dromodiario #12 [Petra]

dromos15-12

13 agosto – Nureci – Ian Siegal

Se le formiche si mettono d’accordo,
possono spostare un elefante.
(proverbio del Burkina Faso)

E due giorni fa, poi, siamo tornati a San Vero, di nuovo sinistra, destra, sinistra, con le curve in mezzo alla pianura. Che a San Vero, due giorni fa, Dromos socchiudeva il suo sipario, per riaprirlo subito qui, oggi, a Nureci, con il suo consueto cambio d’abito che d’improvviso lo trasforma in Mamma Blues.

Finale duro durissimo, quello di Dromos a San Vero, per raccontare che la strada dell’utopia ha grandi nemici, che si chiamano speculazione e profitto. Che Michele Mellara e Alessandro Rossi hanno mostrato, con il loro piccolo grande film, quanta terra perdiamo, ogni anno, qui, noi, in Sardegna, quanta terra agricola sconsacriamo per trasformarla in basi militari, maledette sempre siano, impianti termodinamici, inquinanti e inutili, impianti eolici, truffe da ladri miseri, campi da golf a due passi dal mare, assurdi. E sono numeri folli, quelli che abbiamo sentito, 33.300 plinti di cemento armato a Narbolia, 67 ettari di termodinamico a Gonnosfanadiga, 60% in più di emissioni di anidride carbonica in 20 anni, in dieci anni 192.800 ettari di terra persa, l’8% del territorio.
Brutto, ascoltare questi numeri, ma bisogna farlo.
Si chiama land grabbing, ciò che questo documentario racconta, e vuol dire, ancora una volta, invasione, furto, saccheggio della terra.

E penso a nonna, io, figlia di calzolaio, moglie di contadino, madre di sei figli tutti sistemati, a studiare, a crescere, a lavorare. Nonna che oggi, per me, è la voce della mia terra, tesoro mio, diceva, voce di questa terra qui che nessuno deve permettersi di maltrattare ancora, nonna di terra e d’acqua, nonna di lentischio e mirto, nonna con le mani a fare il pane, nonna di pietra, che sembrava invincibile e proprio ieri, ieri è partita.

È la morte, la morte vera, guardare tutta questa terra persa.
Ma poi è la vita, la vita vera, vedere i volti di chi no, non ci sta, protesta, e battaglia, e vince, io non sono in vendita, dice un pastore di Decimoputzu, povero sono e povero rimango, ma non sono in vendita, e ha nelle mani corrose dal lavoro il colore biscottato della dignità, noi non siamo in vendita, hanno detto ad Arborea, e ce l’hanno fatta, non si scava più, la Saras se n’è dovuta andare, scornata, che non si può appaltare alla speculazione dei privati le decisioni sullo sviluppo di un territorio.
Ma la guardia deve stare alta, che gli attacchi sono dappertutto, e Torregrande, ancora l’idea folle del golf sulla spiaggia, e San Quirico, il termodinamico che ucciderà il Monte Arci, guardia alta, gente di Sardegna, che la guerra sarà lunga.
E ho visto Paola Gaidano, di OSVIC, nata a Torino, e oggi guerriera di Sardegna, e l’ho sentita dire chiaro che l’utopia possibile, nell’isola, è utopia che nasce dalla terra. E ho visto Graziano Bullegas, di Italia Nostra, combattente, e l’ho sentito dire smettiamola di esportare il verde e tenerci il nero, smettiamola di essere il tubo di scappamento dell’Italia. E c’erano i rappresentanti dei comitati, e hanno detto non lasciateci soli, non lasciate soli i combattenti, che la razionalità della bellezza deve vincere sulla stupidità del profitto.

E io penso sempre a nonna, penso chissà se lo avrebbe immaginato, lei, nel suo meraviglioso feroce dopoguerra, quando c’era solo la terra, e niente altro, a dare il pane, e il vino, e l’acqua, e il latte, e tutte quelle cose che fanno casa e focolare, chissà se l’avrebbe immaginato, lei, nonna di roccia, che tutto questo sarebbe finito, un giorno, e che avremmo dovuto combattercelo, noi, i figli, i nipoti. Penso a nonna e mi domando cosa vede, ora, da lì, che bivio è questo che viviamo, nonna mia di pietra, bivio tra inferno e paradiso, e la scelta è qui, nelle mani nostre, ora, combatteremo la battaglia, nonna, stai tranquilla, dormi, fai buon viaggio.

E il Gabbiere mi è venuto accanto, mi ha guardato soltanto, e in quello sguardo c’era dentro tutto, non c’era bisogno di parole. Era dolore e amore e rabbia, il Gabbiere, nella notte di San Vero, c’è una città che oggi, proprio oggi è giusto raccontarti, mi ha detto.
E quella città si chiama Petra.

“All’inizio Petra fu una città come tutte le altre, con la piazza, la chiesa, l’ospedale, la scuola, il negozio di biciclette, la torre di vedetta, il calzolaio. Non c’era niente di speciale nella sua pasticceria, il fruttivendolo vendeva normalissima frutta, il campo sportivo ospitava ordinarie, noiosissime partite, il viale aveva banalissimi parcheggi ai lati, prevedibili erano le bandiere del municipio, l’insegna a croce verde del farmacista, gli occhiali di celluloide del sindaco. Posta in mezzo al deserto, frantumata e divisa in piccoli piccolissimi quartieri, Petra temeva i continui assalti delle cavallette, che devastavano i suoi campi, consumavano i suoi frutti, minacciavano per lei la condanna a una perpetua povertà. Ora quella tragica stagione è soltanto un racconto nella memoria degli anziani.
Che cosa ha trasformato una città comunissima, in Petra? Cosa è stato, che l’ha cambiata? Nessuno sa dirlo con precisione. Quello che è certo è che oggi, quando cammini per le strade di Petra, ogni luogo ti parla di tutti gli altri. Imprevedibili fili trasparenti collegano e tengono uniti i frammenti della città, il pasticcere si è trasferito nella piazza, e ogni suo dolce è un piacere lento che invita a stare, e a parlare, ogni discorso una passeggiata in bicicletta, che porta in cima alla torre; da là sopra, tutto si vede chiaramente, e quando arrivano le cavallette il farmacista è pronto con il suo veleno, e tutti insieme i cittadini di Petra riescono a tenere lontani i famelici insetti; così il fruttivendolo può vendere frutti che invitano al cammino, e chi percorre a piedi il viale non ha più nostalgia del parcheggio, ed è lieto di consumarsi le scarpe e ne compra di nuove, e il calzolaio è diventato sindaco, e il sindaco vede lontano, senza bisogno di occhiali.
Prima della rivoluzione, Petra fu una città frantumata e senza fili tesi a tesserla, e a raccontarla. Oggi Petra resiste, tutta intera, e ci ricorda che con il tempo e con la volontà anche la sabbia si trasforma in roccia.”

Così mi ha detto, il Gabbiere, e per un attimo tutto stava insieme, nel suo silenzio e nel mio, nonna, la terra, il passato e il futuro, siamo stati così un po’ in silenzio, malinconici, seduti sotto l’albero della follia, nel giardino di San Vero.
E poi è arrivata Cristina, l’assessore alla cultura, e mi ha chiesto vuoi un po’ di vernaccia, che sei qui tutto solo, e allora ho capito che il Gabbiere se n’era andato, all’improvviso, fa sempre così, che un attimo c’è, e l’attimo dopo e già partito per un altro viaggio, e io le ho detto sì, grazie.
E quando sono rimasto di nuovo solo, io l’ho sentito chiaramente, l’albero della follia che da là sopra mi ha detto bevi, bevi alla salute di tutte le grandi madri di Sardegna, che sono la roccia su cui tutti poggiamo.
E io ho bevuto, ho guardato in su, c’erano le stelle tra i rami, fai buon viaggio, nonna di pietra. E l’albero, l’albero le ha sorriso.

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Pubblicato il 14 agosto 2015 su Con parole mie, Dromodiario2015. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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