dromodiario #9 [a memoria]

dromo14-09

Il dromodiario di oggi è dedicato a Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, che ieri ha finalmente ritrovato, dopo 36 anni di ricerche, suo nipote Guido, figlio di sua figlia Laura, desaparecida durante la dittatura militare argentina. Per lei, per il suo sforzo mai finito, per il suo coraggio del non dimenticare mai né l’atrocità né la speranza, questo capitolo 9, “a memoria”.

* * *

6 agosto – Oristano – Nero d’Italia
di Valeria Castellano

La memoria è l’unico paradiso
dal quale non possono cacciarci.
(Jean Paul)

E poi ieri Dromos è andato a Nurachi, e nel cortile del Museo Peppetto Pau c’era un piccolo piccolo cinemino all’aperto. E c’era Paola, che si è seduta su una panchetta di legno proprio sotto lo schermo, e ha tirato un sospiro e ha cominciato a parlare, e a dare i numeri.
Ed erano numeri terribili, che dicevano quanta terra, ogni attimo, viene venduta. Quanto cemento prende il posto degli alberi e del grano. Quanti beni comuni spariscono, sotto i nostri occhi distratti, ogni momento. E io guardavo ammirato tutta la forza che c’è, dentro quel suo corpo piccolo da elfo dei boschi. E per contrasto mi è venuta in mente, mentre Paola parlava, la faccia tranquillamente feroce del presidente della Nestlè, Peter Brabeck, quando ha detto che Non esiste per gli esseri umani un diritto all’acqua. Ricordatevelo, ogni volta che vi viene proprio voglia di un Nesquik o di un formaggino Mio. O dell’acqua Levissima. Ricordatevelo. Ricordate.

Che la memoria è un prato, su cui ronzano le api laboriose del racconto.
La memoria è oro, è il miele nutriente della storia.
A memoria, nonno e il pane abbrustolito al caminetto.
A memoria, ancora un’altra storia e poi a letto.

E poi ha parlato Alessandro Rossi, il regista del film di ieri. E ha detto un sacco di cose talmente semplici che ce le dimentichiamo continuamente. Ha detto che ci sarà un motivo se non andiamo in vacanza in un parcheggio, ma preferiamo il mare o la montagna, e allora non si capisce perché invece accettiamo l’asfalto e il cemento nei luoghi dove dobbiamo trascorrere la maggior parte del nostro tempo. Ha detto che c’è un dovere del raccontare la bellezza, e che per questo il suo è un film gioioso, pieno di pomodori e di bambini. Ha detto che il documentario è un genere di cinema che si fa per esigenza di conoscenza, per raccontare piccole cose del grande mondo. E poi ha detto che non dobbiamo abituarci al brutto, perché il brutto logora la nostra capacità di stare insieme.
E poi ha citato a memoria una poesia di Boris Vian, che dice Distruggono il mondo / a colpi di martello / ma ne resta abbastanza per me. E se ognuno di noi, ha detto, unisce il proprio piccolo abbastanza al piccolo abbastanza degli altri, allora abbastanza diventa sempre più grande. Ricordiamocelo.

A memoria, come la prima poesia che ho imparato.
A memoria la strada di casa, le fotografie da bambino, il volto di chi amo.
A memoria zio Pietro, morto partigiano.

E poi è cominciato il film, e c’era Abdellah, che coltiva patate e carciofi nella periferia di Casablanca, e Tutti quelli che amiamo hanno diritto ad assaggiare i frutti del nostro giardino. E poi siamo andati in Brasile, a Teresina, e c’era una donna sorridente che Non vedo l’ora di lavorare nell’orto. E a Berlino, proprio accanto accanto al muro, un campo di girasoli, e lui, il giardiniere, che li regalava persino ai soldati increduli, e Nessuno riusciva a immaginare un giardino, quando qui era tutto cemento.
E poi a Nairobi, e a Torino, e di nuovo a Berlino, per fare la guerriglia del giardino, Abbiamo la responsabilità di rendere la nostra città più bella.
E poi il film è finito, con una frase indimenticabile, La cosa migliore di tutte è essere una persona viva, cioè una persona che cresce. E io ho capito che aveva ragione, Alessandro Rossi, il regista, a dirci che era un film pieno di gioia, quello. Perché se c’è una cosa davvero meravigliosa, dell’essere persone pensanti e critiche, è proprio avere proposte, progetti, idee da contrapporre a chi dice che tanto bisogna per forza fare così, non c’è altra scelta. Perché a furia di dire che non c’è altra scelta, ci troveremo con qualche pazzo che dice, tranquillo e feroce, che Non esiste un diritto all’aria da respirare. Non è fantascienza, la bolletta dell’aria, è là dietro l’angolo, se non stiamo a guardare. Se non ci mettiamo a raccontare, a ricordare.

Che la memoria è un bosco vasto di alberi da curare.
La memoria è un mare, da tenere aperto e pulito, da navigare.
A memoria, le tabelline a scuola, due per due quattro.
A memoria, una donna di piazza di maggio, e il suo fazzoletto bianco.

E oggi siamo qui, a raccogliere, e raccontare storie. Nero d’Italia di Valeria Castellano è un film che raccoglie i racconti di chi vive all’ombra delle trivelle, giù nella Basilicata dell’oro nero italiano. È un grande lavoro di memoria, questo documentario, per accorgerci con la forza delle immagini e delle voci che cosa davvero stiamo facendo, quando svendiamo il nostro territorio, il nostro corpo civico, il nostro giardino. Ricordiamo, ricordiamo, ricordiamo. Che mai come oggi vale il monito di Jean Paul,

La memoria è un paradiso
dal quale non possono cacciarci.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival

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Pubblicato il 7 agosto 2014 su Con parole mie, Dromodiario2014. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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