dromodiario #15 [fine]

15 fine

#senza numero [grazie]

Oggi mi perdonerete se occupo un pochino più di tempo, ma prima di leggervi l’ultimo dromodiario ho dei ringraziamenti da fare.
Che essere stato parte dell’equipaggio del Dromos festival, quest’anno, è stato per me una vera gioia. Condividere un viaggio come questo è un divertimento, uno stimolo al lavoro quotidiano, un’occasione di crescita, la possibilità di conoscere persone belle e professionalità gigantesche. In una sola parola, un grande privilegio.

Quindi ringrazio Tania, Maria Antonietta, Pina, quanti biglietti stasera? E anche tutta la tribù dei Corona, Meta, Elias, Sebastiano, e Lorenzo. Mi hanno accolto magnificamente, dal primo giorno, e queste sono cose che riscaldano, che fanno sentire a casa. Grazie.

Ringrazio Luca, perché è pieno di idee, e non si stanca mai, e soprattutto non si stanca mai di inventare modi per ridere e stare bene. Ringrazio Giulia, perché ha quella cosa rarissima che si chiama la grazia, ed è sempre lì quando qualcuno ha bisogno di aiuto, che sia una bottiglietta d’acqua senza etichetta o un consiglio per evitare figuracce con la pronuncia dell’inglese. Ringrazio Giulio, che è stato il grande occhio del festival, con le sue telecamere, e abbiamo aggredito insieme un sacco di persone con le nostre domande. Sono dei bellissimi compagni di viaggio, Luca, Giulia e Giulio, di palco in palco, di sera in sera, di intervista in intervista. Grazie.

Ringrazio Roberto, in arte Cippo, il direttore tecnico, quello è il tuo microfono, per l’acqua il frigo è qui, bello questo retropalco, senti che suono. Lo ringrazio, e insieme a lui tutti i service che hanno contribuito al festival, perché lo spettacolo non sta in piedi, senza la tecnica, e senza qualcuno che tenga tutto insieme “senza sclerare”, come dice lui. Grazie.

Ringrazio Ivo Serafino Fenu, perché questo palco è casa sua e lui una sera che eravamo insieme ad una mostra mi ha detto Lo vuoi presentare tu Dromos, quest’anno? Io ho risposto Stai scherzando, vero? E quindi se sono stato qui sul palco tutte le sere, prima con Dromos e poi con MammaBlues, è anche colpa sua. Grazie.

E ringrazio, davvero tanto, Salvatore Corona, perché si è fidato di me completamente e generosamente. Quando ci siamo incontrati, alla Pinacoteca di Oristano, gli ho detto Io amo le parole, lui mi ha risposto Io vivo di immagini. Ed è bastato. E da allora ho scritto, ogni giorno, il mio racconto, e lui mi diceva Vai, Ale, vai.
Grazie, grazie, grazie.

La frase con cui si apre oggi il dromodiario non parla di crisi o di sforzi per superarla, come tutte le altre. Oggi ho scelto una frase del più grande maestro di teatro di tutti i tempi, Konstantin Stanislavskij.

Perché il teatro, quella cosa semplice eppure complicatissima che è il rapporto tra il corpo e la voce di un attore e il pubblico che lo guarda e che lo ascolta, a me sembra uno dei modi più belli per trasformare l’io in “noi”.
E davvero non c’è altro modo per uscire dalle crisi, migliorati.

E quindi, grazie, a voi.

* * *

#15 [fine]
16 agosto – NURECI
Bo Weavil

Ama il teatro, perché in esso puoi realizzare
uno dei principali scopi della vita:
avvicinare gli uomini tra loro, creare un’aspirazione comune,
mete comuni, lavoro e gioie comuni,
lottare contro la volgarità, la violenza, l’ingiustizia,
dedicarti alla natura, alla bellezza, all’amore.
[Konstantin Stanislavskij]

E poi, come di tutte le cose, arriva la fine, l’ultimo passo.
Il punto da mettere alla fine della frase.
Che oggi scrivo l’ultimo capitolo di questo dromodiario lungo lunghissimo, un viaggio intero, da Mogoro a Nureci passando da Cuba, dalla Norvegia, da Rio de Janeiro e dal Delta del Mississippi, giusto per dirne qualcuna.

Che ieri, a casa Saba, che è anche il vecchio mercato, c’era la seconda lezione sulla storia del Blues, e Guitar Ray ha detto “in questi anni qui, dai 40 ai 60, è successo tutto, è lì che è nata tutta la musica che ascoltiamo oggi”. E abbiamo salito e ridisceso milioni di scale pentatoniche, cinque note su cui poggia la musica del mondo, quella musica ignorante e semplice, in cui ognuno può trovare il modo di essere davvero se stesso. “Sentite come suonano le pause, come suona il silenzio”, ed eravamo tutti nella West Coast. Poi è arrivato BB King, lì nella California anni Quaranta, e ha inventato il vibrato, la risposta era proprio lì, dentro il suo cuore, ed è stata musica che porta fuori, e riporta a casa, che porta fuori e riporta a casa. Ed è venuto il tempo dello swing, e poi del Rock ‘n’ roll, e di tutti gli altri Beat. Che beat vuol dire battito, e lo sapevamo tutti che non esiste musica se non c’è cuore, ma è bene ricordarlo sempre, e per fortuna c’era Guitar Ray che ce lo ha ricordato.

Poi, alle 22e30 in punto, è partito il treno blues del Livio Svensson trio, che all’inizio erano rigidini, Livio e Cristiano e Fabio, che vengono da Carbonia e hanno sguardi schivi, ma poi si sono fatti prendere dall’energia del blues, e vai, Livio, vai, e viaggiava forte, la musica, sotterranea e oscura, picchiava duro, giù, dentro il carbone nero nero del blues. Il blues è il sangue, ha detto Livio, che oggi è il quarantaquattresimo anniversario di Woodstock, e ancora e ancora vogliamo solo pace amore e musica. Ed è partito un pezzaccio di Jimi Hendrix, a pettinare il prato verde color Woodstock del MammaBlues.

E che bel suono, che hanno, i Gatos Bizcos, che ci hanno portato la loro Chicago madrilena, fatta di acciaio e gazpacho, di bassifondi fumosi e di paella. Sono ragazzacci, questi spagnoli, e ridono da matti, sul palco, che te ne accorgi subito quanto si stanno divertendo, olè.
Caramba come viaggia, questo blues madrileno, questa orchestra di monelli pescati con le mani nella marmellata.
Questa è musica che va morbida, mi ha detto Cippo a un certo punto, c’è pasta. E ha fatto il gesto con le mani, e aveva il sorriso del fornaio che conosce esattamente le dosi giuste per fare un civraxiu che non te lo scordi.
E vi siete messi a ballare, lì sotto palco, e Quique il cantante dei Gatos Bizcos giocava con voi, all night long, e poi Sebastiano mi ha detto questo assolo di batteria è magnifico, lo devi mettere nel dromodiario, e poi Quique se n’è andato a cantare acustico in mezzo al pubblico, e camminava tra voi, lassù nel prato color Woodstock, che era arrivato il momento in cui il bluesman se ne va lì, in mezzo all’oceano blu del popolo, e poi si è sporto dalla balconata, lassù in mezzo agli alberi, e poi è tornato, come un pifferaio magico, con tutti i bimbi dietro, che bellini.
E io ho pensato, alla fine, come è bello un mondo in cui cinque ragazzi di Madrid possono costruire la loro piccola Chicago a Nureci.

E poi, come di tutte le cose, arriva la fine. L’ultimo passo.
Il punto da mettere alla fine della frase.

E quindi di oggi non avrò il tempo di raccontare, perché oggi il festival finisce. Non ci sarà, domani, il diario dell’ultima lezione sulla storia del blues, e forse è anche un bene, perché il Blues è musica che non ha fine. E non ci sarà, domani, il diario del concerto di Bo Weavil, di questo blues francese di cui io non so immaginare nulla, se non forse che la malinconia, in francese, ha suono di rien ne va plus.
Il diario non ci sarà, perché domani il festival non c’è.

Ma va così, inevitabilmente.
Che ci sono sempre un sacco di cose che restano fuori dai racconti, inevitabilmente. E anche questa volta, ci sono e ci saranno cose che in questo diario non sono entrate.

Per esempio. Di Mogoro, lì dove abbiamo iniziato, ormai quasi tre settimane fa, non vi ho raccontato il colore del sorriso di Carmen Souza, che era indefinibile, perché i sorrisi delle persone belle sono così, hanno colore di cane che fugge.
Di Costantino Cinaski, per esempio, non vi ho detto il sapore di vino antico che ha il suo sdegno, che mi ha fatto pensare a quando qualcuno decide che è arrivato il momento di cercarsi una patria dentro il continente di Utopia.
Non vi ho detto del suonatore di Kora che accompagnava Roberto Fonseca. Il suo cuore di griot, ve lo giuro, aveva anelli di conchiglie di mare, nelle dita. E non chiedetemi dove sono, le dita di un cuore. Ci sono, fidatevi.
Di Antonio Pascale non vi ho raccontato quanto mi è parsa solida la sua sicurezza che il nostro impegno per rendere migliore il mondo abbia davvero senso, malgrado ogni crisi, ogni vento o evidenza contraria. Pascale è un capitano Achab che cerca la sua balena bianca non per vendicarsi, ma perché semplicemente è magnifico sognarla.
Non vi ho svelato che colore avevano gli occhi di Paolo Fresu quando guardava suo figlio che suona il violino. Anche quello è un colore per cui non ci sono parole, è color tempo che evapora contento.
Color ridere d’autunno erano invece i cani che hanno abbaiato durante il concerto di Stefano Bollani. E lui l’ha visto, quel colore, e ce lo ha fatto sentire sui tasti bianchi e neri.
Anche il passo di Al Jarreau, per esempio, non ve l’ho raccontato. E non ve lo racconterò neppure ora, perché l’immagine che mi è rimasta, di lui, non è il suo camminare sopra il filo della voce, è piuttosto la pazienza con cui aspettava il suo momento, diventando come pietra d’arenaria, che è fragile e solida insieme, a seconda di dove la guardi. Chè la vecchiaia dei grandi è un tramonto color speranza.
Di Nils Petter Molvaer vi ho detto un sacco di cose, e forse ho anche un po’ esagerato in astrattezza, ma, per esempio, non vi ho raccontato quanta delicatezza avesse nello sguardo, quel gigante vichingo, la cui temperatura è quella esatta del ghiaccio incandescente.
Di Lucas Santtana non vi ho raccontato la poesia di come guarda negli occhi, cercando di far comprendere l’incomprensibile di un cuore che cerca felicità nella malinconia. E non ve l’ho raccontata non per colpevole dimenticanza, ma perché ci sono momenti in cui le parole si arrampicano inutilmente, e non si bastano.
E Renzo, e l’Armeria dei Briganti, e Aldo Tanchis non me li voglio dimenticare, che loro sono stati un viaggio bello e complice, che costruire uno spettacolo con gente così è un privilegio vero. I Briganti, sappiatelo, hanno un cuore che è fatto di musica e di leggerezza. E dentro ci batte un sangue che non è banalmente blu, ma ha il colore della nobiltà vera, il color fratellanza.
Il tremolare color grano quando ha paura di tempesta che aveva Enrica Vidali, la bibliotecaria di Oristano, mentre presentava Nada Malanima, è un colore bellissimo, di timidezza e volontà e orgoglio. Che peccato, sarebbe, non ricordarlo.
E Gualazzi? Che profumo avevano le sue pause tra un brano e l’altro, ve lo ricordate? Era il profumo esatto che senti solo in certe osterie della Romagna, profumo di sorriso biscottato, mangiato croccante e caldo caldo.
E poi c’è il color coraggio giovane che avevano addosso i ragazzi di Villanova Truschedu, mentre ballavano sulla musica di Little Axe. Quello, per me, è il colore più bello che c’è, quello che bisogna cercare di tenersi addosso il più a lungo possibile, che una volta che lo perdi non lo recuperi più.
E di quel colore ce n’era tanto anche il giorno dopo, a Zuradili, Marrubiu. Cuori in gara, su un palco che andava e veniva come un orologio svizzero, grazie a dei tecnici che si meritano ogni colore del mondo, ma soprattutto il color gratitudine.
Fabio Treves, poi, non aveva indosso solo il color neve blues del Fujiyama, no, se avete ascoltato bene, le sue note avevano un sacco di colori diversi, tutti quelli che vi vengono in mente, sfumati dal rosso rabbia d’amore geloso a vent’anni, all’indaco cielo nel pomeriggio stanco di novembre.
E Guitar Ray, ve lo ricordate? Ve lo ricordate di certo, è passato così poco tempo, Guitar Ray ci aveva uno sguardo color monello furbo quando l’ha fatta franca, e stava sul palco con la freschezza di una vacanza al largo di ogni inquietudine.
E Quique dei Gatos Bizcos, appena ieri, che quando gli ho chiesto una parola per sconfiggere la crisi mi ha detto, senza pensarci un attimo, Revoluciòn.

Basta, non c’è davvero più altro che posso raccontarvi, anche se ce ne sarebbe ancora. È che è arrivata la fine, l’ultimo passo, il punto da mettere alla frase.
Se permettete, questo è il mio contributo al blues di questa sera.
La malinconia di tutti i giorni che se ne vanno, di tutti i sipari che calano, di tutte le cose che finiscono.
Che però, questa sera, è malinconia con colore sorridente.
Color promessa che per ogni cosa che finisce, prima o dopo, ce n’è una che ricomincia.

Pubblicato il 20/08/2013 su Con parole mie, Dromodiario2013. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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