dromodiario #4 [lentamente]

dromo14-04

1 agosto, Oristano – Harold Lòpez-Nussa Trio

Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo.
Le cose maturano lentamente.
(Joan Mirò)

E quindi ieri ci siamo spostati qui, ad Oristano.
E sono arrivato alla Pinacoteca, e il chiostro era già pieno di gente, e c’era Ivo che presentava le mostre di Bouvet e di Pastorello, e raccontava i giardini da esplorare che sempre si nascondono dietro le creazioni dell’arte vera. E mentre lui parlava, lentamente e misurando le parole, io ho pensato che mi piacciono davvero tanto le persone che fanno il proprio lavoro così, seriamente, con cura, con misura. Ho pensato che il mondo ha davvero bisogno di giardinieri, per funzionare bene, e che non avremmo nessuna necessità di immaginarci altri paradisi, se ognuno curasse il suo piccolo pezzo di mondo con quella grazia, e anche con quella lentezza.

Perché lentamente, lentamente si impara a camminare.
Lentamente sale dalla terra il fiore. Lentamente impariamo le parole nuove.

E poi siamo andati a guardare le mostre, a stare davanti alle fotografie di Bouvet e ai quadri di Pastorello. A starci tanto, lì davanti, un po’ guardando da soli, un po’ accostandoci agli altri che guardano. E c’erano due occhi, a un certo punto, di un amico speciale, silenzioso, che ieri ha detto due parole, ma di quelle che non si dimenticano. E c’era Bouvet, che ha nelle sue fotografie i colori delle foto delle vacanze dei miei, negli anni settanta, con i verdi e i blu saturati. E i capelli lunghi e gli sguardi puliti. E ancora un poco oltre, fuori campo, sono sicuro che avrei visto pantaloni a zampa, là, dentro la giungla. E c’era un flautista, che suonava nudo in mezzo all’acqua. E due ragazzi nudi, a galleggiare sull’acqua. E Bouvet è pieno d’acqua, in quella sua giungla pacifista, ma acqua senza rapide, acqua placida. Acqua che attende qualcosa. O acqua che finalmente si è fermata, dopo qualcosa.

Perché lentamente passa la rabbia, e ci si placa.
Lentamente il disegno si fa chiaro, e si comprende il senso dell’inciampo.
Lentamente, come una camminata lungo il mare.
Lentamente è la parola del maturare.

E poi c’era Pastorello, e i suoi animali muti e senza sguardo, le sue bestie meccaniche, i suoi insetti cibernetici. E i vegetali, sicuramente transgenici, come in un cartone animato giapponese, dopo la terza guerra nucleare. E il verde, sotto l’ombrello verde di un Amore. E fiori, che sembrano arrivare dritti dalla preistoria, ma è evidente a tutti che sono di plastica. E ferocia, anche, da qualche parte, ma senza crudeltà. E incubi, anche, in mezzo ai sogni.
E poi, in fondo, in fondo, arrivano i giardini. E i monti, che potrebbero essere di gommapiuma. E l’acqua, che potrebbe anche essere petrolio. E gli alberi, che sono veri e sono finti. E io ho pensato che è proprio così che dipingerebbe Botticelli, se solo avesse letto Asimov.

E poi, prima che iniziasse il concerto, ho mangiato qualche cubetto di un caprino buonissimo, e ho sgranocchiato un po’ di carasau, e ho bevuto un bicchiere di Nieddera, e appena Valerio Corzani e Erica Scherl hanno cominciato a suonare, sarà stata la loro musica psichedelica, il basso di Valerio suonato dentro una tinozza di plastica, il violino elettrico stropicciato di Erica, saranno state le immagini di Derek Jarman che avevano alle spalle, sarà stato forse il Nieddera, ma io ho cominciato, lentamente, ad avere tutte le parole mescolate. E me ne sono andato dentro il loro trip.
E c’era un uomo con il cilindro che mi guardava. E c’era un tamburo che sognava di essere un carillon. E una bicicletta che voleva diventare incendio. E l’uomo con il cilindro la guardava, la guardava mettendosi le mani sulle orecchie. E ogni cosa, ogni cosa ritorna nel sentiero. E c’era un uomo asino, con lo specchietto in mano. E una donna con un cappello, e uno specchietto in mano. E se mi perdessi, adesso, in questo bosco? E se cappuccetto rosso chiedesse al lupo lezioni di violino? Se la galassia avesse orecchie d’asino e piedi di bue? What time is it? E l’uomo con il cilindro, che si mette le mani sulle orecchie. E poi guarda da vicino una donna che dorme, pericolosamente, sopra una rotaia. E le cause perse. I passi falsi. E l’uomo asino che ha un fiore bianco all’occhiello. E l’uomo con il cilindro che lo guarda bruciare, lentamente, lentamente.

Lentamente sale il fumo in una stanza. Lentamente comincia la vertigine.
Lentamente, lentamente, in volo.

Vi giuro, è successo proprio tutto questo, ieri sera, in Pinacoteca, durante il concerto di Valerio Corzani e Erica Scherl.
E guai a voi se date la colpa al Nieddera.

E oggi qui, in piazza Cattedrale, sale Harold Lòpez-Nussa, con il suo trio. Sarà un altro giardino da scoprire, ne sono certo.
Lopez Nussa viene da l’Havana, Cuba, e ha cominciato a suonare il pianoforte all’età di otto anni. E da allora ha costruito il suo stile, fatto di virtuosismo e versatilità, di suoni complessi e momenti piccoli e semplici. Di fatica quotidiana e di gioco. Sempre in ricerca, come tutti i grandissimi artisti, della voce giusta.
Perché, come diceva il grande artista bambino Joan Mirò, bisogna lavorare sempre come giardinieri.
Le cose maturano lentamente.

Pubblicato il 02/08/2014 su Con parole mie, Dromodiario2014. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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