dromodiario #14 [acque]

14 acque

15 agosto – NURECI
Los Gatos Bizcos

Qualsiasi cosa fai o sogni di fare, comincia a farla…
Nell’audacia c’è genio, potere e magia.
[Arthur Rimbaud]

Che bello che è, raccontarvi il mio primo giorno di MammaBlues, a Nureci.
Che ieri sono arrivato in paese presto presto, un bel po’ prima che cominciasse il festival, che volevo camminarmene un po’ soletto per le vie di pietra, ascoltarmi le radici che parlano sempre piano piano, e nella solitudine si ascoltano meglio.
Ho lasciato la macchina giù, davanti al Municipio, e mi sono messo a girellare per le strade di pietra. Era bello sentirle, sotto la suola, quelle pietre un po’ anche mie, quelle pietre di casa. Ed era bello stare ad ascoltare il suono d’acqua che c’è dappertutto a Nureci, per quelle sue mille fontane che fanno ogni strada trasparente.

E mentre passeggiavo ho visto l’insegna del tabacchino, e ho pensato Ora entro e chiedo, e ho chiesto del mio bisnonno tabaccaio, e una signora gentile gentile mi ha detto Vai di là che ci sono le tue cugine. E quindi mi sono trovato in giro per Nureci a cercare mia cugina Paola, e alla fine l’ho trovata, insieme a sua sorella Claudia, che preparavano la pizza per la sera, e hanno fatto faccia strana di questo qui che si presenta e dice Ciao sono vostro cugino Alessandro. Effettivamente era un po’ televisiva come situazione, ma è andata proprio così, a momenti partiva un valzerino di sottofondo, a commuoverci.
E come se non bastasse, dopo è arrivato anche babbo, che mi ha portato a vedere la casa di mio bisnonno, che ora si chiama Piazza Deledda, e qui c’era il tabacchino, e qui ci ho dormito che c’era la camera da letto, e qui c’era sa lolla, e questo qui quadrato che ora è una fontana era il pozzo in cortile. E io ho messo la mano in quell’acqua lì, che era acqua anche un po’ mia, acqua di casa.

Poi è arrivata ora di lavorare, e infatti in mezzo a un cortile magnifico, che non ho capito se si chiama casa Saba o è il vecchio mercato, ma secondo me non lo ha capito neppure lui, il cortile, in mezzo al cortile, dicevo, è cominciato il seminario sulla storia del Blues. E c’erano Fabio Treves e Alex “Kid” Gariazzo che hanno raccontato le origini.
Il blues è la musica più bella del mondo, ha detto Treves, e poi ce lo ha dimostrato. Abbiamo fatto, con lui, il viaggio all’incontrario, giù fino alla leggenda di Robert Johnson, al crocicchio col diavolo, e ancora più giù, fino ai campi di cotone dove “si cantavano cose incomprensibili agli aguzzini”, poi è stato “Walking blues”, e poi l’altro lato della musica, quello sacro, quello in cui “bianchi e neri per la prima volta si sono musicalmente integrati, “La colpa non è di nessuno, se non mia”, hanno cantato, e proprio mentre Fabio e Kid suonavano lo spiritual, hanno cominciato a piovere i suoni d’acqua delle campane, magie di MammaBlues. Poi è venuta l’armonica, che stava nelle tasche dei pantaloni, e poi Tutum tutum, un brano che è come andare in treno da un lato all’altro del continente, tutum tutum, scegliete voi quale, tutum tutum.
E poi ancora gli strumenti più poveri del mondo, l’asse da lavare, il cucchiaio di legno, il bastone di scopa, i bottiglioni del whisky, e i colli di bottiglia, che sono stati i primi slide.
E poi sono scesi in mezzo al pubblico, Fabio e Kid, a suonare questa musica poverissima, musica del popolo, su un asse da lavare trasformato in cravatta, ed eravate tutti contenti, non avete idea di che facce avevate, mentre vi specchiavate nelle Acque Fangose del Mississippi. Che voi non lo avete visto, ma c’era Muddy Waters, lì, a casa Saba che è anche il Vecchio mercato, c’era Muddy Waters che rideva una risata proprio fangosa, e mi ha fischiato nell’orecchio Sì, sono proprio bravi questi qui… Ma lui, quello che suona l’armonica, dov’è che si compra le camicie?
E sul fondo del cortile, tutto sorridente, c’era il sindaco, Fabio Zucca, che il festival mi hanno detto è nato da una chiacchiera tra lui e Fabio Treves, il Puma di Lambrate. E te ne accorgi subito che sono grandi amici, te ne accorgi anche dal fatto che comprano le camicie nello stesso negozio. A Tokyo.

Poi siamo saliti lungo le stradine del paese, e c’erano le radio alle finestre che mandavano un blues anticato e abusivo, e su all’Arena Roberto mi ha portato a vedere Casa Masili, che ci sono le conchiglie fossili, e se le metti accanto all’orecchio senti ancora l’acqua di mare, ma è quella di ventimilioni di anni fa, che era come quella di oggi, solo leggermente più blues.
E poi sono saliti sul palco i Sunsweet Blues Revenge, e Irene ha detto Tocca a noi rompere il ghiaccio, ma ci hanno messo un attimo, i Sunsweet, che il ghiaccio si è sciolto subito ed è diventato una cascata d’acque limpide, che c’era Sbiru alle urla e agli schiamazzi, e a spingere in avanti il mood, lucente come un treno, tutum tutum, e Irene che suonava le sue chitarre giovani con dita che facevano scintille, e poi parlava con il pubblico e chiedeva il ritmo con le mani, “un suono bello, bellissimo, bello croccante”, tutum tutum, e Luca che sosteneva tutto con quel suo basso solido, come rotaie in mezzo alla pianura, tutum tutum.
Tutto è blues, ha detto Irene, la vita è blues.
Ed eravamo tutti d’accordo con lei, tutti: il pubblico, il prato, le tegole verdi e blu sullo sfondo, le fontane, le radio abusive, le conchiglie del Pleistocene. E le camicie giapponesi, arigatò.

E poi è salito sul palco Guitar Ray, con i Gamblers, e io ho finalmente compreso cosa vuol dire essere in simbiosi con una chitarra. Che Guitar Ray parla con le sue note, non so bene come altro dirlo, con la stessa facilità con cui ognuno di noi chiede un caffè al bar, o butta giù una zeroquaranta di birra.
E c’era il pubblico in delirio, ed eravate tantissimi. E io ho detto a Luca Hai visto che successo? E lui mi ha risposto, un po’ allarmato, No, cosa è successo? Equivoci blues.
Comunque. Nel frattempo Guitar Ray e i Gamblers andavano, andavano giù lungo l’acqua morbida del Mississippi, e nel retropalco ballavano tutti, anche le tegole stavano ballando, e io ho guardato su verso il monte, che mi hanno detto che c’è una fonte e un santuario dedicato alla Dea Madre, e prima o poi bisogna che vada a trovarla, quella MammaBlues tutta acqua e accoglienza, e anche lei, la Madre, ballava con il suo pancione grande, e la Luna ballava, anche lei, e Guitar Ray ha fatto un pezzo di BB King, “tutto quello che fai per lei non è mai abbastanza”, e giù un assolo che gocciolava via naturale come la pioggia.
E poi è salito Treves con l’armonica, e poi anche Irene per un duo di chitarre, e poi il concerto è finito che ne volevo ancora.

E oggi, per fortuna, ce n’è ancora.
Ce lo portano i Gatos Bizcos, che vengono da Madrid, e ieri ho chiesto a uno di loro perché si chiamano così, e lui mi ha risposto Vuol dire Gatti Strabici. Io avrei dovuto capire il resto, ma ovviamente non l’ho fatto, che su queste cose sono un po’ tardo. E allora lui ha continuato, viene da Cross Eyed Cats. E io ancora non avevo capito, e lui ha completato, un po’ deluso, È uno dei brani più famosi di Muddy Waters…
E ci aveva lo sguardo che hanno tutti i suonatori di blues, fateci caso, uno sguardo d’acqua, che a volte è fangosa, a volte è limpida.
Proprio come la vita.
Che se ci pensate bene, ci ha proprio ragione, Irene, Tutto è blues, la vita è blues

Pubblicato il 19/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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