dromodiario #12 [muri]

12 muri

13 agosto – VILLAVERDE
Treves Blues Band & Guitar Ray

Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro
senza perdere l’entusiasmo.
[Winston Churchill]

Domenica, come sono arrivato al Santuario di San Gemiliano, a Villanova Truschedu, mi sono preso dritta in faccia una sberla di bellezza da far girare la testa. Che ci sono luoghi dove la bellezza è un muro in cui devi andare a sbattere, non c’è altro da fare che lasciarsi sovrastare. E così me ne sono andato in giro, insieme a Salvatore, in quel piccolo villaggio santuario, dove i muristenes di basalto separano piccoli spazi sacri, dove ancora senti il suono ribattuto della festa che da secoli una volta all’anno qui e solo qui si celebra.
Che poi, vaglielo a spiegare, a uno che non è di queste parti, il senso di un novenario. Qualche anno fa una mia cuginetta si stava laureando in architettura, a Firenze, e aveva deciso di fare la tesi sui novenari della provincia di Oristano. Quando è andata dal professore, lì, a Firenze, lui l’ha guardata come si guarda un matto e le ha detto Signorina lei mi vuole raccontare che in Sardegna costruite villaggi da abitare solo per nove giorni all’anno? Non riusciva a crederci, quel professore lì, che per noi le cose sacre sono sacre veramente. Che noi, per i nostri santi, abbiamo tirato su muri bellissimi, di chiese campestri e cumbessias, perché le feste, ai nostri santi, noi gliele organizziamo sul serio. Vieni a farti uno dei nostri spuntini, professore, che poi ne riparliamo.

Comunque. Il novenario di San Gemiliano, a Villanova Truschedu, è una poesia di muri neri neri neri e di foglie d’olivo verdi verdi verdi. E Salvatore, come sono arrivato, che erano le otto un poco passate e c’era il sole che se ne andava a nanna, mi ha portato a vedere l’olivo millenario, che era già lì al tempo dei Giudici, e poi siamo saliti in cima al nuraghe, che si vedeva tutta la valle proprio ricolma di luce, e poi ci siamo affacciati dentro la chiesa, che c’è una Pala di legno dorato che è vero technicolor del Cinquecento. E io ho pensato Professore mio, mi dispiace per te che non puoi capirlo, ma è proprio un privilegio essere nato qui.

Poi è cominciato il concerto di Little Axe e Alan Glen, sotto ad un olivo che era troppo bello, illuminato di viola, e l’armonica di Alan e la chitarra di Axe che si mischiavano al ritmo Dub, lì, davanti alle cumbessias. E, dico, per quanto uno sia rigidino fisicamente, non era possibile starsene fermi. Persino la statua di San Gemiliano ha accennato un movimento piccolo piccolo del piede, molto composto, per carità, stiamo sempre parlando di un santo, ma lo batteva, il piede, fidatevi, ve lo garantisco io, e io bugie non ne dico, ormai mi conoscete.

E mentre il Blues girava, e le pietre si immalinconivano dolcemente, e gli olivi chiudevano gli occhi per abbandonarsi alla musica, io me ne sono andato in giro per il novenario, che dentro ai muristenes c’era allestita una mostra dedicata ad Antonio Gramsci, ogni casettina trasformata in cella, ogni cella trasformata in una visione. Chè Gramsci Antonio, lì dentro, appariva come una specie di monaco moltiplicato, di muro in muro, di cella in cella, e ogni artista ha visto un pezzetto delle sue visioni di futuro. C’erano paesaggi, e dolori, e lettere appese al soffitto, e grandi matite di legno, e piccoli ricci con il loro albero. E io ho pensato che Gramsci Antonio, con la sua forza gigantesca di prigioniero mai afflitto, è proprio un simbolo esatto della crisi che questo festival sta cercando di guardare. Perché lui che diceva “bisogna cavar sangue anche da una rapa” è uno che il dolore lo ha davvero trasformato in opportunità. Che poi è esattamente quello che fa il blues, se ci pensate bene.

E mentre tornavo giù verso Oristano, ci avevo in testa l’intervista che Giulio ed io abbiamo fatto a Giacomo, della consulta giovani di Villanova Truschedu. Che stiamo chiedendo a tutti una parola come regalo per il festival. E Giacomo, che ci avrà vent’anni, e i piercing, e i piedi scalzi, e la timidezza di chi ancora non sa bene che cosa fare di sé, ha risposto senza esitazioni Cultura. E Gramsci Antonio, il monaco, ha fatto un sorriso largo, da dentro la cella, da dentro le cumbessias e poi ha detto Guarda che bello, non ci sono muri che prima o poi non si possano abbattere.

E poi ieri MammaBlues si è spostata a Zuradili, Marrubiu, per una sera davvero speciale, un concertone lungo lunghissimo con undici gruppi in gara. E c’erano, lì, in gara, tutti insieme a suonare, ragazzini di ogni età e di ogni provenienza, ragazzini di tredici e di cinquant’anni, basso chitarra e batteria, da Seneghe, o da Carbonia, da Quartu Sant’Elena o da Simaxis, a far girare musica, a raccontarsi, a urlare timidezze da vincere una sera sul palco. E c’era un bel mare di gente, lì davanti, sotto al Monte Arci che ci guardava tutti come un vecchio nonno che dice Non fate casino, ma poi pensa Sono ragazzi.
Bello, il concertone rilassato. E lì, in mezzo a quel mare di gente, c’era una ragazza che a un certo punto, quando il concertone era finito, mi ha urlato qualcosa che non ho capito bene, e mi sono avvicinato, e ci siamo conosciuti, piacere Alessandro, piacere Nina, e mi ha detto Ma tu non sei quello di Nurachi, che ha fatto lo spettacolo con l’Armeria. E io ho detto Veramente sì. E lei Ah, mi eri sembrato più bellino. E io già non mi sentivo più troppo a mio agio e lei ha aggiunto Ma a Nurachi non avevo gli occhiali, oggi sì. Comunque sei bello. Bello dentro. Sono cose che fanno davvero bene all’autostima, queste.
Poi con Nina e con i suoi amici ci siamo bevuti la birra della staffa, a Zuradili, Marrubiu, e abbiamo parlato di jazz, e di teatro, e di quante cose bellissime si potrebbero organizzare ancora nei nostri paesi piccoli e grandi. E io ho pensato che il popolo di MammaBlues è proprio fatto di gente bella. Bella dentro. E fuori.

E oggi MammaBlues è venuta qui, a Villaverde, portandosi la Treves Blues Band & Guitar Ray. E c’è poco da raccontarvi, che non sappiate già, perché questi musicisti sono dei monumenti del Blues italiano. Quando Guitar Ray appoggia le dita sulla chitarra, il mondo intorno si rovescia in un Coast to Coast dall’Atlantico al Pacifico, morbido di cotone, e ruvido di pelle arsa al sole. Quando Fabio Treves, il Puma di Lambrate, mette fiato all’armonica, tutto all’improvviso si fa america padana, pianura di cascine e di drive-in, di pioppi e sweet home, Milano…

Insomma, sarà musica che mette con le spalle al muro.
Ma, per fortuna, sono le mura rassicuranti di una casa accogliente.

Pubblicato il 14/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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