dromodiario #5 [Bibla]

dromos15-05

4 agosto – San Vero – Le favole iniziano a Cabras

Come tutti gli uomini della Biblioteca,
in gioventù io ho viaggiato;
ho peregrinato in cerca di un libro.
(Jorge Luis Borges)

E poi ieri tremavo, è inutile negarlo.
Che dovevo salire sul palco di Oristown, ieri sera, a pronunciare le parole mie prima di quelle di Moni Ovadia, che lo sapevo, sarebbero state incantesimo di sciamano che paralizza tutti nell’ascolto. E io lì, con le mie parole messe in fila come i sogni, libretto ancora piccolo accanto al libro grande di chi ha attraversato la biblioteca del mondo in lungo e in largo.
Che libro vasto, lo sguardo di Moni Ovadia sulle cose. L’identità, ha detto, sta chiusa nella lingua, quella davvero alta, capace di raccontare il divino e l’umano, la bellezza e l’infamia. Una lingua pericolosa, esplosiva, che contenga il big bang intero delle emozioni dell’uomo.

E Dante, e Dostojevskij, e Kavafis, e poi ha parlato della lingua più bella del mondo, il greco, che se i greci, oggi che li stritoliamo per pochi euro, ci dicessero va bene, ma ridateci tutte le nostre parole, ha detto, noi balbetteremmo una lingua scema. Non avremmo estetica, scienza, filosofia. Che l’utopia sta lì, dentro le parole che, parlandosi, creano nuovi mondi. E se cambiassimo il primo articolo della costituzione, ha detto? L’Italia è una Repubblica fondata sulla bellezza, che il cammino dell’utopia è proprio questo, una poesia di Sicilia, un’Ave Maria di Logudoro, una festa di buoi, e di cavalli e di strada infiorata, è il cammino del Santo, nel golfo degli Angeli, colori accesi e gioielli in filigrana: quel cammino lì, la festa grande, non è roba del passato, è roba del futuro. E Achille, e Odìsseo, e Abramo, e camminare, camminare, andare nel mondo camminando e raccogliendo, come aratri, il viaggio breve e lunghissimo che porta dall’io al tu, vattene dalla tua terra! L’occidente inizia da un esilio, ha detto. Vattene dalla tua terra! Che l’utopia è il non luogo che ti muove all’andare oltre, che è salutare solo se accetti che quell’oltre lì non lo raggiungerai. Vattene dalla tua terra! E se non lo capisci, che è nel mescolarsi degli uomini sul mondo che nasce la bellezza, sei un idiota ritardatario, un nazionalista pestilenziale, un razzista fuori tempo massimo. In marcia, in marcia, in marcia gli ultimi, che saranno i primi. Che la beatitudine del Cristo, ha detto, non è contemplazione, è rivoluzione, è il viaggio dall’io al tu, breve e lunghissimo, la distanza tra l’Iliade della violenza e l’Odissea della curiosità e della conoscenza. E siamo stati tutti Odìsseo, all’improvviso, Odìsseo di Omero, e di Dante, e di Kavafis, e di Joyce, tutti lì, nel mare di libri che stanno chiusi nel grande libro di Ovadia. Siamo diventati improvvisamente Odìsseo che è il primo eroe al mondo che, finalmente, pensa, che non è agito dalle passioni, ma agisce. È per questo che a ognuno di noi, fatto Odìsseo, toccherà viaggiare, sempre, nel viaggio della conoscenza che incontra e racconta l’incontro.

Che il viaggiatore a volte ammutolisce, davanti alla bellezza, sta lì perduto a godersi il miracolo della parola benedetta, la magia del libro, temo l’uomo di un solo libro, diceva Tommaso. Io tremo, di gioia e di gratitudine, davanti ai libri magici, agli uomini magici che fanno sciamare così le parole, come code di comete da seguire, a illuminare la notte.

Quando il Gabbiere è arrivato, Moni Ovadia stava parlando di Abramo e della sua balbuzie, diceva che Dio Abramo lo ha scelto per i suoi silenzi, perché è lì, tra un’incertezza e l’altra, che Dio si sente comodo.
Il Gabbiere ha tirato una boccata di tabacco, e si è appoggiato all’albero, soddisfatto, che ieri tutte le parole di Ovadia avevano profumo di mare, di Mediterraneo incandescente di viaggi e di racconti.
Ti somiglia, gli ho detto, ha gli stessi occhi inabissati, lo stesso passo di chi sente davvero il mondo sotto i piedi. E lui, il Gabbiere, ha taciuto lungamente, che Dio sta comodo dentro l’incertezza delle nostre parole, e poi mi ha detto: sono certo che anche lui ha camminato per le strade di Bibla.

“A Bibla, la città dove ogni destino è scritto dentro un libro, nessuno conosce il nome del fondatore. Alcuni dicono che fosse un esule, in fuga dalla patria per accuse di eresia, e adducono come prova il fatto che la città non abbia mura, né tribunali. Altri pretendono che fosse un poeta cieco, e asseriscono che per questo motivo le vie di Bibla si comprendono ad occhi chiusi, e chi cerca qualcosa, in città, la trova soltanto affidandosi all’udito, di parola in parola, di vicolo in vicolo. Altri ancora attribuiscono la fondazione ad un esploratore pazzo, approdato nel golfo per caso e innamoratosi della sua aria che è insieme tempestosa e tranquilla: per questo, dicono, la città ha forma stellata, come una rosa dei venti.
Ma a Bibla nulla si conosce con certezza: il patrono della città è il dubbio. Chi entra a Bibla sa che il senso del camminare tra le sue strade, sta nel cammino, e che difficilmente si arriverà appagati da qualche parte: ogni arrivo, a Bibla, è solo un nuovo punto di partenza. Molti arrivano in città in cerca di un libro, uno solo, l’unico che li giustifica. Salgono speranzosi in cima alla scalinata della Biblioteca e si mettono a cercare nell’immenso archivio. Basterebbe una parola, una sola forse, e la loro vita assumerebbe improvvisamente chiarezza di senso e lucentezza della sorte. Ma pochi, pochissimi trovano il loro libro, a Bibla, la città dove ogni destino di ogni uomo è ben nascosto tra le pagine di un libro.”

Avrei voluto chiedergli, ma tu? Tu l’hai trovato il tuo libro? Ma non me ne ha dato il tempo, mi ha salutato veloce e ritroso, come per nascondere un imbarazzo, e mi ha lasciato lì, in mezzo al sogno di una città edificata di pagine e parole.
E com’era bella, Oristown, ieri sera, travestita da Babele di linguaggi e di libri, che stavano tutti chiassosamente, meravigliosamente insieme C’erano i libri rabbiosi di Alessandra Giarrusso e del comitato dei docenti, Orwell e la libertà di insegnare che 2 più 2 fa quattro, e così sarà sempre, e se non prenderanno coscienza non si ribelleranno, e se non si ribelleranno non prenderanno mai coscienza. E c’erano, ancora, le pagine innumerevoli del viaggio di Caracas, l’arte del levare di Valerio Corzani, con i suoi suoni ipnotici, distanti, asiatici. E il Ghibli, il vento del deserto, che è il libro di sabbia dalle pagine infinite, e il violino urlante meraviglioso di Erica Scherl, che strina note come pagine sfilacciate bellissime, note come vele slabbrate dal vento di maestro, note come urla di lupi in cima al cielo, e la voce del Presidente, nell’abisso notturno di Oristown, cielo rosso di utopie trozskiste, señores y señoras, el Presidente, adelante Presidente!
Che serata, Oristown, ieri sera. Che anche dopo, quando tutto era finito, e siamo rimasti lì a vedere la piazzetta tornare se stessa, un po’ triste come sempre quando ci si toglie l’abito di festa, anche dopo c’erano ancora, e ancora, echi di pagine sfogliate, nel vento calmo calmissimo della notte alta.

E oggi? Oggi chissà che libri voleranno, qui, a San Vero, che ci metteremo tutti comodi a sognare davanti alle immagini di Raffaello Fusaro, che Le favole iniziano a Cabras, ma chissà dove vanno a finire. Che il bello dei racconti è proprio questo, sempre: quando sono ben immaginati e ben scritti, i racconti, contengono un destino.
E solo dopo molto tempo, quel destino deve farsi chiaro.
Solo dopo molto tempo, quando si chiudono, domani, domani, domani, le pagine del nostro libro.

Pubblicato il 05/08/2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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