dromodiario #4 [Libra]

dromos15-04

3 agosto – Oristano – Moni Ovadia, Valerio Corzani

La vita è come andare in bicicletta.
Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.
(Albert Einstein)

E ieri siamo tornati a casa, qui, a Oristano, città larga, pigra, città perduta in mezzo alla pianura a dimenticarsi il tempo e a rincorrere squilibrate fantasie. Che ieri, davvero, era irriconoscibile, Oristown, con la sua piazzetta gremita, e la musica del Sigura quartet e di Truffaz, e l’andare e il venire di fiumi di persone da una strada all’altra, da una luna all’altra. Che città strana, che ogni tanto si accorge di esistere, e si fa bella per il gusto di esserci, qui, nell’estate rigenerante di acqua salata e sole, si fa bella per dimenticarsi il tempo, e per rincorrere squilibrate fantasie.
Che ieri, appena ho parcheggiato accanto alla chiesa del Carmine, e sono risalito su da piazza Eleonora e dalle tre palme e sono entrato qui, nella piazzetta teatro di Dromos e ho scorto la distesa di sedie rosse, e sul palco c’era il quartetto che provava i suoni, mi sono detto: ma guardala, Oristown, che gioia vederla così, luminosa, estiva, ringiovanita tutt’a un tratto, giusta, giusta in equilibrio tra la fantasia dell’immaginarsi tutta nuova e contemporanea, e la realtà di sé, della storia che si porta in corpo e in cuore. Un po’ Eleonora, un po’ mitteleuropa, un po’ Componidori, un po’ mediterraneo brulicante del secolo 21. Si potrebbe, Oristown, provaci anche tu a cercarti un sogno, prova almeno una volta a realizzarlo, prova a cominciare un viaggio.


Così pensavo, mentre i musicisti provavano i suoni, e sul palco Truffaz chiamava giù la Luna polare, con la sua tromba sognante, mentre l’oud di Mauro delirava lungamente un mosaico di Bisanzio.

Che a volte il viaggio è un equilibrio incandescente e imprevedibile tra pulsioni opposte e contrapposte. Stare, stare ancora pigramente distesi proprio qui, e ora, in un momento che sembra perfetto, e invece no, andare, andare, andare via, che altrimenti quella perfezione si appaga troppo di sé, e arriva la noia, a frenare il viaggio. Che il viaggiatore lo sa bene, viaggiare è proprio questa cosa qui, sapere quando arriva il momento di ripartire.

E poi è cominciato il concerto, e all’inizio erano suoni lenti, sognati, suoni di nebbia, di sabbia e di pianura. Come quando la carovana esce dalla città e cammina lenta, e il viaggio è una linea pulita e azzurrissima, un orizzonte immenso di promessa. Ma poi, poi cominciano gli incontri, le contrattazioni, gli scarti, e un bicchiere cade, e si spezza, accade un incidente, un’esplosione, uno scontro, un feroce fuoco d’artificio, una scheggia, un lampo di pietra focaia.
E poi di nuovo calma, e le balene, sott’acqua, laggiù, buio, buio nell’abisso, là dove specie animali ignote conducono la loro vita oscura, mostri che emergono da là sotto solamente nella notte, per popolarci gli incubi. E poi risalire, risalire di nuovo a galla, con un brano che sembra un andare e un venire, un andare e un venire di persone, un corridoio immenso, una colonna vertebrale di passi, correre, correre da una parte all’altra del mondo senza mai fermarsi. E c’è sempre una tromba che cerca di ipnotizzare un’aurora boreale, e un oud pizzicato, che chiama ad Oristown l’oro del Bosforo.

Mi ero perso a sognare Oristambul, quando il gabbiere è arrivato e mi si è seduto accanto. Aveva una strana espressione soddisfatta, che mi ha detto ti sei divertito con le parole, oggi? Molto, gli ho risposto, ho detto e ho taciuto. Il difficile è quello, ha detto, trovare l’equilibrio tra il non dire e il raccontare. Chi deve capire, capirà.
E per la prima volta da quando l’ho incontrato mi ha sorriso, ed è rimasto un bel po’ in silenzio, e io, non so come dirvelo, per quelle poche parole meno scontrose del solito, mi sono sentito come se il gabbiere mi avesse abbracciato, mi avesse detto vieni a dare uno sguardo là sopra, con me, dalla vela di gabbia. Invece non ha detto niente del genere, è rimasto seduto lì accanto, a fumarsi il suo tabacco di contrabbando, e ad aspettare il momento giusto per raccontarmi un’altra delle sue memorie.

“Ci sono giorni in cui il viaggiatore non può fare a meno di ripensare a Libra, la più leggera delle città. Così lunga è la strada per raggiungerla, così incommensurabile il tempo necessario, che a Libra si arriva senza avere quasi più nulla con sé, consumati, affilati e leggeri. Nulla di superfluo entra nella città, risalendo il suo sottile intreccio di corde, fili, pesi e contrappesi.
Quando il viaggiatore giunge nei pressi della città, dal fondo del burrone essa appare in alto, in controluce sopra la sua testa, come un immenso, sottilissimo nodo, sospeso in mezzo al cielo. Magro e quasi nudo, il viaggiatore comincia subito la salita, e afferra una delle corde: troppo ha sentito parlare della magia di Libra, per consentirsi riposo, o paura dell’ascesa.
Ma salire, scendere, o spostarsi, a Libra, è un complicato meccanismo: per ogni visitatore che sale da Est, a Ovest il preside della scuola deve spostare di quattro metri a sinistra una lavagna. Se da Nord una bambina corre a giocare nel cortile di corde della vicina, a Sud un contrabbandiere getta nell’abisso sette chili e novanta grammi di oggetti proibiti. A volte un innamorato attende invano la sua amata all’appuntamento, perché lei sa, da qualche parte del cuore, che nulla compenserebbe lo squilibrio di quel suo spostarsi. A volte, invece, qualcuno si ferma improvvisamente a guardare gli occhi di uno sconosciuto, perché proprio quello sguardo è necessario a Libra per non crollare nel precipizio. Ci vuole tempo, molto tempo, per imparare Libra, la città leggera, delicata e forte, dove tutti conoscono il peso dell’accogliere, e del lasciare andare.”

Aveva uno sguardo malinconico, il gabbiere. Lo sguardo di chi, nel viaggio, ha lasciato alle spalle tanti luoghi, sguardi, volti. A un certo punto, proprio mentre Mauro si faceva muezzin sul palco, il gabbiere mi ha salutato con un cenno, e si è perduto per le strade di Oristown.
Spero che torni, anche oggi, qui, stessa città, stessa piazzetta morbida d’estate, palco tutto diverso. Che oggi qui sopra sale Moni Ovadia, viaggiatore delle parole senza tempo, a raccontarci le sue belle utopie di uomo che il proprio tempo lo ha conosciuto in lungo e in largo. Saranno domande e risposte, battere e levare, con Valerio Corzani, che è un amico del festival e ogni anno porta qui un’idea nuova. Quest’anno, insieme a Stefano ed Eugenio Saletti e ad Erica Scherl, ci porterà Caracas, viaggio lungo, andare e venire, risposte ma soprattutto domande, battere, ma soprattutto levare.

Che il viaggio è questa cosa qui: gli ingredienti, nel mondo, ci sono sempre tutti, disponibili per tutti. La differenza sta nel saperli mescolare, bilanciare, correggere. La differenza sta nel sapersi modificare continuamente, in ogni istante. Per restare saldi nel movimento, in equilibrio tra l’accogliere e il lasciare andare.

(C) Alessandro Melis & Dromosfestival

Pubblicato il 04/08/2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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