dromodiario #10 [Lota]

dromos15-10

9 agosto – Morgongiori – King Naat Veliov & Kočani Orkestar

Perdi una cosa al giorno.
Accetta chiavi perse, un’ora al vento.
L’arte di perdere si impara presto.
(Elizabeth Bishop)

E poi, ieri, ieri ho perso la penna, nel bosco, a Villaverde.
Stavo naso in su a guardare gli alberi viola e la striscia immensa di stelle, là sopra, nel buio, è stato un attimo, la penna mi è caduta dalle mani, e non l’ho più ritrovata, in mezzo alle foglie secche, l’ho perduta.
Ma quanta gente, ieri, a Villaverde, in mezzo al bosco, a perdita d’occhio, su, su, che non riuscivo a vedere dove finivano le persone e cominciava il buio, il buio dove regnano le Jane, che lo sanno tutti, le Jane rubano le penne a chi si perde con il naso in su.

E io ho perso tempo, ho perso la strada, molte volte, ho perso te, che non ascolterai, pazienza, ho perso il treno, ho perduto le chiavi di una casa, ho perso un’occasione, perdo la memoria, ho perso colpi, ho perso un diario e non l’ho detto, ho perso qualche volta le parole, lo ammetto.

E ieri, poi, siamo tornati nel bosco, a Villaverde, che l’anno scorso, a Villaverde, lì, sotto gli alberi, aveva suonato il Tingvall Trio, e io ieri sera, mentre viaggiavo verso Villaverde, mi sono detto chissà se anche quest’anno sarà bello come l’anno scorso, il concerto nel bosco, a Villaverde.
E quando sono arrivato, che c’era tutto lì schierato, sotto gli alberi, il pianoforte e la batteria e le luci e tutto pronto, mi sono detto, che meraviglia, il concerto nel bosco, chissà se anche quest’anno vedrò gli scoiattoli. Ma poi, poi durante il concerto no, quest’anno non li ho visti, gli scoiattoli.

Ho perso l’inizio del film, ho perso l’attimo, ho perso una mano di poker, ho perso il filo del discorso, ti ho perso di vista, perdo il ritmo, perdo i capelli, ho un rubinetto che perde, ho bucato una ruota, perdo aria, ho perso quota.

E ieri, poi, in mezzo a tutto quel bosco, era anche bello, anche senza la penna, anche senza gli scoiattoli, anche con le Jane che facevano i loro dispetti, era bello, con la fisarmonica di Salis e il tamani di Sissoko, e le percussioni di Don Moye, che la Sardegna sembrava una provincia d’Africa, e l’Africa una piccola piccola savana in mezzo alla Marmilla. E c’erano le amache, e i fantasmi degli alberi, lische di pesce viola lanciate nella notte.

Ho perso un appuntamento, ho perso la voce, ho perso la coincidenza, ho perduto un bottone, ho perso il senno, ho giocato, ho puntato alto, ho sempre imparato tanto, a volte ho vinto, a volte ho perso, a volte la fatica è tempo perso.

E poi ieri, a un certo punto, a Villaverde, il Gabbiere mi ha visto che frugavo in mezzo alle foglie secche per ritrovare la mia penna, cosa cerchi?, mi ha chiesto, gliel’ho detto, ed è rimasto un po’ a guardarmi mentre cercavo.
Non la ritroverai, mi ha detto a un certo punto.
Sei davvero di grande aiuto, gli ho risposto. Come lo scrivo, ora, il diario, senza penna?
Troverai ugualmente le tue parole, mi ha detto, e si è acceso la sua pipa di contrabbando.
Ha fatto una lunga pausa, mi ha lasciato lì solo a cercare, sbruffone scansafatiche d’un Gabbiere, e poi mi ha detto, magari la tua penna è già arrivata a Lota.

“C’è una città, proprio al centro della Cordigliera, settanta miglia ad ovest della rassegnazione, i suoi abitanti la chiamano Lota, che nella loro lingua significa ‘perduta e ritrovata’.
Quando il viaggiatore, estenuato dal cammino, giunge in vista della città, un brusio lo accoglie, come di uno sciame di calabroni, e via via che si avvicina alle mura, quel brusio si fa suono forte indistinto, chiasso, frastuono, boato. Città rumorosissima è Lota, grande immenso bazar di tutto ciò che il mondo perde, e che qui può tornare a ritrovare. Ad ogni angolo delle sue strade, ad ogni pertugio nelle sue case, Lota conserva residui del mondo, pezzi di oggetti, frammenti di conversazioni, sogni interrotti, notti lasciate a metà. I suoi commercianti vanno per il mondo a raccattare mobili, a svuotare soffitte, a rovistare negli immondezzai, a frugare nelle strade. Cercano lampadari fulminati, biglietti non obliterati, sedie rotte, amache dimenticate in mezzo ai boschi, specchi non lucidati, lettere mai spedite, parole non dette. Dicono che i commercianti di Lota abbiano imparato persino a raccogliere il tempo, dentro clessidre magiche. Dicono che a Lota si ritrovano, vinte, tutte le battaglie perse. Dicono che qui, e non sulla Luna, giunse Astolfo a cercare il senno del furioso Orlando.
Molte leggende si raccontano, di Lota, la città rumorosa dove ogni viaggiatore cerca la parola che dà senso alla sua vita. La parola che sta sempre, sempre sulla punta della lingua e poi, chissà come, chissà perché, vola via, perduta.”

E mentre Sissoko, e Salis, e Don Moye suonavano, io pensavo una città nel frastuono, una città che sfida la ricerca di una parola, una sola, in mezzo al chiasso.
E mentre loro suonavano, e non avevo la penna, e non c’erano gli scoiattoli, pensavo che domani, cioè oggi, avrei portato questo in dono, a chi vuole sentire, questo avrei portato in dono, una parola, una sola, levigata nel silenzio, la parola che ci fa leggeri, ci discrosta, ci libera: perdere, via il peso, cassetti leggeri, armadi vuoti.

Ho perso il conto, ho perso l’autobus, ho perso l’orientamento, ho perduto te, che non ascolterai, pazienza, c’è chi ascolta, e anche uno, uno solo mi basta, anche uno solo basta a dire che no, non è sconfitta, non tutto è perduto, ho perso la calma, le staffe, la pazienza, ho perso il turno e sono tornato alla linea di partenza.

Ci vuole capacità di resistenza. Ci vuole il giusto passo.
Ci vuole un clown col naso rosso in mezzo al chiasso.
Ci vuole saper ridere.
Lasciamo andare.
Lasciamo perdere.

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Pubblicato il 10 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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