dromodiario #6 [Fàula]

dromos15-06

 5 agosto – Bauladu – Faber in Sardegna & Danilo Rea

Dopo tutto, una bugia cos’è?
Nient’altro che la verità in maschera.
(George Gordon Byron)

E poi, ieri, la via di Dromos è tornata a San Vero, e il giardino del Museo archeologico è diventato cinema di favole, utero vasto di racconti, sotto le stelle impazzite di luce piccola piccola. Che ci siamo messi lì, seduti, in piedi, appoggiati, storti, accoccolati, moltitudine rannicchiata in quel giardino calmo e accogliente come un focolare di fiabe, e abbiamo visto e abbiamo ascoltato. Che Le favole iniziano a Cabras di Raffaello Fusaro è soprattutto un film di parole, parole che cercano di raccontare chi siamo, noi, questi piccoli piccoli uomini d’isola sarda, e perché proprio qui, in mezzo al mare, germinano pietre sonanti e materne, suonatori fiabeschi, voci gutturali, esploratori che attraversano gli oceani, scrittori che ipnotizzano con la loro voce di balentìa, poesie cucite come vestiti e vestiti cuciti come poesie.


Che poi, è un racconto che cammina senza logica, questa favola, oppure ha una logica che sfugge, come ogni storia che somigli al nostro caotico stare nel mondo, i desideri esistono perché esistono le stelle, e noi siamo gente che galleggia sull’acqua, cercando di avere i piedi sulla terra. Noi che siamo figli di incrostazioni, conchiglie saldate su conchiglie, siamo Ulisse al contrario, che il viaggio ci è sempre venuto incontro, invasione dopo invasione, e non abbiamo avuto bisogno di partire, noi, che per molto tempo il mondo è venuto qui, ad incrostarsi su di noi, ad incrostarci. Per chi nasce in un’isola, il mare diventa una strada per andare nel mondo, per far venire il mondo da questa parte del mare.
Sono favole, ma ogni favola è una verità mascherata di bugia. Come le pietre di Sciola, che lui lo sa, che non è vero, lui lo sa che nello spazio non c’è suono, ma quando racconta che quella carezza sulla pietra è melodia che arriva dai pianeti, tu non puoi fare a meno di crederci, e t’amo forte, t’amo, e t’amo, e t’amo, questo suono delicatissimo che viene dall’elemento durissimo che noi siamo.
E il pozzo sacro di Santa Cristina, levigato da mani millenarie, un manufatto di marziani in un posto di primitivi, dice Fois, un utero, il racconto delle origini. Pietre, e poesie piccole piccole, isole esatte nel mare bianco della pagina, e acqua, e canto, e fuoco, e la somma di queste cose ci dice quale sarà il futuro, solo che non lo si può davvero vedere.
E gli scalzi, continuamente, gli scalzi di Cabras, una scia bianca che corre, e noi non lo sappiamo mai dove stiamo camminando, dovremmo cambiare il passo, ma come si fa a cambiare il passo? Forse lo sapeva, Nivola, mischinu, disterrau, o forse il gigantesco Gramsci, faccia dura e lucidissima di fronte al mostro grande e terribile del fascismo, che però noi siamo forti, e ci vogliamo bene, dice, e questa è la più grande e forte ragione del mondo.
È un racconto che non ha logica, questa favola, proprio come certe storie che si narrano d’estate, sotto la luce delle stelle impazzite, piccole piccole, ma è un racconto di grande amore, un volo scombinato che prova, ancora una volta, a raccontarci chi siamo.

Non è possibile, raccontare l’isola, mi ha detto il Gabbiere, all’improvviso.
Era lì, seduto accanto a me, chissà da quanto.
Non è possibile?, gli ho chiesto. Ma non era una domanda vera, era solo un modo per dirgli continua, continua a dirmi cosa vedi, tu, dalla vela più alta.
La gente d’isola è gente incrostata, dura e scalza, gente bugiarda, che non si lascia raccontare mai, mai per davvero.

“Il viaggiatore deve navigare per molte notti e molti giorni, settantasette volte sette miglia di là dal temporale, per raggiungere Fàula, la città in mezzo al mare.
L’isola appare di lontano, verde d’acqua e d’alberi, alta, muta, inaccessibile, e il viaggiatore comprende che il viaggio sarà difficile, e difficile da dimenticare. Gli architetti che pensarono Fàula immaginarono un gioco perverso di strade, ponti, torri, piazze, campi, spiagge, boschi e campanili, che non dicono mai la verità di ciò che sono: ogni strada, a Fàula, non porta mai dove indica il cartello, ma ti perde, inesorabilmente, nel proprio labirinto: se cerchi un pozzo a cui attingere l’acqua, trovi un campo messo a girasoli; se vuoi salire sulla torre, altissima e solitaria a precipizio sulla falesia, segui la strada e ti ritrovi nudo ed intrecciato dentro un amore improvviso e incandescente; se il tuo sogno è quella lingua di sabbia, laggiù, bianchissima a perdersi sul mare, il sentiero ti porta invece in un teatro, dove le maschere ballano e ridono con te.
L’incantesimo di Fàula è che solo dopo che ti sei perduto dentro le sue strade storte ti accorgi che non cercavi veramente il pozzo, ma volevi il giallo dei girasoli; che la solitudine della torre non ti interessa più, perché il tuo corpo aveva bisogno di un altro corpo e di un amore a cui avvinghiarsi; che la lingua di sabbia era un miraggio della coscienza e tu volevi solo ridere di te, dentro un ballo in maschera.
Bisogna fare silenzio dentro di sé e dentro i propri pregiudizi, per comprendere Fàula e il suo incantesimo, che consiste nel far coincidere la tua profonda volontà con la sua. Per questo nessuno potrà mai raccontare per intero Fàula, la città in cui le nostre menzogne e le nostre verità si specchiano, e si confondono.”

Così ha detto, il Gabbiere, sotto le stelle piccole piccole impazzite di San Vero, e poi ha taciuto, e ha tirato ancora un poco del suo tabacco di contrabbando. Si è steso sull’erba, e ha cominciato a contare le stelle, forse immaginando un viaggio, in quella mappa gigantesca di piccoli punti da unire.
A volte è strano, il Gabbiere. Però io ero contento che almeno per una volta non fosse fuggito via, e che rimanesse fino alla fine del film. E poi gli scalzi hanno fatto ancora una volta la loro corsa, e poi sono arrivati i titoli di coda. Ed è stato allora che ho cercato il Gabbiere per salutarlo, e lui non c’era già più, bisogna avere pazienza, è fatto così.

E oggi siamo qui, a Bauladu, prima serata di “Cinema & Parole”, per un altro racconto ancora: la storia di Faber in Sardegna, di Gianfranco Cabiddu. Che Faber De Andrè di quest’isola si è innamorato, lo sappiamo, e non l’ha lasciata più, neppure dopo la più grande offesa, e Cabiddu ha deciso di raccontarlo, questo amore, e di narrare il suo lascito, quella grande casa in mezzo alla Gallura dove ancora gli amici si incontrano, per far vivere le sue canzoni. E poi, poi salirà su questo palco Danilo Rea, che a quelle canzoni darà un vestito nuovo nuovo, di pianoforte accarezzato, o picchiato, ma sempre con gigantesco amore.

Che le favole sono così, si raccontano sempre con vestiti nuovi, devono cambiare veste, le favole, per rimanere vitali e grandi. Che la verità, quella immensa inaccessibile, si può solo intravedere dietro il velo di un travestimento, o di un travisamento.
La verità, se mai esiste, si diverte a mascherarsi da bugia.

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Pubblicato il 6 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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