dromodiario #2 [Riva]

dromos15-02

1 agosto – Mogoro – Criolo

L’unico fatto certo è che senza il condimento della follia
non può esistere piacere alcuno.
(Erasmo da Rotterdam)

Che poi, ogni volta che vado a San Vero, e mi metto sotto le ruote dell’auto quella strada piena di curve, ogni volta, combinazione, la faccio di sera, e c’è il sole che s’avvia a imbiscottarsi in mare, e ogni volta, in mezzo alla pianura, alle canne, agli euclipti, ogni volta, mentre faccio le curve, mi chiedo perché mai hanno fatto in mezzo alla pianura una strada piena di curve. Mi portavo in giro questo solito interrogativo, sinistra, destra, sinistra, lungo le curve nella pianura, e ci avevo una gioia, addosso, di tornare a San Vero, una gioia di tornare là, finalmente, dopo così tanto tempo, una gioia che ballava, quasi spensierata. Quasi. Che tornare sul palco di Dromos, ogni anno, mi mette gioia e spavento. Che è un po’ una contraddizione, spavento e gioia insieme, se ci pensate è un po’ come le curve in mezzo alla pianura.
E sono arrivato, e c’erano le sedie bianche d’attesa che guardavano il palco, e il giardino del museo archeologico quasi vuoto, a parte il tecnico delle luci, uno svizzero, che impazziva per raddrizzare un video che voleva starsene tutto storto, e andava avanti e indietro, il tecnico delle luci svizzero, a guardare, spostare, storcere, raddrizzare. E io ho pensato che magari, ogni tanto, non è mica male una stortura, una curva. E ho pensato di dirglielo, ma poi non gliel’ho detto, che magari mi prendeva per matto, che le curve in mezzo alla pianura mica le può capire, uno svizzero.
E poi mi sono guardato intorno, che chissà perché mi immaginavo di trovarlo già lì, il gabbiere scarmigliato con gli occhi da Gulliver. Magari oggi non viene, ho pensato. Però peccato, ho pensato, e poi ho pensato anche che magari è meglio, se non viene, che io non lo so mica cosa succede se si incontrano, lui, tutto spettinato e profumato di mare, e il tecnico delle luci svizzero.

Il viaggiatore non è quasi mai puntuale. Il viaggiatore si perde consapevolmente dentro il labirinto del viaggio. Che il viaggiatore vero non conosce la noia della linea retta. Per il viaggiatore la distanza più breve fra due punti non vale la pena. Il viaggiatore fa le curve, anche in mezzo alla pianura.

E poi mi sono seduto sotto un albero ad ascoltarmi il concerto.
E appena è cominciato, che Joy Frempong è salita sul palco, esplosione di luce e di capelli ricci, mi sono sentito dentro un racconto di Asimov, con quella voce robotica che raccontava a modo suo uno strano big bang: “prima della luna e prima del sole”, diceva, “all’inizio ci fu una gigantesca goccia di latte”. E io, in mezzo ai suoni di elettronica, alle voci robotiche, ai lampi psichedelici e a quel ritmo da cui non si può sfuggire, almeno il piedino lo devi muovere, per forza, io lì, in quell’armonia assurda di suoni chiassosi e bellissimi, mi sono chiesto se quella goccia lì, cadendo, è andata in linea retta, o ha preferito fare le curve. E poi, mentre me ne stavo seduto sotto l’albero, è salito sul palco il batterista, con una tiara gigantesca in testa che neppure Ratzinger, e tutto è diventato ancora più inarrestabile. “La vita è un mercato, è un mercato, è un mercato”, diceva Joy, e alle sue spalle scorrevano immagini della nostra ridicola ridicola corsa, “Sono i problemi che cercano gli uomini, o gli uomini che cercano i problemi?”, ha detto.
E poi ha cantato una canzone che parlava di un uomo che corre a un funerale, e io ho pensato che è davvero una bella coincidenza parlare di un funerale dentro un giardino che è stato un cimitero. E là sopra, l’albero, mi ha sorriso. E poi è arrivato un altro pezzo, bellissimo, ispirato a un proverbio del Mali, “Vieni da casa tua? Hai lasciato casa tua? Benvenuto a casa tua.” E l’albero mi ha detto, vedi? anche nel Mali amano il viaggio, e l’andare, e le curve. E io ho risposto, Che ne sai tu, del Mali, gli alberi non viaggiano. Sei ancora piccolo, mi ha risposto, l’albero, non capisci nulla, e poi mi ha detto, saluta il gabbiere. Se ne stava seduto lì, proprio accanto a me. Era scarmigliato e aveva profumo di mare. Sei tornato, ho detto. Sono sempre stato qui, sotto l’albero. Mi ha risposto.
E io ho capito che quando arriva il gabbiere non devo fare domande. Quando il gabbiere arriva bisogna solo ascoltare.

“A mille miglia verso il vento sorge Riva, la città residua. I suoi abitanti hanno smesso molti secoli fa di progettare edifici, strade, negozi, panchine o pensiline degli autobus. Riva nasce dal mare, dal caos multiforme delle onde, che portano da chissà dove rami, scarpe, corde, bidoni, eliche, antenne, parabole o frammenti di persiane. La stazione ferroviaria è costruita con lamiere di navi perdute, orologi fermi, lampade guaste e conchiglie vuote. Il municipio, sulla grande piazza istoriata di bulloni, si riconosce dai tubi di rame ossidato, i fondi di bottiglia levigati, i mosaici di gusci di riccio. La scuola sta in cima alla collina, ha finestre di forme e colori imprecisati, bandiere che cambiano ogni giorno, il tetto a forma di barca azzurra e bianca, la banderuola rossa di luna.
Riva nasce dalla volontà caotica e ritmica del mare. I cittadini di Riva aspettano, pazienti, che la tempesta porti i suoi doni, li raccolgono, li scelgono, li montano insieme in edifici e strade che hanno l’armonia delle foreste di alghe, o del corallo. Riva conosce la bellezza dell’attesa, la lentezza delle idee che maturano, l’arte della fantasia. Riva si fa bella di ciò che il caso stacca dal mondo e le regala.”

Ha smesso di parlare, e ha guardato il palco, e proprio in quel momento lì Joy suonava una canzone fatta di rumori che diventavano musica, perfino i clacson e le centrifughe delle lavatrici, diventavano musica, nell’ossessione ipnotica del caos. E io lì, seduto sotto l’albero, ho pensato che è davvero una gioia, riuscire a dare forma al caos, proprio come i cittadini di Riva. Ho cercato di dirlo al gabbiere, ma appena mi sono voltato verso di lui era scomparso, di nuovo. Il gabbiere è fatto così, arriva, racconta, e poi scompare. Forse si è perduto in mezzo alla musica di Joy, forse è andato a cercare altre strade da raccontare. O forse, semplicemente, non aveva voglia di incontrare il tecnico svizzero. Ho provato a domandarlo all’albero, ma non mi ha risposto.

Chissà se oggi lo rivedrò, il gabbiere, qui a Mogoro, che sale sul palco Criolo, e promette un altro bel viaggio di quelli che portano davvero lontano, Criolo che viene da San Paolo, Brasile, e porta al festival la sua musica intrisa di sogno e di rinascita, la sua musica meticcia che raccoglie tradizioni e le rimescola in viaggi lunghi, con le curve belle, sinistra, destra, sinistra.

Ah, dimenticavo. Ieri sera, solo dopo che il concerto era finito, solo a notte alta mi hanno detto che quell’albero sotto cui sedevo si chiama sa matta ‘e su macchimini. Ora, se mi mettete a vedere un concerto sopra un antico cimitero, e mi fate anche sedere sotto un albero della follia, poi non stupitevi di quello che succede.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival

Pubblicato il 02/08/2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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