dromodiario #13 [le cose nuove]

dromo14-13

14 agosto – Nureci – Francesco Piu

La cosa bella delle nuove cose che si imparano
è che nessuno può portartele via.
B.B. King

Che poi sono successe tantissime cose, nel frattempo. Che basta distrarsi un attimo, fare qualche giorno di pausa, e ti ritrovi con un sacco di cose nuove: un festival che ha cambiato nome, e pure sesso, e pure età.
Che Dromos io me lo immagino un ragazzo, un ragazzo di sedici anni tutto speranze desideri ed energia, un ragazzo contratto nel momento piccolo che precede il balzo, un ragazzo che non la smette di crescere. MammaBlues, invece, per me è una nonna amorevole, una di quelle con la crocchia, che fa delle torte fantastiche, lievitate con il lievito madre: una donna che sa, conosce, sorride, con la saggezza di chi ha addosso il silenzio del tempo, della storia, dell’acqua che goccia a goccia riempie i laghi. Ecco, mi sono distratto un attimo, e Dromos è corso via, che si sa che gli adolescenti sono così. Ma c’è MammaBlues, qui a Nureci, come nonna con la torta in forno.
Insomma sono passati solo tre giorni, tre giorni appena, ed è tutta una novità.

Che le cose nuove hanno profumo di pane caldo,
che è buono, ma se non stai attento scotta.
Le cose nuove arrivano d’improvviso,
a volte ti stringono la mano,
a volte fanno l’inchino, persino,
a volte invece non ti salutano nemmeno.

Che a me, a dire il vero, piace moltissimo, imparare le cose nuove.
Che a Morgongiori, per esempio, c’era la festa delle lorighittas, domenica, e Dromos aveva organizzato il concerto dell’Hypnotic Brass Ensemble, e io sono salito sulla scalinata della chiesa, prima del concerto, come si sale su una zattera in piena tempesta, e giù era tutto un mare di lorighittas e di gente che mangiava lorighittas, e io avevo le mie parole da leggere, e mi sono detto, all’inizio ho detto Nessuno le vuole le parole mie affogate nelle lorighittas. Ma poi, poi in mezzo a quel mare ho visto facce di naufraghi che avevano voglia di ascoltarle, e allora mi sono detto Queste parole saranno un messaggio in bottiglia per chi le desidera, e chi non le desidera, bhe, tanto ci sono le lorighittas. E allora le ho lette, anche se erano un poco fuori posto, ed è stato anche bello, anche poetico, in qualche modo, che era come far giocare le parole e il chiasso, come quando stai al mare e provi a vedere se con la voce puoi sovrastare le onde, e lo sai già in partenza che non potrai, ma è bello anche solo provarci. E qualcuno, dall’altra parte dell’orizzonte, comunque qualcuno le sente, le tue parole. Ed è così che, a Morgongiori, ho imparato una cosa nuova, che esiste una bellezza, una bellezza assurda, nello stare così, un poco fuori posto, e un poco no.
E poi è cominciato il concerto, e l’Hypnotic Brass Ensemble ha un suono davvero pazzesco, e io vedevo insieme Chicago, e il cinema, e il mare di lorighittas, e all’inizio anche loro mi sembravano un po’ fuori posto, come l’ichnusa sulla torta al cioccolato, o come un abito da sera indossato per fare l’autostop.
Ma poi, poi invece no, erano perfetti, invece, nella loro dissonanza con il luogo, e si capiva dalle facce della gente, dall’entusiasmo nel ballare, da tutta quella vitalità di strada e di parole lanciate in faccia come una sfida, che il loro suono così tanto irriverente era davvero fuori posto, ma era il fuori posto giusto.

Che le cose nuove sembrano sempre fuori posto.
Le cose nuove arrivano per fare chiasso,
per dare il cerchio alla testa,
per fare un buco dentro il muro
che poi qualcuno, un giorno, chiamerà finestra.

E poi lunedì eravamo di nuovo a Nurachi, per la ciclovia. E c’era Cipo davvero entusiasta, che andava avanti e indietro per il cortile del Museo, e vedeva le biciclette arrivare, e diventare tante, ed erano davvero bellissimi tutti quei cerchi, tutti quei raggi scintillanti nel sole. E il cortile era un quadro, di alloro e biciclette, di sole e desiderio di velocità sana nel pomeriggio che cala.
E si parte, e pedaliamo fra i canneti, ed è sole, ed è ombra, è fatica bella. E c’è di fronte a me un sindaco con suo figlio, un sindaco che conosce la laguna palmo a palmo, e questo è su camminu ‘e sa pischera, e questo è mari ‘e paui, e pedalando dietro di lui io ho pensato che quella è davvero l’immagine giusta di un sindaco, un cittadino che pedala lungo una laguna, e dice al figlio Guarda che meraviglia, il sole che cala sullo stagno.
E quando arriviamo alla torre c’è un piccolo molo, e due barchette, e un cielo che sembra fatto con lo smalto, un cielo azzurro d’acciaio. E c’è Salvatore che guarda, e immagina, e sogna un concerto lì, sopra le barche. E c’è Cipo che versa la Nieddera, ed è tutto un entusiasmo, e voci, voci sorridenti, con le biciclette poggiate dappertutto, conchiglie spiaggiate del nostro pomeriggio di fatica piccola. E mentre tornavamo, ho pensato che sì, c’è una cosa nuova da imparare ogni giorno, ho pensato che ogni giorno c’è un pezzetto nuovo di entusiasmo da aggiungere al cammino. È che per trovarlo, però, bisogna allontanarsi un poco, bisogna pedalare.

Che le cose nuove sono un premio che sta là,
ma sta sempre un po’ più in là da dove cerchiamo,
le cose nuove sono nell’inciampo,
nell’oltre, nel fuori fuoco, nel fuori campo.

E martedì? Martedì è cominciato il blues, nella notte di Zuradili, Marrubiu. Che il palco era dentro il bosco di eucalipti, e la musica saliva, saliva tra le foglie, saliva a portar giù il cielo, a farlo cantare. E i gruppi si alternavano, uno dopo l’altro, un quarto d’ora a testa per vincere un piccolo, piccolo pezzetto di sogno. E di ognuno lo potevi intravedere, il sogno, che spuntava da una tasca, oltre una corda di chitarra, un sogno scordato, un sogno appeso ad un’armonica, un sogno chiassoso dentro un piatto di batteria, un sogno morbido, come la vibrazione di un basso. E ragazzi di diciassette anni, e ragazzi di sessanta, e gli eucalipti che applaudivano a ogni brano, e la gente, laggiù, che ballava. E il monte, là dietro, nero nerissimo d’ossidiana, che ci guardava, calmo, fare la nostra festa.
E quando la festa è finita, e sul palco è salito Alberto, dei Promenade Blues, ha detto Sono contento che abbiamo vinto, che così abbiamo rimediato la figuraccia dell’anno scorso. E io ho pensato che fino a quando ci sono ragazzi così, che usano una sconfitta per costruire una vittoria, ci sono ancora passi che vale la pena di camminare.

Che le cose nuove sono nascoste, ma il bello è proprio imparare a cercare,
le cose nuove sono conchiglie, sono tesori sepolti nella sabbia.
Le cose nuove si costruiscono piano piano,
e il giardino è lì, è ancora lì a portata di mano.

E oggi inizia MammaBlues, e qui nell’arena sale Francesco Piu, per portarci la sua musica che miscela il blues con tutto quello che entra nel suo sguardo. Che chi cerca le cose nuove deve fare così: guardare, raccogliere, confrontare, rimescolare. Cercare il centro esatto del giardino, lì dove sta l’albero della conoscenza, l’albero dei frutti nuovi.
Perché questo è uno dei segreti più belli e più importanti dell’Eden che stiamo cercando: il paradiso è nascosto dentro le cose nuove che si imparano ogni giorno, un paradiso che una volta che l’hai trovato non lo puoi più perdere. Che, come diceva B.B. King, quel vecchio mago del blues,

La cosa bella delle cose nuove che si imparano
è che nessuno può portartele via.

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Pubblicato il 15 agosto 2014 su Con parole mie, Dromodiario2014. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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