dromodiario #10 [perduto]

dromo14-10

7 agosto – Nurachi – Capo e croce
di Paolo Carboni e Marco Antonio Pani

L’Eden è quella vecchia casa/ in cui abitiamo ogni giorno/
senza sospettare quale sia la sua vera natura/ finché non la perdiamo.
(Emily Dickinson)

E ieri, ieri mi sono davvero perduto. Me ne sono andato dal chiostro di Sant’Antonio con una rabbia addosso, ma una rabbia, che aveva un orribile colore d’impotenza. Che ci si sente davvero condannati, quando si comprende così da vicino che a fregarci, a farci ammalare, ad ucciderci sono proprio proprio coloro che ci dovrebbero proteggere.
Ha cominciato Paola, a farci perdere, a farci galleggiare ancora dentro numeri terribili. Ci sono 7110 pozzi di petrolio e gas, nel giardino d’Italia. Più di mille attivi. E tutti, tutti sono nati con promessa di sviluppo, promessa di lavoro. E tutti, tutti lasciano solo povertà, desolazione e morte. E il 43 percento, e 2 Kilowattora, e nel 2004 abbiamo bloccato tutto, e io faticavo a capire le cose proprio proprio nel dettaglio, ma era chiaro che in tutto questo c’erano degli sconfitti, ed eravamo tutti noi. E poi c’era Giorgio Todde, che ha iniziato a fare domande scomode. Quando è che ci siamo vergognati di noi stessi? Quando è che abbiamo cominciato ad abbattere ciò che siamo, insieme alle nostre case di ladrini? Quando è che abbiamo deciso di essere così complici? Quando abbiamo scelto di confondere lo sviluppo indiscriminato con il progresso intelligente e consapevole?

E c’era Graziano Bullegas, che provava a rispondere, e aveva un sorriso addolorato. E qualcuno a un certo punto ha detto Costruiamo industrie dove dovremmo produrre cibo. E io ho capito che davvero, davvero

abbiamo perduto la strada.
Ho perso il sonno, ho perso il conto, ho perso le chiavi di casa.
Ho perduto l’autobus, perdo pezzi, mi sono perso.

E poi, a perderci del tutto, sono arrivati i pozzi, dentro la valle dell’Acri, giù, in Basilicata, e Ormai non produrremo più altro che barili di petrolio, e non c’è più posto per il grano, il pane, l’olio. E la Contrada delle Vigne è diventata viola, ma di lividi e vergogna, non di vino. E Signor sindaco, voi dovete fare qualcosa, e Stanno vendendo la nostra pelle, e sopra, sopra di noi che guardavamo quei volti lucani che ci somigliano così tanto, sopra di noi persino la palma fremeva di rabbia. E Se mi pagano bene, io me ne vado, che non posso vivere in queste condizioni, e le malattie cardiovascolari triplicate, e i tumori raddoppiati, e Signor sindaco, voi dovete fare qualcosa, e gli uomini onesti passano, e il sopruso resta, e intanto il lago del Petrusillo è colmo, colmo di idrocarburi, e anche la misura è colma, e Signor sindaco, voi dovete fare qualcosa, e se avete delle difficoltà, non è il medico che vi ha detto che dovete rimanere in quel posto.

E abbiamo perso il treno,
perso le parole, sulla punta della lingua,
abbiamo perduto il senno, il senso è perduto,
resta solo la vergogna, un pezzetto di speranza, uno sputo.

Uno sputo in faccia, secco secco, a quella faccia di gomma che si chiama Raffaele Vita, direttore generale di un organismo di controllo che non controlla proprio niente, e anzi nasconde, infanga, sporca. Raffaele Vita, che dovrebbe chiamarsi Morte, invece, di cognome, perché lui non sa proprio nulla di cosa è la vita, la vita da ringraziare al risveglio ogni mattina, la luce, la forza di dirsi onesti, no, io questo proprio non lo faccio, a me, alla mia terra, ai miei figli, ai miei alberi, ai miei giardini. Che la soluzione, c’è, non ci siamo persi del tutto, fino a quando ci sarà gente come quella ragazza che ieri, a un certo punto, si è alzata e ha raccontato come e perché non si devono usare le trivelle ad Arborea, e ha snocciolato dati, e ha fatto proposte alternative, e piani di energia, e di pulizia. Che si deve sempre avere, in tasca, la proposta. Avere sempre una risposta a chi dice Eh, ma dite no a tutto. No, caro mio, questo è giusto e questo è sbagliato, e noi diciamo no a tutto quello che non è compatibile con i nostri diritti fondamentali. E lo facciamo anche per te, per i tuoi cari, per i tuoi figli. E non importa se non dirai grazie. La nostra è energia buona, regalata a fondo perduto.

Ho perso l’ultimo treno, ne inventerò degli altri.
Ho perso amici, a volte, e poi alcuni, quelli veri, li ho ritrovati.
Ho perso un’occasione, ma poi mi è caduta addosso una fortuna.
Ho perso il tramonto della Luna,
ma ho guadagnato un alba.

E oggi vedremo Capo e croce, il film che Paolo Carboni e Marco Antonio Pani hanno realizzato per raccontare Le ragioni dei pastori, il prezzo giusto del latte, e soprattutto il prezzo della dignità che ci sta dentro. Che non c’è niente di più caldo e di rassicurante di un bicchiere di latte. Non c’è niente di più consolante, di più vicino ad un piccolo paradiso dentro casa. Ma in quel bicchiere c’è fatica, e albe, migliaia di albe viste e raccontate, e passi, e camminare in montagna e in pianura, e sole negli occhi, pelle bruciata. Dietro un bicchiere di latte, dentro una fetta fragrante di formaggio, ci sono vite infinite, paradisi faticati. È un attimo perderli, perderci tutti, dentro un bicchiere di latte rovesciato. Che, come scriveva la Dickinson, l’Eden ce lo abbiamo sotto gli occhi, ce l’abbiamo in casa, ci abitiamo ogni giorno

senza sospettare quale sia la sua vera natura
finché non lo perdiamo.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival
[foto di Michael Rajkovic, da web]

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Pubblicato il 8 agosto 2014 su Con parole mie, Dromodiario2014. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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