dromodiario #9 [Trama]

dromos15-09

8 agosto – Villaverde – Baba Sissoko, Jazz (R)Evolution

Un uomo che tiene intorno a sé, in cerchio,
il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi.
(Marcel Proust)

Che poi, non ve l’ho mai raccontato, ma una delle cose che mi piacciono di più, di Dromos, è dopo. È quando la serata è finita, e io me ne torno a casa nella notte, mi metto su un cd, e lì, fari accesi sulla strada buia, con la musica nelle orecchie, mi rivedo nella testa tutto il film della serata finita, tutto insieme, tutto rimescolato.
Che si mischiano le curve nere nere sulla strada e un pezzo di concerto, e la luna bassa, ancora rossa nella sua alba di notte inoltrata, e la parola giusta esatta che qualcuno, a un certo punto, ha detto, e io sono stato felice di essere lì, presente, ad ascoltarla. Che dopo, anche nel ritorno, è bellissimo rivedere le trame del tempo che filano e si infilano l’una nell’altra, che la nostra vita, in sere come queste, è un tessuto meraviglioso e cangiante, fatto di fili tutti diversi che stanno imprevedibilmente insieme.
E ieri notte, ieri tornavo da Baratili, con una quantità infinita di fili nella testa, e stasera li devo filare tutti insieme, e non è semplice da raccontare, la sera di Baratili, che è cominciata con racconti di utopie possibili, nel pomeriggio, ed è finita nella notte ancheggiante de L’Avana.

E così ieri notte, mentre tornavo, sulla strada, ripensavo ad un centro psichiatrico che sostituisce i farmaci con le gite in montagna, e al suo direttore che vuole vincere la logica di una società senza eros, così ha detto. Ripensavo ad una scuola nel centro storico di Sassari, dalla paura dei sorci nelle fogne alla vera scuola internazionale e multietnica, ripensavo ad Erika che inventa la pace, demistificandola dalla retorica della colomba e del ramo d’ulivo e dice impegniamoci a trovare ciò che funziona, e riproponiamolo altrove, riproduciamolo, ripensavo ai ragazzi che lottano contro le scorie nucleari, ai loro occhi in battaglia. Che l’utopia necessaria, nella tavola rotonda a Baratili, ieri pomeriggio, era questa roba qui, concreta: camminare in montagna con il passo della follia, costruire la scuola quotidiana, tessere i fili della pace vera, proteggere con azioni mirate la nostra bellezza.

E Giulia, lì, accanto, che deve risolvere i problemi, che non lo sapete, voi, ma dietro un festival così gli imprevisti sono specie non rara, germinano ad ogni istante, c’è l’uomo di pace arrabbiato, un giornalista sparolato, il gigante degli ottantotto tasti con il maldidenti, Quintana che deve fare il soundcheck, chi lo procura, l’antibiotico?, a che ora lo fa, Quintana, il soundcheck?

E poi arriva Johan Galtung, e tutti facciamo silenzio e ascoltiamo il suo italiano vichingo, anche Vinicio Busacchi che dopo la prima domanda ha capito che non era aria di domande astratte. Galtung è un grande vecchio che il mondo lo tiene tutto in mano, e conosce gli innumerevoli fili che lo tengono insieme. È un medico del tessuto sfilacciato del mondo, Galtung, uomo di pace, mediatore in 35 guerre, un sarto di quelli di una volta, un filo dopo l’altro, con infinita sapienza, concreta. E parla di Africa, di un continente intero che si sta muovendo, schiavitù, colonialismo, povertà, rovina, un miliardo di persone in moto, durerà almeno cinquanta anni, due più due fa sempre quattro, causa ed effetto, la spola viaggia sul telaio, la tessitura è chiarissima, la colpa è nostra.
Perché lo Stato Islamico? E la spola torna indietro, al 1915, alla distruzione degli Ottomani, ai patti scellerati di Inghilterra e Francia, all’invenzione dello Stato d’Israele, e adesso? negoziare, dice Galtung, anche con i passi difficili del guardare in faccia i tagliatori di teste.
1, 2, 6, 20, sono numeri come nodi che vengono al pettine, come sempre, filo dopo filo, tra le mani sapienti di questo sarto vichingo, che immagina lo stato di Palestina e lo stato d’Israele in pace tra loro e con i loro vicini.
Si deve parlare, parlare con tutti, cercare il dialogo anche quando non sembra possibile, trascendere l’empirismo con la creatività, dice, immaginare una strada lunghissima, dall’Oceano Indiano a Kinshasa, una nuova via della seta, dice, per tessere insieme un continente distrutto. E Habermas non ha capito nulla dell’Oriente, come Kant, che non lo avrebbe immaginato, Kant, un parco naturale in cima alle Ande per risolvere un conflitto. È un fiume lento e tranquillo che sa dove andare, Galtung, e c’è la luna che sorge, di là dal monte Arci, mentre torno a casa e mi ricordo le frasi lente del professore, la chiave sta in due parole, diversità e simbiosi. Questo è il mondo del vecchio norvegese, tessitore di sogni che volano davvero, un mondo di differenze che dipendono le une dalle altre, filo dopo filo nel tessuto policromo del mondo.

E poi gli è passato, il maldidenti, al gigante? È arrivato l’antibiotico? E Quintana? A che ora lo fa, il soundcheck, Quintana? E il microfono dove lo mettiamo? E l’acqua, l’hai portata l’acqua? Filo dopo filo, la tessitura di un festival colorato e complesso.

E al Gabbiere, ieri, forse per la prima volta gli ho visto un sorriso spalancato e senza maldidenti, che lui Galtung lo capiva davvero, fino in fondo, io lui lo conosco, mi ha detto, all’improvviso. L’ho visto molti anni fa che camminava per le strade di Trama.

“In origine, Trama fu solo una corda, tesa tra un albero millenario e una roccia aguzza, dall’altra parte del burrone, fragile ponte tra due sponde a picco sul nulla. Poi qualcuno trovò che il passaggio sarebbe stato un po’ meno scomodo se le corde fossero state due, almeno una per ogni braccio. Ma anche così pochi arrischiavano ad attraversare l’abisso. Venne qualcuno che aggiunse le travi di legno, poi qualcun altro suggerì l’idea del corrimano, ignoto è il nome di chi portò i tubi di metallo. Intuizione felice fu il chiosco delle bibite del lato est: chi attraversava il ponte poteva dissetarsi, una volta giunto dall’altra parte. Nel lato ovest, qualcuno pensò che non era male aggiungere un telescopio, per osservare l’orrido sottostante, o il grande cielo che invita al viaggio.
Da allora, ogni viaggiatore che riesce a raggiungerla comprende che Trama è un dono fragile come quel suo primo ponte, filo tessuto a ridosso del precipizio, e aggiunge un’idea per accrescere e abbellire la tessitura della città. Oggi i ponti sono innumerevoli, ampie le piazze, i viali alberati, alti i belvedere sulla valle, verdeggianti i giardini pensili.
Così cresce giorno dopo giorno Trama, la città intrecciata in mezzo a due strapiombi, che, cucendo e ricucendo le due sponde, sceglie ogni giorno di curare e suturare il proprio abisso.”

Così ha detto, e nella notte, mentre tornavo, non capivo più se a dirlo fosse Galtung o il Gabbiere, o forse entrambi, uno da un lato, uno dall’altro, nello strapiombo del ritorno, in faccia alla luna. Che ancora ci avevo nella testa la musica di Jesus Dionisio Valdès, detto Chucho, il grande tessitore delle note bianche e di quelle nere, solo ottantotto tasti, un pianoforte, eppure note infinite, ieri, di fronte al mare sconfinato di Baratili. Dionisio, come il dio della danza, e non potevano dargli un nome migliore, a questo signore di quasi ottant’anni che balla ancora come un ragazzino, e picchia sul pianoforte la sua musica che sa di oceano e di tabacco, e gli sarà passato, poi, il maldidenti? chi lo sa, certo queste sono note che non fanno male, hanno suono di nave che avanza ancheggiando sull’oceano al ritmo del jazz cubano, da Baratili a L’Avana, Balla Cerdeña, Maribayà, e chissà se Quintana l’ha poi fatto il suo sound check, e a che ora, chi se ne importa?, Maribayà Ougomaleyà, che colori, gente, che colori, questo tessuto lungo lunghissimo, Balla Cerdeña, balla, che il mondo, a volte, se fai gli incontri giusti, è un romanzo con una trama bellissima.

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Pubblicato il 9 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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