribella e non ne vuole sapere di guardare. Fa pausa, anche lui. E quindi Alberto lo rinfrescava, per consolarlo. Vai a sapere cosa si inventa, a volte, un apicultore.

E poi Nada ha detto che si deve condividere, che esiste un dare e un avere spirituale. Che il mondo è piccolo e noi siamo grandi. Che si è come si è, e che lei non fa mai calcoli. Che Gemma aveva occhi neri come le olive di novembre e che nessuno si ricordava più di quando aveva iniziato a parlare con gli alberi.
Poi, quando l’incontro è finito, le ho chiesto qual è secondo lei la parola per uscire dalla crisi. E lei mi ha detto “sacrificio”. E quando l’ho raccontato a Salvatore lui mi ha detto Non sono d’accordo. E io gli ho risposto, Magari intendeva dire che bisogna faticare personalmente. E allora lui ha ribattuto, Poteva dire “impegno”, sacrificio è una parola cruenta. E a me questa cosa è piaciuta moltissimo.

E poi, dopo la pausa, oggi siamo a Tharros.
E io non ve la so raccontare la mia felicità che la musica torni proprio qui, proprio dentro la città antica. Che le città come Tharros sono sicuro che sono contente di risorgere dentro i suoni, dentro nuove storie. Che poi, provate a immaginarlo, questo luogo, in un futuro appena appena più in là, in un futuro possibile… La mia parola per uscire dalla crisi, se mai me la chiedessero, sarebbe “fantasia”. Forse è per questo che io, passeggiando dentro le strade di Tharros vedo i funamboli, gli artisti di strada a rendere di nuovo viva questa città notturna, un festival del cinema, là, a cavallo dei due mari, e teatro ovunque, che non c’è angolo che non sia adatto alla magia di uno spettacolo, qui, a Tharros. E poi pianoforti a galleggiare sull’acqua, e poeti a inventarsi ogni giorno parole nuove, qui, nel centro esatto del Mediterraneo. Se guardiamo appena appena un passo più in là, non ci manca davvero niente, a noi, per essere un popolo ricco, colto, perfettamente contemporaneo. Bastano “fantasia” e “impegno”.
Per questo sono proprio felice che la musica di Raphael Gualazzi, oggi sia qui, sul mare, a Tharros. Che poi, ce lo avete presente Gualazzi, in quel suo videoclip semplice semplice dove mentre lui canta Sai, per sopravvivere ci basta un sogno, scendono lentissimi i palloncini bianchi? Ecco, io credo che oggi ci sentiremo proprio come i palloncini di quel video lì, galleggianti, a sentire le sue melodie, il suo mood che un po’ è Proibizionismo anni 20, un po’ è funky anni ’70, qui, su questa nave di Capo San Marco, che non sai bene se è nuragica, fenicia, romana, o bizantina, semplicemente è uno dei luoghi più belli al mondo, ne sono certo, specialmente ora, nel vento che sale dal mare, sotto la via lattea che invita a sempre nuovi viaggi, a nuove strade che conducono fuori dal tempo.

Che poi, ragazzi, a occhio e croce noi ci siamo già, fuori dal tempo.
Perché ci sono luoghi, e suoni, che riescono a vincerlo, il tempo.
A metterlo in pausa.

Pubblicato il 11/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...