dromodiario #3 [Paràula]

dromos15-03

2 agosto – Oristano – Sigura Quartet feat. Truffaz

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe.
(Eugenio Montale)

E poi si sale a Mogoro, che si fanno quei due tornanti che sembrano un’andata e un ritorno della spola sul telaio, per imbastire un tappeto volante immenso. E c’è il nuraghe Cuccurada che è lì da millenni a guardare il sole color urlo che va a sognare nelle distese di oltremare. E badate, in questo caso oltremare non è un colore, è un verbo: è lo spavento grande e bello dell’immaginarsi il futuro, tremando meravigliosamente di tutto ciò che sta oltre l’orizzonte, e che ci attende. Oltremare è la paura blu cobalto di tutto ciò che arriverà e che non immaginiamo. Forse è per questo che il sole ha sempre color urlo, nel tramonto, che si spaventa tantissimo, anche lui, di un domani che non sa.
Stavo pensando proprio esattamente questo, ieri, quando salivo a Mogoro, che c’era il concerto di Criolo, e mi domandavo: stasera? cosa succederà stasera, si metterà a piovere, il cielo? capirò qualcuna delle parole creole di questa musica meticcia? lo rivedrò, il gabbiere, in mezzo alla folla, a raccontarmi ancora un pezzo del suo viaggio?
Domande, sempre domande, prima del concerto, prima dell’arrivo, prima del prima, che fa sempre un po’ oltremare il cuore, che altrimenti non sarebbe cosa bella, il viaggio.

E poi, se ci pensate bene, il viaggiatore ha sempre il problema grande delle parole. Arriveranno, le parole, giuste? le troverà, da qualche parte, le parole per farsi capire? Che il mondo è grande, è terribile, e l’incomprensione e il tradimento sono sempre dietro l’angolo, quando le parole non sono mai, mai abbastanza per farsi dare e dire la strada.

E Criolo non arrivava, ieri, vedi?, l’imprevisto che c’è nel viaggio. Che c’era la piazza del Carmine piena zeppa di gente, ieri, a Mogoro, e ancora Criolo non si decideva ad arrivare, il tappeto volante si era perso da qualche parte, tra una panada e un bicchiere di monica, probabilmente, che le nostre sono mille e una notte che sanno di carne succosa ben cotta e vino rosso che riscalda il cuore e lo fa smettere di oltremare. Ma la gente, laggiù, la gente oltremava, invece, e si stava anche arrabbiando parecchio e io ho pensato ora salgo sul palco e dico qualche parola giusta, ma se poi non le trovo, le parole? che si fa, davvero, senza le parole?
E poi però Criolo è arrivato, ed è cominciato il suo urlo gigantesco nella notte, di parole parole parole mescolate rapide indiavolate, miste di hiphop e di raggae e di panadas e di monica e di viaggio lungo lunghissimo dalla periferia di Sao Paulo, Brasile, all’occhio esatto del ciclone del cuore, nel corpo mobile, mobilissimo, danzante. E io mi sono perso lì, a guardare ipnotizzato quel corpo da sciamano elettrico, re creolo attraversato infinitamente dalla corrente dei gesti urlanti e delle parole scatenate.
Non capivo, se non una parola ogni tanto, abbraccio, malizia, inferno, verità, cuore, i taxi, la musica, le risate, sou brasileiru, ma si capisce davvero un mondo intero, al di sopra delle parole, se la musica ci proporziona il cuore, se solo ci si lascia attraversare da quello che l’altro è, lì, proprio lì davanti. E poi tutti a ballare, oltre le parole brasiliane incomprensibili, sotto il palco, nel raggae senza fine, specchio, favela, i disgraziati, la sorte, l’apocalisse, l’egoismo, l’alba, mio amore, sou brasileiru.

Ballavano tutti, ieri sera, perfino la chiesa del Carmine l’ho vista, giuro, che faceva ancheggiare impercettibilmente l’abisde, e l’albero, a Mogoro, anche l’albero faceva piedino con le radici. La luna, lassù, occhio di bue sul palco, la vedevi che non riusciva a stare nell’orbita, zigzagava nel cielo al ritmo creolo della notte di Dromos. Tutti ballavano, a Mogoro, l’unico che non ballava era il gabbiere.
Dove sei stato, gli ho chiesto, perché non balli, ma tu riesci a capire qualcuna di queste parole, gli ho chiesto. Domande, sempre domande. Lui mi ha guardato come a dire basta con le domande. Fa sempre così, il gabbiere, che ha milioni di anni negli occhi e nelle mani gigantesche, e basta che mi guardi e io comprendo quando è il momento di stare zitto, e lasciarlo raccontare.

“Solo dopo un cammino lungo il viaggiatore raggiunge Paraula. Le sue mura si scorgono da molto lontano, e per lungo tempo il viaggiatore pensa che l’arrivo sia imminente, che manchino ancora poche curve e presto arriverà in vista del grande piazzale sabbioso di fronte alla piccola porta d’ingresso. Invece no, Paraula è città distante, sfuggente nel miraggio delle colline. Sembra che cammini, allo stesso ritmo del camminante, che cambi forma e posizione, sembra che l’unica apertura nelle sue mura non si possa mai trovare, sembra non basti neppure girarci attorno settanta volte sette volte.
Paraula è una città che si nasconde.
La porta appare solo quando hai smesso di cercarla. Quando stai per desistere e decidi che non sei degno della città, Paraula si spalanca per accoglierti. Ed è allora che incomincia il viaggio, perché nessuno, di là dalle mura, conosce la tua lingua, e nessuno dei suoi abitanti conosce le parole di nessuno degli altri. Se tu dici albero, il barista comprende cielo, se chiedi dell’acqua, il mendicante ti indica il più vicino negozio di tessuti. Hai fame, e la donna che ti sorride per la strada ti conduce dove potrai acquistare secchi di latta e tubi di rame. Si deve vivere a lungo tra le mura di Paraula, per capire gli infiniti intrecci delle parole e dei gesti dei suoi abitanti. Gli uomini più saggi sono i più silenziosi, a Paraula, la città dove tutti cercano infinitamente la parola che non li fraintenda.”

Ha smesso di parlare, e siamo rimasti in silenzio a guardare Criolo e le sue parole incomprensibili che diventavano luce elettrica sul palco. Il gabbiere ha atteso lì accanto a me ancora per un po’, poi mi ha fatto un cenno, e senza dire neppure una parola si è avviato verso le strade del paese.

Oggi tornerà, ne sono certo.
Spunterà da qualcuna di queste strade davanti al palco, dal portico, o dal teatro, chiamato dalle note squillanti della tromba di Erik Truffaz, e ascolterà i colori del Mauro Sigura quartet, suoni di oud, basso, batteria e pianoforte che raccontano il Mediterraneo e le mille notti del Bosforo, mescolandole con il vento musicale che è carezza bianca del nord.
Chissà cosa mi racconterà, oggi, il gabbiere, di fronte a questa musica policroma e bianchissima. Lo attendo, come attendo ogni giorno che arrivi la parola giusta, la parola compatta e vibrante. La parola che mi fa oltremare.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival

Pubblicato il 03/08/2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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