dromodiario #7 [Cima]

dromos15-07

6 agosto – Bauladu – Perfidia

Ci sono molti modi di andare avanti,
ma solo un modo di stare fermo.
(Franklin D. Roosevelt)

Che poi, a furia di camminare, camminare, le vette si possono raggiungere davvero. Che è facile dirlo così, tanto per dire, nelle chiacchiere, con quattro birre e una vaschetta di patatine e maionese, ma poi, poi ci sono giorni in cui questa verità qui, quella della tenacia caparbia e barrosa che in vetta ci arriva, ti appare gigantesca e meravigliosa sotto gli occhi, e non puoi fare a meno di vederla.

Che ieri, qui, a Bauladu, Dromos inaugurava la mostra dei ritratti delle Allevatrici Sarde, Mancai Barrosas. E Vincenza, allevatrice, lo ha raccontato in poche parole, quel miracolo lì, del dopoguerra rigoglioso, sembrava in festa, la gente, quando si affacciava alla porta, si stava svegliando, di quel poco che avevamo si era sempre d’accordo, l’utopia del riunire una cooperativa di tutte donne, è stato costruito il forno di pane, che fornisce a tutti dolci, zippole, formaggelle, panettoni, c’è qualche cosa che non ricordo, sono passati molti anni, ma è stato un risveglio, di tanta gente a lavorare insieme. Tanta gente, tutte donne, la cooperativa di donne più grande d’Europa, non era impresa molto facile, si è combattuto e da sarde ce l’abbiamo fatta, mancai barrosas, ci sbrighiamo con tutte le cose che ci passa nelle mani, turismo, pane, dolci, vini, formaggio, olio, che questa è davvero l’utopia del sogno realizzato, della vetta raggiunta, con tutta la buona volontà di essere uniti, cun s’azudu ‘e Deus de fai una bona festa.

E la vedi, Vincenza, che porta piattini pieni di carasau, olive, formaggio e sattizzu, bella e rigogliosa. Di bocca in bocca, barrosamente, uno più uno non fa due ma tre, quattro, undicimila, un coro di donne che Gianluca Vassallo ha sfidato con la sua macchina fotografica che cerca nei volti la guerra e il dopoguerra del tempo, a che serve, l’arte, se non ad anticipare qualcosa che sarà confortevole in futuro?, ha detto, e io ho pensato che sì, è vero, la vetta è confortevole, quando l’hai raggiunta, ma prima, prima è salire, sudare, sfidare il corpo e l’anima, ma soprattutto vincere quell’abitudine grigia che abbiamo un po’ tutti da qualche parte, l’abitudine alla resa. E invece loro no, loro no, barrose, dalla crisi alla bellezza.

E ieri è stata crisi vera, a Dromos, il film che scompare, tutt’a un tratto, e la corsa a recuperarne un altro, e il tempo tiranno che non si incastra, e l’idea di costruire una serata tutta nuova, rimescolata, musica, cinema, musica, dalla crisi alla bellezza. E io mi sono perso, lì, shakerato tra il cinema e la musica, che insieme lavoravano a portarci in vetta.

Il primo passo della salita è un amore perduto che inizia carillon e finisce tempesta di giganti di pietra, il secondo un pescatore che si trasforma in moltitudine in marcia, in marcia come in quel quadro famoso dove gli ultimi camminano verso di noi, barrosi, in marcia, l’avanzata inesorabile degli ultimi, che saranno i primi. E poi Maria, che se ne va tra l’altra gente, in musica larga, larga, primavera che avanza verdissima, luminosa, feconda, e uno Spiritual barocco, libiam ne’ lieti calici, que sarà?, que sarà? e Marinella che ancora una volta cade nel fiume per diventare immortale, che Danilo Rea rimescola continuamente le carte, le note, le parole, le impasta con le mani, come si impasta il pane, libero svolazzante nel repertorio magico di Faber De Andrè, che ci ha resi tutti, tutti quanti un pochino migliori, almeno per qualche istante della nostra vita.

E poi la favola dell’Agnata, Faber folgorato, quasi quasi mi prendo un materasso, e dormo qui, stanotte, l’utopia piccola immensa di costruire un personale angolo di meraviglia, Faber fitzcarraldo che sposta le montagne e inventa i laghi, non c’era luce elettrica, usavamo le candele, e sessanta giovenche, e la vite, e l’oliveto, Faber puntiglioso, che studia e prende appunti, tenace, testardo, barrosu fino alla vetta, per una vita rinnovata, punto e a capo, si ricomincia, dopo tutto, anche dopo la grande offesa del 29 agosto, due vite che valgono cinquecentocinquanta milioni, ma per noi non è cambiato nulla.
Va così, il racconto di questo film, o era la musica? Era Inverno, questo cammino lungo, largo, di strade popolate di pianura? Dov’è Danilo Rea, sopra il palco o dentro il film? Dove sono, mi domando, rimescolato tra cinema, e musica, e poesia, state zitti, state zitti, laggiù, come fate a parlare davanti a questa meraviglia? Perché non salite anche voi, anche voi, su questa vetta? A divertirvi, andate un po’ più in là, andate a divertirvi dove non c’è questa guerra meravigliosa che ci porta in alto, ma Faber è paziente, lo è sempre stato, con tutti, per noi non è cambiato nulla, e il racconto continua, mancai, nonostante, e si metteva a fare tutto, quando si alzava, dormiva di giorno, e di notte innaffiava, e di nuovo Danilo Rea è lì sotto, o lì sopra, non lo so, lì dentro, che racconta di Maria, che se ne va tra l’altra gente, e di un giugno ’73 lontanissimo, tua madre ce l’ha molto con me, che Faber dormiva di giorno, e di notte lì dentro scriveva, e il suo amico allevatore che dice almeno due volte al mese ci incontriamo ancora, sognando. Dormiva di giorno, e poi di notte chiamava Fili’, ma tu Fili’, cosa ne pensi delle nuvole?
E c’erano i cavalli, nel film, o dentro le mani di Danilo Rea, chi può dirlo? C’erano i cavalli, dentro l’ultima Bocca di Rosa, i cavalli che scrollano il capo, muovono le criniere, battono il suolo con gli zoccoli, piangono Faber amato, da qualche parte lassù, sulla vetta, Faber che ci ha lasciati soli, e noi l’abbiamo visto, infine, di spalle, che partiva.
Persino al Gabbiere, ieri notte, ho visto una lacrima sotto gli occhi.

“Non so dirti quasi nulla di Cima, la città perduta tra le nuvole che vanno, vengono, e ogni tanto si fermano: pochissimi l’hanno raggiunta, e ognuno racconta una città diversa. Chi entra timoroso, trova scritto sul muro di una casa un proverbio che gli infonde coraggio, l’insonne è accolto da una musica che gli accarezza i sogni, l’uomo oscuro impara la tenerezza, il timido la rabbia. L’annoiato scopre nel bazar il germe della curiosità, il silenzioso trova il gusto della parola nel sole incandescente della piazza, il verboso scopre di amare un vicolo d’ombra silenziosa. Nessuno sa cosa troverà, camminando tra le strade inerpicate della città, ma tutti quelli che vi arrivano dopo hanno negli occhi un dono che giustifica l’ascesa. Questo si racconta di Cima, la città dove si arriva vincendo il corvo nero della propria paura.”

Aspettavo qualche parola ancora, ma il Gabbiere non le aveva. Forse era commozione, forse era scorno del raccontare un luogo ancora non raggiunto, forse era soltanto il vento negli occhi, che gli scompigliava la vela dei capelli.
È fuggito via, e io ho cercato di rincorrerlo, ma ha passo svelto, il Gabbiere, che nessuno può raggiungerlo, se lui vuole scomparire nella notte. E io mi sono trovato lì solo, accanto al negozietto di CD di Antonio Leggeri, che mi ha visto lì da solo e mi ha detto, ridendo rauco, Anche oggi ci hai rotto le palle col tuo monologo, vieni che ci prendiamo una birra. Ed è finita così, la sera di Faber, con quattro birre e una vaschetta di patatine e maionese, e Leggeri che elogiava la leggerezza.
A volte basta poco: la notte, una parola giusta detta in amicizia, la forza di un’idea che ancora ti consola, e sei già là, sei già là, in vista della cima.

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Pubblicato il 7 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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