dromodiario #11 [Gea]

dromos15-11

11 agosto – San Vero Milis – Terra Persa

Le persone non fanno i viaggi,
sono i viaggi che fanno le persone.
(John Steinbeck)

Che belli che eravate, a Morgongiori, a ballare davanti alla Kočani Orkestar, zumpa zumpa zumpa, fino a notte alta.
Che due giorni fa, a Morgongiori, Naat Veliov e i suoi viaggiatori del ritmo balcanico, questi nomadi della tromba, del trombone e del bassotuba, hanno portato davvero in piazza il sapore speziato del viaggio, zumpa zumpa zumpa, e il paese delle lorighittas, tutt’a un tratto, sembrava un film colorato di Kusturica, Morgongiori underground.

Che il viaggiatore vero lo sa, quando deve stare fermo, e quando deve muoversi. Che a volte si deve andare incontro al mondo, altre volte è il mondo che ci viene incontro, e basta sedersi in una piccola piazza ad aspettarlo.
Esiste, girovagante, il popolo del viaggio, l’inno all’irrequietezza che mette ali ai piedi e obbliga il cammino a diventare un volo.

Io non ci sono mai stato, nei Balcani, ma me li immagino proprio così, adesso che ho visto Veliov e i suoi a Morgongiori, me li immagino tutti fatti di piccoli paesi in festa, i Balcani, con una banda che gira per le strade, all’ora di cena, ed entra in ogni porta, in ogni cortile, entra nelle case e zumpa zumpa zumpa ti stontona la testa con gli ottoni mentre ceni, e non puoi fare a meno di ringraziarli, che ti abbiano finalmente reso irrequieta la minestra. O il tuo piatto di lorighittas. Che secondo me sono indispensabili le lorighittas, a questo punto, per fare un viaggio vero nei Balcani.


Che bello, il giro di Morgongiori con la Kočani Orkestar all’ora di cena, che c’era Roberto, detto Cippo, che gli leggevi in faccia il sorriso sazio di quando tutto fila liscio, liscio e buono come il pane ben cotto, e zumpa zumpa zumpa la Kočani camminava per le strade, e io mi immaginavo che sì, Kusturica dovrebbe proprio venire a farlo, un film, in Sardegna, nuraghe nero nuraghe bianco.

Che il viaggiatore, a volte, ha davvero voglia di ridere in viaggio, così, per il gusto di sentirsi un po’ leggero, come i semi del soffione, che non si domandano proprio nulla di dove stanno andando, soffia, soffia, e partono, nel vento, e chi se ne importa del dove, del come e del perché, andare, andare, nel vento, a forza di essere vento.

Ali, sì, ali alla musica e alle parole, che nella notte di Morgongiori, lì, di fronte alla Kočani Orkestar che balcanizzava Mozart, zumpa zumpa zumpa, e anche così Mozart funzionava benissimo, che ballavate tutti quanti, con le lorighittas nella pancia, lì di fronte a Mozart, a un’orchestra rom e ai sardi che ballavano a Morgongiori, ecco lì ho visto nitidamente che follia è disegnare i confini. Il pianeta era lì, sotto i miei occhi, evidentemente intero e non spezzettato, azzurrissimo e intero, nella notte in festa, che sciocchezza vera, i confini, i controlli alle frontiere, i valichi, le torri di vedetta, i fili spinati, che sciocchezza, fare la terra intera in mille e mille coriandoli infinitesimi, obbligare Mozart, o un suonatore di bassotuba di Kočani, o un cuoco di lorighittas dentro un’etichetta che non sia semplicemente quella di essere umano in festa, Homo sapiens sapiens ludicus festivus.
Persino il Gabbiere ballava, due giorni fa, a Morgongiori.
Voglio dire, non è che dobbiate immaginarlo a scalmanarsi come un giovincello, ci ha i suoi anni, il Gabbiere, però lo vedevi, che non riusciva a stare proprio fermo fermo impassibile come al solito, no, batteva il piedino, ancheggiava impercettibilmente, faceva fumo ad anelli grandi nel cielo della Marmilla, e aveva anche lui, come Cippo, il sorriso sazio di quando tutto fila liscio, liscio e buono come il pane ben cotto.
Che bella festa, mi ha detto, e intanto si mangiava un bel piatto di lorighittas, il Gabbiere.
E dopo, dopo, trangugiava nieddera a fiumi e rideva, rideva, leggero come i semi di soffione, che bella festa, ha detto ancora, non ne vedevo una così dall’ultima volta che sono stato a Gea.

“Nessun viaggiatore può dirsi davvero tale, se almeno una volta non ha partecipato alla festa grande di Gea, la più imprevedibile delle città. Non conosco chi sappia raccontare con parole abbastanza vivide il paesaggio sconfinato che si gode dalla ruota panoramica, lanciata nella luce della notte, il profumo inebriante delle cantine, la musica irrefrenabile della banda, l’aroma indicibile di zucchero filato, torrone e caramelle, le luci psichedeliche del luna park. Non so dire il volo incandescente dei trapezisti, la perizia dei giocolieri nella costellazione dei loro lanci, la grazia e la potenza delle contorsioniste, la poesia dei mangiatori di fuoco, la bellezza infinita nei gesti degli acrobati. Camminare per le strade di Gea, durante la festa grande, è fare passi dentro una sfida quotidiana al proprio limite estremo, è vittoria costante del proprio confine.
E poi, come in tutte le città, la festa grande finisce, e tutti si preparano ad attendere la prossima. Ciò che rende unica la città di Gea, è che anziché accontentarsi di una festa soltanto una volta all’anno, i suoi cittadini vanno in cerca di un’altra festa, un’altra ancora, il prima possibile: per questo smontano la città, e la ricostruiscono da qualche altra parte, convinti che anziché attendere che passi il tempo, è meglio spostarsi nello spazio.
Di là dal mare e di là dalle montagne, giorno dopo giorno in luoghi sempre diversi Gea lancia nella notte la sua ruota panoramica, il profumo delle sue cantine, i suoni della sua banda, i sapori delle sue caramelle e del suo torrone. Sempre uguale e ogni giorno diverso è il volo dei suoi trapezi, il lancio dei suoi giocolieri, la bellezza dei suoi acrobati.
Così si sposta continuamente, uguale solo a se stessa e a nessun’altra, Gea, la città nomade che col suo viaggio tiene insieme il mondo, imparando e insegnando, ogni giorno, l’acrobazia del diventare vento.”

Così ha detto, il Gabbiere, e si è infilato per la strada grande del paese, in cerca di un altro bicchiere di nieddera.

E oggi siamo di nuovo qui, a San Vero, che dopo la festa Dromos torna a pensare, e quando pensa, Dromos, in genere guarda ben in faccia l’utopia, ma anche tutto ciò che ci impedisce di raggiungerla.
Perciò oggi parliamo di un furto, il furto della terra, depredata, sconsacrata, dilapidata. Oggi vediamo Terra persa, il film con cui Michele Mellara e Alessandro Rossi denunciano il modo spudorato con cui basi militari, impianti eolici, impianti fotovoltaici occupano la terra di Sardegna senza il minimo coinvolgimento delle comunità locali. E raccontano, soprattutto, la passione e l’amore con cui le comunità innalzano la voce della loro protesta.
Festa e protesta, una dopo l’altra.
Che ogni vero viaggiatore sa l’acrobazia del vento, la sua intelligenza.
Festa e protesta. A volte è brezza, a volte deve, deve essere tempesta.

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Pubblicato il 12 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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