dromodiario #1 [Principia]

dromo15-01

E tre! Per il terzo anno consecutivo, scriverò e leggerò ogni giorno il diario del Dromosfestival.
Ancora una volta, buon festival e buona lettura!

* * *

31 luglio – San Vero Milis – Joy Frempong, OY

Quando ti metterai in viaggio,
devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.
(Konstantinos Kavafis)

Che poi, non è mica detto che si debba credere sempre ai racconti dei viaggiatori. I viaggiatori, a volte, sono gente bugiarda. Magari hanno solo voglia di attrarre sul loro volto la luce del fuoco attorno al quale stanno seduti a raccontare, magari. Magari amano ascoltare il suono ipnotico delle proprie parole, magari. O magari no.

Stavo pensando queste cose qui, ieri, ad Oristano, che le mostre che Dromos ha inaugurato in pinacoteca sono itinerari davvero lunghi e straordinari e uno, a guardare certe immagini, non può fare a meno di partire per un qualche viaggio. “L’utopia negata”, ad esempio, è un vero campionario di elementi del disastro, famiglie distrutte, incidenti che fanno esplodere giardini, libri illeggibili che non si può fare a meno di sfogliare, corde a cui impiccare i propri incubi, satiri col rossetto, abbracci mancati.
E forse, ho pensato, a un certo punto che mi ero perso a gorgogliare nell’acqua di uno tsunami da cui poi, per fortuna, per un attimo almeno sono riemerso, forse, ho pensato, si sarebbe potuto chiamarla anche “L’utopia annegata”, quella mostra, chi lo sa.

Magari è che le cose, loro, i viaggiatori, le vedono da angoli differenti. E noi, le cose che ci mostrano la nostra differenza, il modo nostro sbilenco di stare nel mondo, noi quegli angoli lì li chiamiamo menzogne. O, quando va bene, fantasie.

Egle Picozzi, per esempio, questa alicenelpaesedellemeraviglie ossessive e bordeaux, che si specchia infinitamente dentro i propri istanti dolorosi, e li esorcizza con un viaggio colorato, la testa chiusa in una bolla, il corpo diviso, l’orecchio chiuso, un cappello da Componidori stanco, una fascia, che cura e che nasconde. E mai un cenno esplicito alla malattia, se non forse quella mela, che a qualcuno avrà messo in mente il peccato, ma a me ha fatto pensare solo a Newton, che ci ha condannato ad essere per sempre gravi, e pesanti. Ma noi, noi voliamo via, se solo abbiamo a disposizione un po’ di meraviglia, e i colori e la macchina fotografica o la penna che ci salva.

Perché i racconti dei viaggiatori sono, sempre, mappamondi del possibile, che se un luogo qualcuno lo ha pensato, allora vuol dire che da qualche parte quel luogo lì ci può essere. Quindi c’è, da qualche parte, quel luogo lì. È rassicurante, e insieme spaventoso, se ci pensate, che di là, da quella parte dell’orizzonte, se cammini molto, e non ti stanchi, forse ci arrivi. Basta che anche tu, come loro, come i viaggiatori, impari a fregartene di quelli che quel tuo angolo sbilenco di mondo lo chiamano menzogna, o, quando va bene, fantasia.

Stavo pensando queste cose qui, ieri, ad Oristano, e intanto l’occhio andava sulle fotografie di Lorenzo dell’Uva, giramondo e narratore, che con le sue immagini racconta lo sberleffo dell’infanzia, il sorriso lingua in fuori in faccia al mondo grande e terribile. Stavo pensando queste cose qui, stavo pensando alla forza che viene a guardare chi cerca irresistibilmente di vivere. Ed è allora che l’ho visto. L’ho visto che mi guardava, scarmigliato, con gli stivali sporchi di polvere, gli occhi da Gulliver, le mani forti come un naufrago, la camicia azzurra da gabbiere, e i baffi ancora umidi di vento.

Chi sei, gli ho chiesto.
Non importa, mi ha risposto, scrivi.
Cosa devo scrivere, ho chiesto ancora.
Principia…
Non so da dove cominciare.
Lui ha fatto faccia storta, e io mi sono sentito un deficiente.
Principia non è un imperativo, mi ha risposto, è una città.
E dove sta, questa città dal nome imperativo?
Sta lontana, così lontano che non mi ricordo più quanto tempo fa ne sono partito.

“Gli architetti progettarono Principia come una stella, con strade da percorrere solo in uscita. Una è un’autostrada, larga e rapida e in discesa, nessuno è mai tornato per dire dove porta. Un’altra è la via ferrata, per chi ama vivere qualche tempo sopra i treni, i treni bui che bucano la notte, i treni che non sai dove portano ma è bello andarci, i treni che sono cinema, cinema, cinema dal finestrino. Un’altra via è un sentiero, che sale sopra i monti, e si nasconde in curve larghe dietro l’orizzonte. Dicono che da lassù il mondo smetta di sembrare un labirinto, e si faccia libro calmo e piano. Infinite sono le strade che escono da Principia.
Si nasce nel suo centro, si impara un po’ di mondo giocando a nascondino dentro i suoi vicoli. Poi arriva il momento della festa grande del saluto, il giorno in cui la famiglia ti accompagna in strada, in uno dei raggi della stella, quello che tu hai scelto e ti sembra il cammino giusto per te. Da lì si parte, e madri e padri e cugini e gatti ti augurano il buon viaggio, senza neppure un miagolio di tristezza. Nessuno può essere triste, a Principia. I suoi abitanti sanno che quello è il luogo felice dell’inizio, la luce che ci muove dalle spalle, il big bang della vita.
Io sono partito in treno, e lì sopra ho guardato il mondo, ho incontrato maestri e inganni, sono stato ferito e sono stato curato, ho urlato, ho pianto, ho giocato, per un numero di ore imprecisato. E ho incontrato innumerevoli città, lungo il cammino. Se vorrai, ho un lungo campionario di mondi possibili da raccontarti.”

Si è voltato e così come era arrivato è scomparso, in mezzo alla gente di Dromos. È stato allora che ho pensato: non è mica detto che si debba credere sempre ai racconti dei viaggiatori. I viaggiatori sono bugiardi. Magari hanno solo voglia di attrarre sul loro volto la luce del fuoco Magari amano ascoltare il suono ipnotico delle parole che stanno pronunciando.

Come oggi, qui, a San Vero, che sale sul palco una grande viaggiatrice, Joy Frempong con il suo progetto OY: una donna che il viaggio ce l’ha nel sangue, una donna che è insieme svizzera e ghanese, e promette feste, tamburi e leggerezza. Perdiamoci dentro il suo racconto, gente di Dromos, che i narratori veri hanno voce scarmigliata e profumo di vento, esperienza di naufragio e sguardo lungo, che è bello starli ad ascoltare. A volte è menzogna, a volte è fantasia. Ma nei racconti davvero giusti, così come in questo cammino che ostinatamente chiamiamo vita, è sempre bene augurarsi che la strada sia vorticosa. E lunga.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival

Pubblicato il 01/08/2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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